Con Mugabe esce di scena l’ultimo ‘Padre della Patria’ dell’Africa Australe

Le dimissioni di Robert Mugabe segnano la chiusura definitiva di una lunga pagina di storia dell’Africa Australe scandita da grandi figure di ‘Padri della Patria’ che hanno guidato una decolonizzazione giunta solo negli Anni ’70 , ’80 e addirittura ’90. Nelson Mandela (SudAfrica), Julius Nyerere (Tanzania), Agostinho Neto (Angola), lo stesso Mugabe – l’ultimo a uscire di scena nello Zimbabwe – sono nomi noti al Mondo intero. Altri, Samora Machel (Mozambico), Sam Nujoma (Namibia), Kenneth Kaunda (Zambia), sono familiari soprattutto agli addetti ai lavori.

Tutti hanno un denominatore comune: decenni di prigione, di clandestinità, di lotta armata nella savana prima di traslocare nei palazzi di un potere mai senza scosse, in un’area del Mondo che è stata uno dei principali teatri periferici della Guerra Fredda. E dove i protagonisti della lotta di liberazione prima e della politica dopo si sono spesso impantanati nelle maglie strette di un nuovo ‘Grande Gioco’ tra gli Stati Uniti e l’allora Unione sovietica, con il SudAfrica bianco in funzione di contenimento della ‘minaccia’ di Mosca per conto di Washington.

Fascinose e romantiche figure di riferimento per la sinistra europea, i leader di Tanzania (Nyerere) e Zambia (Kaunda) prima, di Angola (Neto), Mozambico (Machel) e Zimbabwe (Mugabe) poi, hanno navigato in un mix iniziale di ideologia e passione diventato in alcuni casi opaco, in altri tragico, per finire nelle secche di un sogno impossibile naufragato nel disastro economico post socialista o nella deriva autoritaria.

Mugabe, l’esempio di una storia iniziata bene e finita male

Mugabe, e la sua fine ingloriosa, è l’esempio di una storia iniziata bene e finita male. La Rhodesia del premier Jan Smith era l’altro bastione bianco dell’area. Nel 1964, l’anti-colonialista Mugabe era già in galera. Ne uscì dieci anni dopo per rifugiarsi in Mozambico e da lì lanciare le incursioni della guerriglia. Plurilaureato, plurilingue, capo dell’ala paramilitare dello Zanu (Unione nazionale africana dello Zimbabwe), educato dai gesuiti e poi marxista, aveva il fascino dell’eroe intellettuale e combattente che alla fine riuscì anche a mediare ottenendo, nel 1980, l’indipendenza del Paese che divenne Zimbabwe. Ma la sanguinosa repressione degli oppositori della Zapu (Unione popolare africana dello Zimbabwe) negli Anni ’80, la disastrosa riforma agraria, le ripetute modifiche alla Costituzione per mantenere il potere ne hanno fatto un despota da manuale: corrotto, ricco tra i poveri, con una moglie rampante di 40 anni più giovane – la detestata Grace – che ne ha accelerato il declino.

Mandela, una bandiera mai ammainata e una leggenda

Fuori dagli schemi Nelson Mandela, la leggenda che ha sconfitto l’apartheid in SudAfrica e che dopo 27 anni passati nelle galere del regime segregazionista bianco non ha mai pronunciato la parola vendetta, riuscendo a conservare anche un filo di civetteria nelle camicie disegnate per lui dallo stilista ivoriano Pathe’O. Mandela ha fatto della riconciliazione il filo rosso della sua vita, riportando a pieno titolo nel sistema internazionale quel Sudafrica isolato dalle sanzioni che aveva relazioni diplomatiche solo con 25 Paesi, meno del Cile di Pinochet. Un uomo che ha sanato, anche simbolicamente, la scia di sangue lasciata da Pretoria, sposando, a 80 anni suonati, Graca Machel, vedova di Samora Machel, primo presidente del Mozambico indipendente (1975), morto nel 1986 a 53 anni in un misterioso incidente aereo la cui responsabilità è stata attribuita proprio al SudAfrica.

