Europa e nazionalismi. Il suicidio di Slobodan Praljak e il mito della “Grande Croazia”

Slobodan Praljak, 72 anni, morto ieri dopo aver ingerito veleno in aula all’Aja durante il processo di appello celebrato dal Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, era uno dei sei leader militari e politici croato-bosniaci condannati in primo grado nel 2013 per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra questi lo stupro e l’omicidio di musulmani bosniaci. Gli imputati erano stati accusati di aver messo in atto un’operazione di pulizia etnica per espellere i non croati da determinate aree del territorio della repubblica di Bosnia Erzegovina, da integrare successivamente – tramite, prima, semplice rafforzata cooperazione, quindi vera e propria annessione – in una “grande Croazia”.

NEL MIRINO MUSULMANI E NON CROATI

Per farlo commisero crimini nei confronti dei musulmani e di altri non-croati che comprendevano omicidi, aggressioni sessuali e stupri, distruzione di proprietà, detenzione e deportazione, recitava l’atto di accusa del tribunale ad hoc dell’Onu che li aveva condannati in prima istanza. Jadranko Prlic, Bruno Stojic, Milivoj Petkovic e Valentin Coric furono riconosciuti colpevoli di 22 capi di imputazione elencati nell’atto di incriminazione. Prlic, ex presidente del Consiglio di difesa croato e successivamente a capo del governo dell’entità autoproclamata in Bosnia negli anni della guerra, l’Herzeg-Bosnia, venne condannato a 25 anni di carcere. Gli altri tre a pene comprese tra i 16 e i 20 anni. Due di loro, tra cui Praljak, vennero assolti da alcuni capi di imputazione. Praljak, già assistente del ministro della Difesa croato, fu condannato comunque a 20 anni di carcere.

IL CASO MOSTAR

Il Tribunale, nell’atto d’accusa, si concentrava sui crimini commessi in otto municipalità, tra cui Mostar, considerata capitale della Bosnia Erzegovina. Nella maggior parte dei casi, concludeva, «i crimini non vennero commessi da alcuni soldati indisciplinati ma furono al contrario il risultato di un piano elaborato dagli accusati per allontanare la popolazione musulmana. Nel caso della storica città di Mostar, venne usata una «estrema violenza» per espellere i musulmani dalla parte occidentale della città: «I musulmani venivano svegliati in piena notte, pestati e cacciati dalle loro case, molte donne, tra cui una ragazza di 16 anni, vennero violentate» dai soldati del consiglio di difesa croato. Dal giugno 1993 all’aprile 1994 Mostar Est venne tenuta sotto assedio e la popolazione musulmana fu oggetto di bombardamenti «intensi e costanti», con molti morti e feriti tra i civili.

UNDICI ANNI DI PROCESSO

Altre testimonianze raccolte per quel processo parlavano di abusi contro i prigionieri musulmani nei centri di detenzione del Consiglio di difesa croato, dai pestaggi alle aggressioni sessuali all’uso dei detenuti per lavori forzati sulle linee del fronte. Il processo, iniziato nell’aprile 2006, vide sfilare oltre 200 testimoni, 145 dei quali chiamati a deporre dalla procura. Un aspetto importante della sentenza e del primo atto di accusa è che nell’impresa criminale, che consisteva nel voler annettere territori bosniaci alla Croazia, vennero inclusi anche l’allora presidente Franjo Tudjman e altri responsabili politici. La sentenza ha provocato una forte reazione in Croazia, dove diversi politici l’hanno definita «politica» e «iniqua». Il parlamento ha interrotto una sessione e il presidente Kolinda Grabar-Kitarovic ha sospeso la visita in Islanda per rientrare con urgenza mentre il premier conservatore Andrej Plenkovic interverrà nel pomeriggio.

(La Stampa, cc-by-nc-nd)

 


Foto: Praljak nel 2013, ICTY cc-by
Foto; il ponte di Mostar, Eelffica/CC0

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