Le Olimpiadi di Pyeongchang: Giochi di pace o Hunger Games?

Inizieranno il 9 febbraio le XXIII Olimpiadi invernali. Quest’anno ad ospitare le delegazioni di tutto il mondo sarà la Corea del Sud, che sta facendo di tutto per smorzare i timori dei partecipanti legati alla crisi nordcoreana. Ma oltre al problema sicurezza gli organizzatori sudcoreani dovranno vedersela anche con le polemiche relative al riutilizzo degli impianti e ai costi ambientali dell’evento

I GIOCHI DI PYEONGCHANG

La Corea del Sud è un Paese tecnologicamente molto avanzato, il decimo Paese al mondo per la velocità di Internet, un mercato sconfinato per le app. Ciò che ci si aspetta è una cerimonia d’apertura altamente hi-tech che punterà tutto sugli effetti scenici. Ad ospitare i Giochi sarà Pyeongchang, cittadina che prima dell’inizio della costruzione degli impianti vantava demograficamente  4000 abitanti e che invece adesso si ritrova ad ospitarne almeno 12000, tra ingegneri, scenografi e operai.

Anche in questa edizione, le preoccupazioni saranno legate al budget (le Olimpiadi costeranno alla Corea del Sud più di 10 miliardi di dollari), all’ambiente e al riutilizzo delle strutture in via di ultimazione. In tal senso le enormi piste da sci, bob e tutti gli altri impianti sportivi  resteranno a disposizione dei sudcoreani, popolazione poco incline a  questo genere di attività: riusciranno questi Giochi a far innamorare la popolazione degli sport invernali?

Per fortuna, molti degli impianti che verranno utilizzati erano già stati costruiti precedentemente per altre competizioni internazionali. Si spera, dunque, che gli sprechi questa volta siano limitati, evitando il triste esempio di altri eventi olimpici del recente passato. Un altro elemento preoccupante è sicuramente quello ambientale,in quanto si è già proceduto alla deforestazione di alcuni fianchi della montagna Gariwang per la costruzione delle piste, le uniche in possesso dei requisiti olimpici di larghezza e pendenza. Il comitato di organizzativo assicura che la foresta verrà ripristinata dopo le gare. Ma si tratta di decine di migliaia di alberi, appartenenti a specie rare e vecchie di 500 anni, che renderanno questa promessa impossibile da mantenere.

Un dato negativo completa la visione globale di questi giochi: a poche settimane dall’apertura, solo il 30% dei biglietti è stato venduto.

Fig. 1 – Operai al lavoro per ultimare le strutture olimpiche di Pyeongchang. La cerimonia di apertura è prevista per venerdì 9 febbraio

AMICHE-NEMICHE: LE DUE COREE SOTTO UN’UNICA BANDIERA

La situazione geopolitica che accoglie queste Olimpiadi invernali certo è complicata. La più evidente è senza dubbio quella che ha dominato il panorama internazionale del 2017, ossia la crisi nucleare nordcoreana e il rischio di un conflitto armato tra Pyongyang e gli USA. Queste Olimpiadi potrebbero rappresentare un mezzo per stemperare il clima teso ed è infatti di poche settimane fa l’annuncio che le due Coree sfileranno sotto un’unica bandiera durante la cerimonia di apertura dei Giochi. Inoltre è stato deciso di formare una squadra di hockey femminile composta da atlete di entrambi i Paesi.

Benché questo rappresenti sicuramente un primo passo distensivo, non si può e non si deve credere che ciò basti ad eliminare anni e anni di inimicizia tra Corea del Nord e Corea del Sud. Sicuramente l’unione sportiva può rappresentare un segno di pace: spesso lo sport ha rappresentato il primo approccio per il rilancio di difficili relazioni bilaterali, come avvenuto con la “diplomazia del pallone” del 2008 tra Turchia e Armenia. In quell’occasione il Presidente turco Abdullah Gul, dopo decenni di silenzio tra le due nazioni, accettò infatti l’invito del suo omologo armeno, Serzh Sargsyan, di recarsi a Yerevan in occasione di una partita di pallone tra le rispettive nazionali. La visita contribuì a rilanciare successivamente il dialogo tra i due Paesi.

Da qui però a parlare di una vera e propria distensione diplomatica ce ne passa: già nel 2000, infatti, le due Coree avevano tentato questa via, sfilando insieme ai Giochi di Sydney, ma questo primo passo non era seguito alcun miglioramento sostanziale dei loro rapporti.

