L’ultimo articolo di Jan Kuciak prima dell’omicidio: l’ombra della n’drangheta sulla Slovacchia

Il portale di informazione Aktuality.sk ha pubblicato oggi il reportage incompiuto – e molto atteso – cui stava lavorando Jan Kuciak, il giovane ma già conosciuto giornalista investigativo barbaramente giustiziato la scorsa settimana insieme alla sua ragazza. È stato ucciso con un solo proiettile al petto, mentre Martina Kusnirova ha subito la stessa sorte con un colpo alla testa. Una operazione da killer professionisti, senza sbavature. I due giovani, 27 anni e tutta la vita davanti, erano nella casa in cui avrebbero vissuto dopo le nozze, immaginate per questa primavera. Jan lavorava per Aktuality da tre anni, e aveva dimostrato il suo valore con indagini nel lerciume degli ambienti d’affari legati a corruzione, soldi sporchi, evasione e grandi frodi fiscali, connesse a doppio filo con le alte sfere della politica. E del business dei fondi europei, di cui la Slovacchia è un ricco beneficiario (oltre 15 miliardi per il periodo 2014-2020), un gruzzolo tale da fare gola anche alle mafie internazionali.

L’articolo, che Kuciak doveva ancora completare, si occupa degli affari di persone di cittadinanza italiana, residenti in Slovacchia da molti anni, “uomini d’affari” difficilmente definibili imprenditori, con legami parentali e presunta affiliazione a clan della ‘ndrangheta calabrese. Questi, attraverso una rete di aziende di loro proprietà nella Slovacchia orientale, avrebbero attinto dai fondi strutturali dell’UE decine e decine di milioni di euro per progetti di facciata, soldi presumibilmente confluiti in gran parte in Calabria a foraggiare gli altri business della criminalità organizzata.

L’ultimo pezzo di Kuciak, molto lungo e dettagliato, anche se chiaramente alcune parti non sono completamente limate e legate al resto del testo, conferma così quanto anticipato in questi giorni sulla “pista calabrese”, che porta a immaginare come mandanti proprio le cosche, che non hanno difficoltà a incaricare qualcuno dei loro uomini per “sistemare” le cose in modo veloce. Sembrerebbe proprio il caso di Jan Kuciak. L’altra possibile pista, quella interna dei discussi “imprenditori” e frodatori di Iva slovacchi, pure legati al partito del primo ministro, non lascia immaginare un finale tanto cruento. Al massimo, per ammissione degli stessi giornalisti di prima linea slovacchi, i criminali locali si limitano alle minacce o a qualche percossa. Ma l’omicidio, quello no.

Pubblichiamo qui il testo, i parte riassunto, dell’ultimo articolo di Jan Kuciak, realizzato per Aktuality.sk in collaborazione con il centro di ricerca sul giornalismo investigativo Investigace.cz, l’organizzazione giornalistica italiana Investigative Reporting project, Italy e il consorzio internazionale di centri investigativi Organized Crime and Corruption Reporting Project che hanno contribuito a mappare la situazione delle persone vicine alla ‘ndrangheta in Slovacchia. 

L’originale in slovacco si può leggere QUI.
La versione in lingua inglese è invece QUI.


Di Jan Kuciak, Aktuality.sk

Quattordici anni fa a Michalovce un certo Carmine Cinnante fu fermato con la sua Uno bianca dalla polizia slovacca. In auto gli agenti trovarono una valigetta in legno adattata per contenere una mitraglietta, una ČZ modello 26, nota per la sua affidabilità e semplicità di uso, con puntatore laser, un caricatore, 50 proiettili e la matricola abrasa. Cinnante fu accusato di possesso illecito di un’arma e il giudice del tribunale distrettuale di Michalovce lo condannò a due anni di libertà vigilata. Egli, che da qualche tempo viveva nella zona, venne definito nei documenti giudiziali “uomo d’affari in Slovacchia nel campo dell’agricoltura”.

