Richiedenti asilo: UE sempre più divisa. I paesi V4 non vogliono i ricollocamenti

Il dibattito sulle quote obbligatorie per la ripartizione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri dell’UE si è riacceso nel corso dell’ultimo Consiglio europeo dello scorso 14 dicembre. La discussione ha visto contrapporsi i fautori di una gestione condivisa dei flussi di rifugiati e i paesi del blocco di “Visegrád”, più restii a ricollocare tra gli Stati membri i migranti approdati in Grecia e in Italia negli ultimi anni.

I due volti dell’Europa

A esigere che tutti i Paesi europei dimostrino solidarietà, vi sono non solo Italia e Grecia, ma anche Germania, Svezia, Francia, Belgio, Lussemburgo e Olanda, destinazioni finali di molti richiedenti asilo. Sull’altro versante, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, che hanno dimostrato un rifiuto quasi totale ad accogliere persone provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. L’Ungheria e la Polonia non hanno ricollocato nessun richiedente asilo, mentre la Repubblica Ceca, che ne ha accolto un numero molto basso, da più di un anno a dichiarato la sua indisponibilità ad offrire nuovi posti.

La Slovacchia, tra i primi a protestare contro le quote, si è detta pronta ad accogliere 16 persone, un numero risibile ma sufficiente a evitare sanzioni. Dopo aver lanciato una procedura di infrazione nel giugno scorso infatti, la Commissione di Jean-Claude Juncker ha deciso di deferire alla Corte europea di giustizia i primi tre Paesi, che non hanno dato alcuna mostra di voler rispettare i propri obblighi legali.

La posizione di Tusk

Il divario tra est e ovest sulle questioni migratorie si è ulteriormente allargato anche per via della netta presa di posizione del Presidente Donald Tusk nel dibattito sulla ricollocazione, alla vigilia del Consiglio europeo del 14 dicembre. In una nota ai leader degli Stati membri, Tusk ha messo in luce lo scarso successo del sistema delle quote di ricollocazione obbligatoria e ha sottolineato come l’adozione delle quote stesse abbia creato forti divisioni, senza risolvere il problema dell’accoglienza dei rifugiati in Europa. Il Presidente ha inoltre aggiunto che “solo gli Stati Membri sono in grado di gestire la crisi migratoria in maniera efficace”, mentre l’Unione deve limitarsi a offrire loro supporto.

Le affermazioni di Tusk sono state subito criticate in quanto contrastano con l’approccio della Commissione, che negli ultimi mesi ha spinto per una migliore implementazione del programma di ricollocamento, facendo sentire la propria voce di fronte agli Stati membri più scettici.

Il funzionamento delle quote

Il meccanismo temporaneo di quote per la ricollocazione è stato adottato dal Consiglio europeo nel settembre 2015, per alleggerire la pressione data dagli elevati arrivi di richiedenti asilo in Italia e Grecia, Paesi in prima linea per numero di approdi. Secondo gli ultimi dati, quasi 32 mila persone sono state ricollocate nell’arco di due anni, un numero ben inferiore rispetto alle 160mila previste inizialmente. Tuttavia, se a fine 2016 erano stati ricollocati meno di dodicimila richiedenti asilo, il numero quasi doppio di trasferimenti avvenuto nel corso di quest’anno può essere considerato un segnale positivo, a dimostrazione della capacità degli Stati membri di impegnarsi verso un obiettivo comune. Tanto più che lo sforzo nell’accelerare i trasferimenti non è stato condiviso in maniera equa.

Trascorsi i ventiquattro mesi previsti nel programma di ricollocazione stabilito dal Consiglio a favore di Italia e Grecia, la questione dell’introduzione di un meccanismo di quote automatiche e obbligatorie non si esaurisce, ma anzi diviene più importante. Infatti, l’implementazione di un sistema di solidarietà permanente per la ricollocazione dei richiedenti asilo è stata tratteggiata dalla Commissione nella sua proposta di riforma del regolamento di Dublino e ulteriormente rafforzata nel testo di recente approvato in Parlamento.

Nonostante molti leader abbiano difeso il principio di solidarietà e condivisione delle responsabilità in materia di asilo e immigrazione, il 2017 non si è chiuso con una dimostrazione di unità a livello europeo. Nel corso del vertice di dicembre, le divergenze nell’agenda politica europea in materia di asilo e immigrazione non si sono appianate e la ricerca di un compromesso si protrarrà almeno fino al giugno 2018, data per la quale i rappresentanti degli Stati membri contano di trovare un accordo consensuale.

Si allontana così l’approvazione della riforma del sistema europeo comune di asilo e soprattutto del sistema di Dublino, causa principale della distribuzione ineguale dei richiedenti asilo tra gli Stati membri.

(Silvia Carta via rivistaeuropae.eu, cc by nd)

 


Foto Bru Aguiló/
Fotomovimiento cc by nc nd

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