Post-verità, una fabbrica avvelenata

Prima delle fake news, degli «alt-facts» (i «fatti alternativi») e dei fattoidi, c’erano le leggende metropolitane e lo «pseudo-ambiente» descritto da Walter Lippmann. Il grande intellettuale statunitense negli Anni Venti evidenziava già la fabbricazione da parte dei mass media di una sorta di «realtà parallela» e virtuale che poneva le basi per l’alterazione dell’obiettività e dei modi di pensare della cittadinanza.

Un balzo in avanti di alcuni decenni, ed eccoci arrivati nella contemporanea società delle reti, dei social e dei Big data. Ovvero, la società della post-verità, dove le opportunità di manipolazione delle opinioni si sono moltiplicate esponenzialmente assieme ai canali mediali per la loro circolazione, offrendo autostrade ai populismi e agli apparati di falsificazione degli Stati canaglia che li supportano. Il circolo vizioso delle fake news comincia con il lavoro di «trattamento» di una falsità per farla apparire verosimile – un’operazione divenuta sempre più facile nella postmodernità che ha spalancato la strada alla critica della categoria di «verità ufficiale» (come racconta bene il volume di Gili e Maddalena, «Chi ha paura della post-verità?»).

La fake news è come un «salsicciotto», o un derivato cartolarizzato, dentro cui si trovano variamente assortiti molteplici strati di bugie plausibili, falsità non immediatamente percepibili e qualche elemento oggettivo, il tutto spesso innaffiato di abbondanti dosi di sensazionalismo ed emotività.

Una volta confezionata, la bufala viene rilasciata nei flussi comunicativi della rete, dove viene pubblicata e amplificata da un arcipelago di siti fiancheggiatori (e pure, talvolta, da importanti media «di parte»), e poi raccolta e disseminata in modo virale da eserciti di bot (profili automatizzati) e di troll (gli account finti presenti sui social network), che hanno la funzione di commentare e rilanciare i falsi, allargando così la platea dei lettori. Ed è proprio questa la differenza sostanziale, oltre a una velocità di propagazione e una vastità potenziale della platea incomparabili, rispetto alle macchine propagandistiche del Secolo breve – vale a dire la diversità, per fare un esempio, fra la «disinformazia» di Stato sovietica e le rizomatiche e flessibilissime cyber-agenzie dell’attuale Russia putiniana.

Quella propaganda era rigorosamente top-down, dall’alto in basso, mentre oggi, nell’epoca di quella che Manuel Castells ha chiamato l’autocomunicazione di massa, ogni utente-prosumer può convertirsi in un volonteroso – talvolta, inconsapevole o ignaro – ambasciatore delle menzogne a geometrie variabili apparecchiate dai persuasori occulti.

Le fake news agiscono prevalentemente sulla base di un principio comunicativo eterno, quello della ripetizione e iterazione – in genere intensificato dalla spinta (non «gentile») della denuncia di un complotto che nasconderebbe la «verità vera», vellicando la sempre più diffusa mentalità cospirativa. E si avvantaggiano dei processi di tribalizzazione e di omofilia (la tendenza a sviluppare relazioni «amicali» con i propri simili) tipici dei social, accentuati dagli algoritmi che li governano per finalità commerciali: al novero delle fake news vanno infatti ricondotte anche le inserzioni pubblicitarie personalizzate che, via Facebook, i russi hanno scaraventato di recente sugli elettori Usa.

Stiamo parlando di fake news di testo, ma sono in lavorazione programmi che consentiranno in un futuro molto prossimo di modificare i video, dalla clonazione della voce alla contraffazione delle immagini. E, a quel punto, vien da pensare, non ci sarà più fact-checking che tenga.

(Massimiliano Panarari via lastampa.it, cc-by-nc-nd)

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