Qualche mese dopo arrivò ad arrestare Cinnante la polizia italiana, con l’accusa di contrabbando di armi in Italia per conto di un boss della famiglia Iona di Belvedere Spinello, in provincia di Crotone, Calabria, al tempo una delle famiglia più potenti della ‘ndrangheta. Cinnante, di cui fu provata l’affiliazione alle cosche, non è tuttavia l’unico italiano con legami mafiosi che ha trovato casa in Slovacchia e che hanno iniziato a fare affari lucrosi ricevendo sussidi e fondi comunitari, e in particolare costruendo nel tempo rapporti con persone influenti nella politica slovacca – fino ad arrivare all’ufficio del governo della Repubblica Slovacca, mentre in Patria avevano diversi problemi con la legge.

In una cooperativa agricola tra i villaggi di Dvorianka e Parchovany, nel distretto di Trebišov, l’attività di Carmine Cinnante si incontra con Antonino Vadalà di Bova Marina. Anch’egli ha avuto indagini a suo carico in Italia, ed è stato imputato in un caso del 2003 riguardante il clan Libri, una ‘ndrina di Reggio Calabria alleata dei De Stefano. Il tribunale di Reggio Calabria lo riteneva colpevole di avere aiutato a nascondere Domenico Ventura, condannato per il brutale omicidio di un membro di un clan rivale. A dimostrarlo ci sarebbero conversazioni telefoniche tra Vadalà e il capoclan Francesco Zindato. Ma Vadalà fu rilasciato per mancanza di prove. In un altro caso, la corte affermò nella sentenza che Vadalà era tra le «persone più fidate» di Zindato.

Vadalà, tuttavia, ha avviato un business di successo in agricoltura, poi nel settore immobiliare e nell’energia, diventando una delle figure più illustri della comunità italiana in Slovacchia. Nel 2009 l’allora sconosciuto “imprenditore italiano Vadalà Antonino” presentò un progetto per costruire due fabbriche nel parco industriale di Lučenec con un investimento di quasi 70 milioni di euro. Malgrado il progetto sia stato poi cancellato, Vadalà è diventato ufficialmente un “imprenditore nel settore energetico”, come lo definì l’ex ministro dell’Economia Pavol Rusko, ora accusato di essere il mandante del tentato omicidio dell’ex socia nel canale televisivo privato Markiza.

Proprio al ministero di Rusko ha lavorato al tempo «per tre mesi» Mária Trošková, consigliere capo che lavora a stretto contatto con il primo ministro Robert Fico. E come lo stesso Rusko ha detto, «poi ha incontrato un imprenditore di origini italiane, che, tra le altre cose aveva interessi negli impianti solari e andò a lavorare da lui». Il fatto che poi la carriera della donna sia proseguita con Fico all’ufficio di governo non avrebbe molto sorpreso l’ex ministro: «Beh, ho pensato che non sarebbe stata così veloce, ma in fondo non mi ha sorpreso, perché ha capito molto in fretta come funzionano le cose nella vita».

Nell’agosto del 2011 Vadalà fondò (a Michalovce) la società Gia Management con Mária Trošková, che uscì dopo un anno e in seguito divenne assistente parlamentare del deputato Viliam Jasaň, rappresentante del partito Smer-SD nel distretto di Bratislava-Petrzalka, che non rivelò mai dove aveva trovato questa ragazza che era anche modella e che partecipò alla finale di Miss Universo 2007. Disse solo che gli era stata raccomandata da un amico. In meno di un anno – nel marzo 2015 – Maria Trošková lasciò l’ufficio di Jasaň e iniziò a lavorare nientemeno che con il primo ministro Fico all’ufficio del governo.

Un anno dopo arrivò al palazzo del governo anche Jasaň, nominato da Fico direttore dell’ufficio e segretario del Consiglio di sicurezza dello Stato, con accesso al più alto livello di segretezza degli affari relativi alla sicurezza del paese e l’ordine di riferire direttamente solo al premier. Le relazioni di Jasaň con Vadalà possono essere dimostrate dalle attività commerciali, e in particolare dalla società di sicurezza privata Prodest, che Jasaň possedeva dal 1995 e che nel 2016 ha ceduto a un uomo vicino a Vadalà. Il figlio di Jasaň, Slavomír, ha tutt’ora una joint venture con i calabresi, chiamata AVJ Real. Ciò significa che due persone vicine a un uomo venuto in Slovacchia con accuse pendenti di essere affiliato alla ‘ndrangheta in Italia hanno accesso quotidiano al primo ministro della Slovacchia, Robert Fico, che li ha nominati personalmente.

