La scommessa di Trump sulla Corea del Nord

WASHINGTON, USA – Non è certo la prima volta che dalla Casa Bianca giungano improvvisamente notizie che sorprendano la stampa americana e mondiale ma nulla poteva davvero preparare i tabloid d’oltreoceano all’annuncio di Chung Eui-yong – diplomatico Sud Coreano – che riferisce di una «sincera e onesta» apertura del leader nordcoreano Kim Jong-Un a delle trattative di denuclearizzazione del suo regime e della volontà di stabilire un incontro tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti per placare le tensioni tra i due paesi.

Le relazioni tra Washington e Pyongyang sono sempre state marcatamente ostili sin dalla fine della Guerra nel 1953 e definite, negli ultimi anni, da un significativo incremento di test nucleari da parte della Corea del Nord tanto da aver spinto nel 2002 l’ex presidente americano George W. Bush a denunciarla in un suo discorso al Congresso come parte dell’«asse del male» insieme a Iran e Iraq.
Altrettanto ostile è stata la relazione tra gli attuali leader dei due paesi: in diversi tweetTrump ha fatto riferimento a Kim Jong-Un deridendolo e chiamandolo rocket man (riferendosi alle dichiarazioni di quest’ultimo relative al possesso di razzi e testate nucleari puntati contro gli Stati Uniti), mentre Kim ha – senza mezzi termini – risposto dandogli del «vecchio pazzo».
Se quanto detto non bastasse a dare un’idea del drammatico rapporto che vi è fra i due, può sempre essere ricordato questo estratto da una conferenza stampa che il presidente americano ha tenuto nel suo campo da golf di Bedminster, New Jersey:«Sarebbe meglio per la Corea del Nord non minacciare piu gli Stati Uniti. […] Risponderemo con il fuoco e una furia mai vista al mondo».

In un impressionante colpo di scena, degno delle migliori sceneggiature hollywoodiane, il presidente Trump ha accettato di trattare con Pyongyang e sedersi ad un summit con Kim Jong-Un e il presidente sudcoreano Moon Jae-In.
Secondo quanto riportano Reuters e il New York Times, la decisione di Trump ha colto di sorpresa non solo i rappresentanti della delegazione di Seoul ma anche i suoi stessi piu stretti collaboratori.
Nicholas Kristof – prima penna del NY Times – se, da una parte, loda l’iniziativa del presidente americano: aprire delle trattative con Pyongyang non è mai stato fatto da nessun altro sin dalla fine della Guerra di Corea, il che segna un primato nella storia presidenziale di Donald Trump; dall’altra, critica aspramente il modo in cui queste trattative si svolgeranno. «Un summit è una pessima scelta come primo approccio – commenta nel suo editoriale – in caso di fallimento potrebbe portare ad un inasprimento delle relazioni da entrambi i lati. Trattative dirette dovrebbero essere condotte da diplomatici di lungo corso […] un faccia a faccia dovrebbe svolgersi negli interessi dei due Stati e non solo nell’interesse dei loro leader».

Dire che la decisione di Trump abbia preso in controtempo diversi suoi collaboratori e appaia, quantomeno, avventata è dire poco ma non è il caso di sorprendersi piu di tanto: non solo perché il presidente americano è ormai un habitué delle uscite fuori copione ma anche – e soprattutto – perché da qualche mese si respira un’aria diversa tra Corea del Nord e Corea del Sud, il che ha reso inevitabile delle speculazioni su possibili nuovi rapporti tra Pyongyang e Washington.
Le Olimpiadi Invernali di Pyeongchang sono state, infatti, il palcoscenico di una importantissima distensione tra il nord e il sud: un avvenimento storico per i due paesi, raggiunto in gran parte grazie allo sforzo del presidente Moon Jae-In che è riuscito – per la prima volta dalla scissione – a stabilire un collegamento diretto con il regime di Kim.
Sarebbe stato poi lo stesso Kim Jong-Un a proporre un summit alla presenza degli Stati Uniti, promettendo un serio sforzo verso la denuclearizzazione e offrendo di mettere in pausa altri test nucleari per tutta la durata delle trattative, così come confermato dallo stesso Chung Eui-yong durante il suo briefing dalla Casa Bianca.

Perché tale summit si riveli una vera vittoria per Trump sarebbe necessario che la Corea del Nord rinunci al proprio programma nucleare e che muova dei passi significativi per il riconoscimento di certi diritti umani fondamentali, in cambio di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche con gli USA e la fine delle terribili sanzioni economiche che hanno piegato i sudditi del regime ma gli esperti sono altamente scettici che uno scenario del genere possa verificarsi. Certo, è vero che questi stessi esperti davano Trump e la compagine repubblicana per spacciati alle elezioni del 2016, però bisogna pur sempre riconoscere che si sta parlando di un presidente privo della benché minima esperienza in relazioni internazionali e che – nonostante ciò – abbia deciso di mettere mano direttamente a uno dei più lunghi conflitti della storia moderna.
Trump ritiene che il summit possa risolversi in un nulla o portare dei cambiamenti epocali, apparentemente noncurante dello straordinario potenziale di errore in una situazione talmente delicata. Il presidente americano getta fuori dalle finestre della Casa Bianca anni di cautela e di relazioni ostili per imbarcarsi nella scommessa più importante della sua carriera politica, magari anche nella speranza di dissipare certi dubbi e certe nubi che Robert Mueller e il Russiagate hanno sollevato a Washington.

(Francesco Maccarrone via vocidicitta.it cc by)

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