Stile Impero. Verso un’Europa federale

Il futuro dell’Europa non è nella proliferazione degli stati nazionali, ma piuttosto nei raggruppamenti soprannazionali e multietnici che hanno caratterizzato la seconda metà dell’Ottocento – con la democrazia in più.

[Andrea Pipino, Voxeurop.eu] – Ha senso, nel ventunesimo secolo, avere nostalgia di un impero, anche se costituzionale, come quello austroungarico? È possibile rimpiangere il crollo di uno stato multietnico, la Jugoslavia, che di certo non fu democratico? E, più in generale, è pensabile dare una valutazione positiva di organismi statuali che per decenni abbiamo considerato come “prigioni di popoli”, in cui le specificità e i diritti nazionali erano calpestati?

Domande come queste fino a qualche anno fa sarebbero state quantomeno oziose, se non esplicitamente provocatorie. Ma alcuni spunti della cronaca internazionale – per esempio la manifestazione per l’indipendenza polacca trasformata in una marcia di fascisti e razzisti, la condanna del capo militare serbobosniaco Ratko Mladić al tribunale dell’Aja – e soprattutto la tendenza allarmante a considerare l’identità etnolinguistica o religiosa come la base della convivenza all’interno degli stati, le hanno rese improvvisamente attuali e meritevoli di una riflessione.

L’Ue come l’impero asburgico
La jugonostalgia e le fantasie kitsch sulla bellezza della principessa Sissi qui non c’entrano. Si tratta, invece, di interrogarsi su quale sia il sistema migliore per garantire, oltre allo sviluppo economico di un territorio, la libertà e la tutela dei diritti delle minoranze e una società aperta e plurale.

Come racconta sulla rivista austriaca Transit lo storico britannico Steven Beller, dal punto di vista storiografico negli anni ottanta si è diffusa ed è stata gradualmente accettata una lettura della storia imperiale, inizialmente considerata revisionista, secondo cui l’Austria-Ungheria ha offerto pace e prosperità a tutte le nazioni dell’Europa centrale, facilitando lo sviluppo politico e culturale dei piccoli gruppi nazionali. “In un’epoca democratica e antimperialista, sembra assurdo tessere le lodi di un impero”, scrive Beller, “ma l’Austria-Ungheria, almeno negli ultimi anni della sua esistenza, non era in nessun modo paragonabile agli imperi coloniali che ci vengono in mente quando pensiamo alla storia dell’ottocento”.

Il parallelo più appropriato è invece un altro, e molto più utile anche ai fini di una riflessione sull’oggi: quello con l’Unione europea. Dopo il compromesso del 1867 e la spaccatura tra il regno di Ungheria e la Cisleitania, continua Beller, “l’impero austroungarico assunse la forma di una struttura composta da due monarchie con stato di diritto e governo costituzionale, entrambe parte di una vasta zona di libero scambio, con una moneta comune e regole fiscali ed economiche condivise, da rinegoziare una volta ogni dieci anni”.

Dal punto di vista sociale, nelle aree sotto il controllo di Vienna questa struttura rese possibile l’esistenza di “identità ibride e composite” e creò uno spazio pubblico “in cui la limitatezza delle categorie nazionali poteva essere superata”. Il fermento culturale dell’Europa centrale di inizio novecento è anche figlio di questa situazione. […continua…]

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Illustrazioni: Carte satiriche

dell’Europa, 1914

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