Intorno ad Antonino Vadalà si possono intravedere anche altri legami con la politica slovacca, e in particolare i socialdemocratici di Smer-SD. Ad esempio, Monika Čorej, commercialista di lunga data di Vadalà, è stata in passato consigliera regionale. E Vadalà stesso sostiene Smer sui social network. Loda Fico di fronte ai suoi amici italiani, protegge il ministro Kaliňák dall’opposizione e sostiene con veemenza Richard Raši di Smer nella sua campagna per diventare governatore della regione di Košice [campagna persa nel novembre 2017 – ndt]. Il giorno delle elezioni, Vadalà scriveva che «oggi votiamo tutti il numero 16 Smer e possiamo essere sicuri che domani la Slovacchia sarà in buone mani» [Smer si è presentato alle elezioni parlamentari 2016 con il numero di lista 16 -ndt]. Durante la campagna scrisse pubblicamente a Raši, sindaco di Košice, «ci vediamo lì», riferendosi al congresso di Smer a Košice.

Vadalà e chi gli è vicino sono stati anche nel mirino degli inquirenti in Slovacchia, ma finora l’hanno scampata con successo nonostante fossero coinvolti in diversi procedimenti penali, in particolare per sospetta estorsione e frode fiscale, i cui casi sono stati ricostruiti da Aktuality.sk partendo dai documenti di polizia e giudiziari. Una mattina dell’autunno 2013 i dipendenti di una società nella città di Trebišov hanno trovato appesa al cancello d’ingresso una borsa contenente fiammiferi, dieci pallottole e un mazzo di fiori funebri avvolto in un pezzo di carta con sopra scritto “Jerad”. Era una versione scorretta del nome del loro capo Gerhard, che sarebbe stata usata spesso da un italiano che rivendicava dalla società quasi 40 ettari di terra coltivabile. Jerad all’inizio ignorò l’avvertimento, ma fece una segnalazione alla polizia quando anche un suo dipendente fu minacciato. Dopo due anni di indagini, il parente di Antonino, Sebastiano Vadalà, è stato accusato dal tribunale distrettuale di Trebišov per il reato di estorsione. Egli avrebbe, secondo il procuratore Peter Prokopovič, minacciato di sparare al direttore della società e imitato con le mani l’atto di tagliare la gola dell’uomo. E minacciato il conducente di un trattore dicendo che avrebbe «ammazzato con la sua pistola chiunque avesse lavorato sul suo campo», e dato fuoco al trattore. Tutte le testimonianze, e la borsa con i proiettili, non sono stati sufficienti a incriminare Sebastiano Vadalà, che è stato prosciolto dalle accuse per insufficienza di prove. Nella sentenza non si citava la borsa, né il mazzo funebre, ma si considerava invece la testimonianza dell’avvocato dell’imputato, che come suo difensore aveva conoscenza di tutte le prove agli atti della polizia.

In un altro caso del 2011, e conclusosi solo l’anno scorso, che trattava di una frode fiscale, Antonino Vadalà sarebbe stato coinvolto direttamente in presunte transazioni speculative su tre appartamenti a Bratislava, nel quartiere di Petržalka. Nel 2011 la società ALTO dell’italiano Antonio Palombi ha venduto i tre appartamenti alla società GENNA e in seguito alla AV-REAL, entrambe riconducibili a Vadalà. Tre anni dopo la ALTO si rivolse alla polizia lamentando di non essere stata pagata per la transazione. Palombi, in base alla documentazione della polizia, affermò la prima volta che Vadalà lo aveva imbrogliato, come ne scrisse nel 2015 la rivista Plus 7 Dní. In realtà Palombi e Vadalà avrebbero concordato che il trasferimento sarebbe avvenuto senza pagamenti effettivi e che alla fine gli appartamenti sarebbero finiti nella società Kannone di cui erano entrambi soci. Lo scopo degli accordi era che AV-REAL di Vadalà, che era la terza società della catena, avrebbe avuto diritto di detrarre l’Iva per un importo di circa 80.000 euro. Tutto finì nel nulla, Palombi perse le proprietà, Vadalà negò ogni accordo e la polizia chiuse il caso senza accusare nessuno, dopo che Palombi fece decadere la sua denuncia. Nel frattempo, due società di Vadalà sono andate in fallimento con debiti verso l’erario per 100 mila euro.

