Elezioni in Catalogna, una nuova sfida tra comizi dall’estero e divieti

A Sant Julià de Ramis tutto è pronto per il comizio. Ci sono i manifesti, le sedie, le bandiere, si fa volantinaggio. Arrivano pure i militanti e i curiosi. Parte la musica, enfasi al massimo. Non manca nulla, ma sul palco non sale nessuno, c’è solo uno schermo. Dai cristalli liquidi compare Carles Puigdemont: «Ciao a tutti da Bruxelles». Il leader catalano, cacciato dal governo spagnolo, aspira a tornare a Barcellona da vincitore, ma ora non c’è, «è in esilio», raccontano qui con aria drammatica con una punta romantica. Se arrivasse, questo palco non potrebbe raggiungerlo, visto che sulla sua testa pende un mandato di cattura.

Ecco la campagna elettorale catalana, la più pazza del mondo. Giovedì si torna alle urne, formalmente un ordinario voto regionale, ma di fatto l’ennesimo bivio drammatico di questa terra irrequieta, spaccata in due tra chi vuole lasciare Madrid e chi no. La svolta potrebbe non essere così chiara alla chiusura dei seggi: le previsioni indicano un sostanziale pareggio tra il blocco indipendentista, che si presenta con liste separate, e quello cosiddetto costituzionalista (socialisti, popolari e Ciudadanos), con il partito della sindaca di Barcellona Ada Colau che potrebbe essere ago della bilancia.

Dovevano essere le elezioni del ritorno alla normalità, ma le anomalie si moltiplicano. Dopo tanti giorni drammatici si torna a votare, si sceglie il nuovo parlamento, a seguito dello scioglimento imposto dal governo spagnolo come risposta alla dichiarazione di indipendenza di fine ottobre. Per Mariano Rajoy, il premier spagnolo che ha annullato le istituzioni locali per insubordinazione, la convocazione di nuove elezioni doveva significare la fine dei tumulti e la sua scelta in effetti ha fatto calare una tensione arrivata a livelli insostenibili e persino pericolosi, vista la fuga di oltre tremila imprese.

Ma la campagna elettorale ha mostrato che di tutto si può parlare tranne che di normalità. Basta una passeggiata tra i molti appuntamenti politici per rendersene conto. In testa ai sondaggi c’è Oriol Junqueras, ex vicepresidente della Generalitat, leader di Esquerra (sinistra) republicana, da oltre un mese nella prigione di Estremera (Madrid), accusato di ribellione, sedizione e malversazione. Dopo tanti giorni di silenzio forzato, la voce di Junqueras è tornata ad essere ascoltata in pubblico, grazie a un audio di 30 secondi registrato dietro le sbarre e arrivato in qualche modo ai compagni di partito. Il minicomizio ha fatto indignare il ministro degli Interni spagnolo Zoido che ha aperto un procedimento: le poche comunicazioni andrebbero rivolte solo ai familiari.

Agli appuntamenti, come detto, non c’è (fisicamente) nemmeno Carles Puigdemont, che poche ore dopo l’effimera proclamazione della repubblica è fuggito in Belgio, dove non a caso si è tenuta la più grande manifestazione di questo mese: 75 mila catalani per le vie della capitale europea.

La giunta elettorale, diretta da Madrid in base a quell’articolo 155 che ha sospeso l’autonomia, fa fatica a far rispettare le regole. Così si arriva a divieti anche bizzarri, come la proibizione di utilizzo del giallo nelle decorazioni delle città, visto che il «groc» (in catalano) è il colore scelto per sostenere i «prigionieri politici». L’unico vero momento di tensione, con problemi di ordine pubblico si è registrato con la riconsegna di una serie di opere d’arte in un monastero dell’Aragona, ospitate da decenni nel museo della città catalana di Lleida. La magistratura ha deciso che quelle opere dovessero tornare a casa e per riportare gli oggetti sacri a Sijena è servita la Guardia Civil.

Quello di giovedì non è un referendum e la battaglia ci sarà anche dentro gli schieramenti. Cosa succederà in caso di vittoria dell’indipendentismo? Le tre anime hanno idee diverse: Puigdemont, che da Bruxelles guida Junts per Catalunya, vuole tornare a essere presidente, non riconoscendo l’intervento con il quale Madrid lo ha destituito. Oriol Junqueras, leader di Esquerra, crede invece che, in caso di vittoria, spetterebbe a lui il Palau de la Generalitat, rinunciando per ora a quelle forzature unilaterali che hanno portato al collasso economico e politico la Catalogna. La rottura è invece invocata dalla Cup, l’estrema sinistra della coalizione. La sintesi sarà, eufemismo, complessa.

(Francesco Olivo via La Stampa, cc-by-nc-nd)


Foto Assemblea.cat cc by nc

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