L’Europa trema dinanzi all’instabilità in Germania

Il segnale chiaro che la situazione stava precipitando è arrivato nelle cancellerie europee venerdì scorso. A Goteborg c’erano i capi di Stato e di governo dell’Ue per il summit dedicato all’Europa sociale. Angela Merkel era la grande assente. E il governo tedesco non ha mandato nessuno a sostituirla.

Una spia che ha fatto capire a tutti lo scenario: l’Ue dovrà attendere Berlino ancora a lungo. Quel «vento in poppa» evocato da Jean-Claude Juncker nel suo Stato dell’Unione a settembre si è nettamente affievolito. I progetti di rilancio, congelati fino a gennaio dopo il voto tedesco, resteranno nel freezer ancora a lungo. E in questo, secondo diplomatici e analisti, c’è un’incognita. Risponde al nome di Emmanuel Macron: davvero lo scalpitante presidente francese è disposto ad attendere Berlino?

Certamente lo scenario peggiore per Bruxelles è il ritorno al voto. Nessuno lo vuole, perché il timore di un boom della destra dell’Afd – sottostimata prima dell’ultimo scrutinio – è considerato reale. La soluzione preferita sarebbe quella di un ritorno della Grande Coalizione tra Cdu e Spd, ma in pochi ci sperano. Il male minore, dunque, resta il governo di minoranza.

Le parole del portavoce della Commissione Ue puntano in quella direzione. “Rispettiamo pienamente le procedure costituzionali in Germania, in particolare l’articolo 63, paragrafo 4”. Esattamente quello che fa riferimento all’ipotesi di un governo di minoranza. Per Juncker è infatti necessario garantire “stabilità” (che vuol dire evitare il ritorno al voto) e “continuità” (il che vorrebbe dire Angela Merkel ancora nella sua posizione). Ma questo comporta comunque un primo problema, inevitabile. E apre le porte a un rischio.

Il problema lo spiega bene Halbe Zijlstra, ministro degli Esteri olandese. «Che la formazione del governo tedesco richieda un po’ più di tempo è certamente una brutta notizia per l’Europa – spiegava ieri da Bruxelles -. La Germania è un Paese molto influente nell’Ue e sarà difficile prendere decisioni forti» senza un governo pienamente in carica a Berlino. L’Agenda fissata dai leader al Consiglio europeo puntava a un accordo globale “entro giugno” su due riforme fondamentali: quella sull’Unione economica e monetaria e quella sul diritto d’asilo. Se va bene, ora la scadenza andrà rinviata di almeno sei mesi.

E non è detto che tutto andrà a gonfie vele, perché un governo di minoranza viene comunque visto come fonte di insidie e instabilità. Qui arriva il rischio. «Nuove elezioni non sono desiderabili. Se non c’è il consenso per costruire una coalizione – notava ieri da Bruxelles Joerg Schelling, ministro delle Finanze austriaco -, l’unica opzione è un governo di minoranza. Cosa che di solito porta a nuove elezioni».

E quindi? Nel frattempo che farà l’Europa? Parigi sta alla finestra: «Ci auguriamo che il nostro principale partner sia stabile e forte per andare avanti insieme» fanno sapere dall’Eliseo. Ma con una puntualizzazione: «Questa situazione non fa altro che rafforzare la necessità per la Francia di prendere l’iniziativa e lavorare a favore di un ambizioso progetto europeo». Cosa vuol dire? «Per riformare l’Ue – nota Olaf Böhnke, analista di Rasmussen Global – Macron dovrà decidere se attendere Berlino o iniziare a costruire una sua coalizione». Alternativa al fin qui intoccabile asse franco-tedesco.

(Marco Bresolin via lastampa.it, cc-by-nc-nd)


Foto Andrew cc-by-nc-nd

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