Oggi, sette anni fa, moriva la Siria che sognava la vita

[Francesca Paci] Sette anni fa era domenica. Domenica 13 marzo 2011. Il dittatore tunisino Ben Ali aveva lasciato il potere da due mesi. Hosni Mubarak, deposto dai ragazzi di Tahrir e dall’esercito egiziano, era ai domiciliari in un resort di Sharm al Sheik sin dall’11 febbraio. La Libia bruciava sotto gli occhi di Gheddafi e, tempo sei giorni, la Nato avrebbe lanciato l’intervento militare. La Siria era lì, blindata, spaventatissima, intimamente convinta che fosse arrivato il suo turno, che anche la tirannia baathista avesse le ore contante. Il 6 marzo un gruppo di ragazzini tra 13 e 16 anni era stato arrestato e brutalizzato per aver scritto sui muri della città meridionale di Dara’a “Echaab yourid iskat enidham” (il popolo vuole la caduta del regime), lo slogan delle primavere arabe amplificato dai social network (il regime aveva appena autorizzato Facebook, bandito fino a quel momento dalla Siria, per controllare la protesta). Il mondo, oggi stufo anche solo dell’idea del 2011, seguiva magnetizzato davanti alle tv e agli schermi dei pc.

Il 13 marzo le famiglie di Dara’a prendono coraggio e scendono in piazza, arrabbiate, naif, estemporanee, tradizionaliste ma non fondamentaliste (chi scrive c’era): il 15 le manifestazioni accendono diverse piazze del Paese, Latakia, Hama, Damasco, accanto ai conservatori c’è la borghesia illuminata. È l’inizio: irruento, pacifico, disperato, lontanissimo dallo jihadismo che marchia ormai quella stagione con l’infamia del terrorismo.

A sette anni dai giorni della speranza e l’empatia globale svanita Save the Children, che non ha mai smesso di accompagnare le sofferenze della popolazione più indifesa, lancia un nuovo rapporto, “Voci dalle aree del pericolo”, una finestra aperta da chi ci vive sulle zone di de-escalation dove, in teoria, non dovrebbero esserci bombardamenti e gli aiuti umanitari avrebbero il permesso di accedere mentre, dall’estate scorsa, ogni giorno vengono uccisi 37 civili (un amento del 45% dopo l’annuncio delle zone di de-escalation), ogni due giorni viene attaccata un’ambulanza e ogni tre giorni muore un operatore umanitario (negli ultimi due mesi, solo nell’area est di Ghouta, si contano oltre 600 vittime, 2000 feriti e 60 scuole distrutte).

[…continua]

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Foto: Aleppo, 2014 ( Freedom House cc by)

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