Oltre ai Cinnanti e ai Vadalà, nell’est della Slovacchia sono attive anche le famiglie calabresi Rodà e Catroppa, con interessi attraverso decine di aziende specialmente nel settore agricolo che hanno proprietà per decine di milioni di euro e centinaia di migliaia di ettari di terra gestiti, per i quali ricevono milioni di sussidi. Otto milioni di euro dall’Agenzia per i pagamenti agricoli (PPA) e altre centinaia di migliaia di euro da sussidi solo nel biennio 2015-16, per diversi progetti la cui ammissibilità è in dubbio. In uno dei casi, ad esempio, una società ha richiesto sussidi per otto volte la reale quantità di terreno lavorato, in un altro hanno ottenuto soldi per terreni che non avevano nemmeno in affitto. Altri milioni di euro (8,3) sono arrivati per centrali a biogas tra il 2012 e il 2017. Nel 2015 furono multati dall’Ufficio per la regolamentazione delle industrie di rete (URSO) per aver segnalato una quantità di energia superiore a quella effettivamente prodotta nel loro impianto di biogas. Le sovvenzioni dipendono infatti dalla quantità di energia prodotta.

Il riciclaggio di denaro sporco in business apparentemente legittimi è l’attività principale della ‘ndrangheta all’estero, anche attraverso prestanome e commercio di merci a prezzi gonfiati, ma non ci sono per ora prove che questo sia avvenuto in Slovacchia. Non è chiaro, tuttavia, da dove venga il denaro a disposizione delle suddette famiglie italiane. Dai documenti raccolti da Aktuality.sk e i suoi partner, sembra che una parte consistente di questi soldi provenga dalle terre italiane di provenienza.

Antonino Vadalà è stato menzionato in diversi verdetti di tribunali slovacchi che hanno evidenziato che aveva ricevuto denaro dall’Italia. Nelle prove, diverse persone dall’Italia hanno testimoniato di aver prestato denaro in contanti a Vadalà, come lui stesso aveva richiesto. I soldi sono stati presumibilmente usati per comprare una grande fattoria in Slovacchia. Ma gli italiani si sono lamentati del fatto di non avere ricevuto alcun beneficio dall’affare, e hanno tentato di riavere il denaro tramite i tribunali. Durante i processi, Vadalà affermò di aver firmato i documenti del prestito sotto pressione e di non dover loro nulla. Le società controllate dalla famiglia Rodà, che ha avviato attività imprenditoriali in Slovacchia negli anni ’90, hanno ricevuto la maggior parte del loro capitale da aziende omonime nel loro paese natio, Condofuri in Calabria. Pietro Rodà, fratello di Antonio Rodà e Diego Rodà, entrambi attivi in Slovacchia, è stato presumibilmente coinvolto in Italia nel riciclaggio di denaro per conto della ‘ndrangheta in un caso chiamato ‘El Dorado’. È stato arrestato nel 2013, ma è stato prosciolto dalla Corte di Cassazione italiana un anno dopo per mancanza di prove. I nomi  di membri della famiglia Vadalà sono invece apparsi in un mandato di arresto per 18 membri di una banda che doveva contrabbandare centinaia di chilogrammi di cocaina in Europa per la ‘ndrangheta.

Jan Kuciak, Aktuality.sk – Per gentile concessione

[Questo articolo non è stato finito a causa dell’omicidio del suo autore, Jan Kuciak. Pubblichiamo questa traduzione parziale in sua memoria]

 

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