Il fantasma di Ratko Mladić nell’Europa di oggi

[Jacopo Zanchini, Internazionale] – Aprile 1992. Colline intorno a Sarajevo, Bosnia Erzegovina. Registrazione radio-telefono:

Qui generale Mladić”.
Sissignore”.
Non avere paura. Come ti chiami?”.
Vukasinović”.
Vukasinović, ascoltami. Bombarda la presidenza e il parlamento. Spara a intervalli lenti fino a che non ti dirò di smettere”.
Bene”.
Colpisci i quartieri musulmani, lì non vivono molti serbi”.
Va bene”.
Non devono dormire. Bombardali fino a farli impazzire”.

Sono i primi giorni della guerra in Bosnia e Ratko Mladić, comandante militare dei serbo-bosniaci, ordina al colonnello Vukasinović di sparare a tappeto su una capitale europea, Sarajevo. È l’inizio dell’assedio più lungo nella storia contemporanea: finirà solo nel febbraio del 1996, dopo 44 mesi. Almeno undicimila persone moriranno, più della metà civili. I feriti saranno più di cinquantamila.

Il 22 novembre 2017 il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia ha condannato il generale Ratko Mladić, all’ergastolo. Dopo un processo durato cinque anni, lo ha riconosciuto colpevole di dieci capi di imputazione su undici, tra cui di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Per capire l’importanza di questa sentenza, bisogna ricostruire il progetto nazionalista ideato dal presidente serbo Slobodan Milošević e trasformato in una guerra di sterminio nel cuore dell’Europa dal serbo-bosniaco Mladić.


Mladić al processo nel 2017

Ovunque c’è una tomba serba, la terra è serba”, affermavano i teorici del nazionalismo cresciuti all’ombra del primo. Mentre il secondo, animato dallo stesso fanatismo, diceva: “Ovunque è stato versato del sangue serbo, la terra è serba”. Il generale è stato l’esecutore materiale del disegno di Milošević della Grande Serbia, cioè di quel progetto (tragicamente fallito) di riunificare tutti i serbi in un unico stato. Il che prevedeva di annettere anche i territori della Croazia e della Bosnia Erzegovina dove vivevano anche dei serbi.

Un conflitto contro i civili

Per farlo, secondo Milošević e Mladić, bisognava “ripulire” queste zone – in particolare quelle al confine con la Serbia – per avere la continuità territoriale, attraverso una campagna di sterminio, deportazione e terrore contro i non serbi. La morte dei civili o l’espulsione delle popolazioni durante la guerra in Bosnia Erzegovina non erano un danno collaterale: erano il principale obiettivo del conflitto. “Dalla notte dei tempi, le frontiere sono sempre state tracciate con il sangue”, amava sostenere Mladić, per motivare le sue truppe nella guerra contro “gli ustascia” e “i turchi” (come chiamava rispettivamente i croati e i musulmani di Bosnia). Il suo obiettivo era “unire tutte le terre serbe da Knin a Belgrado, passando per Banja Luka e Sarajevo”, come ha dichiarato nel 1995.

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Sarebbe un insulto a tutte le vittime, vive o morte, e un affronto alla giustizia decidere una condanna diversa rispetto a quella più severa secondo il diritto: l’ergastolo”, ha detto in aula il procuratore del tribunale Alan Tieger. “Nessuno può neanche immaginare la quantità di sofferenze di cui è responsabile Ratko Mladić”. […continua…]

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Foto icty cc-by

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