Samora, che non ebbe il tempo di diventare un ‘grande vecchio’

Samora non ha fatto in tempo a diventare un ‘grande vecchio’, ma il guerrigliero marxista, militante della prima ora del Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico), si guadagnò una larga stima varando il primo governo indipendente dell’ex colonia portoghese in un formato che oggi si definirebbe inclusivo: neri, bianchi, indiani, meticci. Andò male sul fronte dello sviluppo : in un Paese poverissimo, con l’economia lasciata allo sbando dai portoghesi in fuga, i piani quinquennali non potevano funzionare. E andò peggio sul fronte della stabilità interna, con l’opposizione della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana) – finanziata da Pretoria – che iniziò una guerra feroce contro Maputo: il conflitto fece un milione di morti e terminò solo nel 1992, con la mediazione italiana.

Neto, il poeta, medico, guerrigliero eroe dell’indipendenza angolana

Neppure Agostinho Neto ha avuto abbastanza da vivere per diventare un ‘patriarca’. Quanto è bastato, però, per essere consacrato l’eroe dell’Angola. Poeta, medico e guerrigliero, più volte arrestato dalla Pide (la polizia politica portoghese), leader dal 1962 dell’Mpla (Movimento popolare per la liberazione dell’Angola) e primo presidente dell’Angola indipendente, non riuscì ad evitare al suo Paese 27 anni di guerra civile. Un’altra guerra per procura di un mondo bipolare con l’Unita (Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola) di Jonas Savimbi, ‘portavoce armato’ di Usa e SudAfrica. Amico di Fidel Castro, potè salvare il governo dell’Mpla grazie ai 50.000 ‘barbudos’ inviati da Cuba, ma non riuscì ad andare oltre. Malato di cancro, morì a Mosca nel 1979.

Nyerere, il maestro che mantenne intatto il carisma

Rispettato in tutto il continente Julius Nyerere, l’integerrimo ‘mwalimu’ (il maestro), guidò nel 1961 all’indipendenza l’allora Tanganica (oggi Tanzania). Ma l’abilità oratoria e la laurea in economia all’università di Edimburgo non bastarono a garantire il successo agli Ujamaa, villaggi agricoli cooperativi all’insegna di un ‘socialismo africano’ più vicino alla Cina di Mao che all’Urss di Breznev. A metà degli Anni ’70 l’economia era in caduta libera, ma il cattolico Nyerere, che aveva garantito ospitalità e copertura a gran parte dei movimenti di liberazione dell’Africa australe, mantenne intatto il suo carisma: è uno dei pochi politici africani a non avere accumulato fortune personali grazie alla lunga leadership, alla quale rinunciò nel 1985.

Kaunda, l’ ‘umanesimo zambiano’ dell’amico di Tito

Sostenitore del Movimento dei non allineati e amico di Tito, anche Kenneth Kaunda fece del suo Paese, lo Zambia, un santuario per gli esuli e i combattenti dei Paesi vicini ma, come Nyerere, fallì nel tentativo di ‘umanesimo zambiano’, mix di socialismo e tradizione che avrebbe dovuto fare decollare il Paese e che non resse al crollo dei prezzi del rame negli Anni ’70. La crisi economica costrinse Kaunda ad accettare le durissime condizioni dei piani di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale mentre si moltiplicavano le ‘rivolte del pane’ e le pressioni per la fine del monopartitismo dell’ Unip (Partito unito dell’indipendenza nazionale). L’ex insegnante nelle missioni, passato alla militanza e divenuto il primo presidente dello Zambia indipendente, fu la vittima più illustre del processo di democratizzazione da lui avviato: dopo 27 anni di potere, nel 1991 le elezioni multipartitiche decretarono una sconfitta senza appello.

(Eloisa Gallinaro via Affarinternazionali.it)


Foto GovernmentZA cc-by
Mugabe nel 2013 con la moglie Grace

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