Fig. 2 – La cantante nordcoreana Hyon Song-wol ispeziona alcuni impianti di Pyeongchang, 22 gennaio 2018. Sino poche settimane fa la partecipazione di Pyongyang ai Giochi non era affatto scontata

I GIOCHI DELLE GRANDI POTENZE ASIATICHE

La problematicità di queste XXIII Olimpiadi invernali non si esaurisce con i rapporti tra le due Coree. Il contesto politico da analizzare è sicuramente più ampio e riguarda alcuni dei Paesi più importanti della regione Asia-Pacifico.

Cominciamo dal Giappone. Dopo il recente lancio missilistico nordcoreano del 29 novembre, con un vettore atterrato in acque giapponesi, il Paese si prepara al peggio. Il 22 gennaio scorso è andata infatti in scena una prova di evacuazione di alcuni quartieri di Tokyo in caso di un nuovo lancio nordcoreano. Prove generali per la guerra, affermano in molti. Di certo il Governo di Shinzo Abe non crede alle recenti mosse distensive di Kim Jong-un verso la comunità internazionale e guarderà con preoccupazione ai prossimi eventi sulla penisola coreana.

Anche per la Russia, questi Giochi olimpici presentano più di un grattacapo: il 5 dicembre il CIO (Comitato olimpico internazionale) ha infatti sospeso il Comitato olimpico russo e ha proibito ai suoi atleti di sfilare sotto la bandiera russa alle Olimpiadi sudcoreane. La decisione avviene dopo un’indagine che ha finalmente portato alla luce la brutta questione del doping di Stato a cui sarebbero sottoposti molti atleti di Mosca. Gli atleti russi con alle spalle anni di test anti-doping negativi saranno ammessi alle competizioni sotto la bandiera generica di “Atleti Olimpici dalla Russia”. Putin non si è espresso ufficialmente sulla vicenda, ma il suo portavoce ha annunciato che nessun bando ufficiale sarà emesso e che gli atleti ammessi dal CIO saranno liberi di prendere parte ai Giochi. Oltre che sul versante sportivo, anche sul versante politico la situazione per la Russia non è delle più semplici: Mosca continua a proporsi invano come mediatore fra la Corea del Nord e Washington, ottenendo un secco rifiuto da parte dell’amministrazione Trump, con l’obiettivo di non esacerbare le tensioni e mantenere uno stretto legame con la Cina. Allo stesso tempo, però, a dicembre Mosca ha attivato ben tre sistemi anti-missile nei pressi del suo confine con Pyongyang. Insomma, se da una parte Putin cerca di controllare la Corea del Nord e il suo leader, dall’altra si prepara a un’eventuale azione bellica.

Fig. 3 – Vladimir Putin parla agli atleti russi che gareggeranno alle Olimpiadi sotto la bandiera del CIO, 31 gennaio 2018

Anche la Cina entra di diritto nella partita: Pechino ha forti interessi politici e economici in Corea del Nord, motivo per cui ha tentato più di una volta lo scorso anno di calmare gli animi e di promuovere una soluzione pacifica della crisi nella penisola coreana. Il 16 gennaio scorso, i rappresentanti dei Ministeri degli Esteri di 20 Paesi si sono dati appuntamento a Vancouver per discutere delle ambizioni nucleari nordcoreane. Da questo summit sono state escluse Russia e Cina, esclusione che rileva da una parte la sfiducia da parte degli attori occidentali verso questi Paesi e dall’altra però limita l’efficacia del vertice per una risoluzione concreta della crisi nordcoreana.

In questo clima di tensione generale e di sfiducia non si possono infine citare gli Stati Uniti di Trump, con quest’ultimo accusato più volte dalla dirigenza cinese di fomentare inutilmente le tensioni con la Corea del Nord. Il Presidente americano appare infatti deciso a continuare la sua politica dura e assertiva nei confronti di Kim Jong-un a dispetto del rischio di un confronto militare.

A rimetterci in questo clima di reciproco sospetto è naturalmente la competizione sportiva. Non soltanto per la bassissima vendita di biglietti all’estero, ma anche per quanto concerne la sicurezza degli atleti, primo fondamentale passo per garantire la presenza delle delegazioni alle Olimpiadi. Non uno ma ben tre Paesi europei, ossia Francia, Germania e Austria, hanno espresso più volte preoccupazioni in tal senso, mettendo in dubbio la presenza dei relativi atleti. I Governi hanno poi deciso di inviare le delegazioni al completo, ma senza dubbio, il prossimo 9 febbraio, tutti gli occhi saranno puntati su Pyeongchang e sulla situazione nella penisola coreana.

(Ilenia Maria Calafiore via ilcaffegeopolitico.org, cc by nc nd)

Foto in alto koreanet cc by sa

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