Una statua di Bud Spencer a Budapest

È dei giorni scorsi la notizia che a Budapest è stata inaugurata una statua dedicata a Bud Spencer, morto il 27 giugno dell’anno scorso a Roma. Un evento senza dubbio particolare, che ci porta a riflettere sulle origini e sui meccanismi che portano un personaggio locale a diventare universale.

Non è la prima volta che un italiano diventa famoso all’estero, la Pausini in Sudamerica è probabilmente considerata più che in Italia e lo stesso vale per Albano o Toto Cutugno, che in Russia e nell’ex blocco sovietico sono intoccabili come Bruce Springsteen, ma parliamo comunque di fenomeni differenti, che escono dai nostri paesi per motivi diversi. La Pausini può contare su canzoni tradotte e una forte base di emigranti, mentre in Russia è sempre forte il mito della canzone italiana di venti o trent’anni fa, grazie al fatto che il Festival di Sanremo fu una delle prime trasmissioni estere a superare nel 1983 la cortina di ferro, dopo la morte di Breznev.

E allora la statua di Bud Spencer? O il fatto che quando è morto lo hanno pianto praticamente tutti, dalla Cina all’Iran, passando per gli Stati Uniti e in Germania stavano per chiamare un tunnel come lui?

bud spencer

In parte anche per lui l’affetto si basa sul blocco sovietico a tutto ciò che faceva parte degli Stati Uniti (per non parlare della sua carriera da nuotatore e pallanuotista, sport molto sentito in Ungheria).

I film di Trinità erano l’unico tipo di Western consentito in Ungheria e questo ha contribuito enormemente alla sua fama, ma c’è di più.

La spiegazione sta forse nel suo essere un personaggio trascendentale, che si ancorava per certi versi una tradizione classica che non pensava neppure di incarnare. I suoi personaggi erano la versione moderna dei classici forzuti da peplum, però con la pancia e la barba, ma volendo possiamo scavare più a fondo.

Non bisogna essere esperti di religioni monoteiste per notare che in quasi tutti i Pantheon del mondo c’è una divinità corpulenta, dal carattere allegro, che però non dev’essere fatta arrabbiare. Pensiamo a Ganesh, che pur essendo un dio-elefante con una discreta pancia era anche un ottimo guerriero, all’iconografia di Maui nel recente Oceania o a mole figure della mitologia norrena, perfettamente a loro agio sia a tavola che sul campo di battaglia.

Forse inconsciamente Bud Spencer richiamava a questo genere di personaggi, era il gigante buono da non disturbare, quello che incassava ogni colpo senza battere ciglio e poi ti dava una mazzata in testa così forte da farti svenire. Quello che entrava in una casa e tutti volavano fuori dalle finestre, mentre tu sentivi solo rumore di schiaffi. Potrà sembrare un parallelismo assurdo, ma molte figure sono così radicate nel nostro immaginario che le riconosciamo subito e siamo istintivamente portati a celebrarle. Allo stesso modo Terence Hill prima di diventare un prete detective era il classico “trickster”, il personaggio scaltro, quasi infido, che non potendo contare sulla forza bruta ce la fa con il fascino, l’inganno e la furbizia.

Senza dubbio Bud era l’archetipo di una forza benigna, forse un po’ lenta e ingenua, ma che sapeva distinguere il bene dal male, i buoni dai cattivi e sapeva come trattare con questi ultimi. Era insomma la versione positiva del farsi giustizia da soli, una giustizia in cui in fondo anche i cattivi erano solo un po’ storditi, senza una goccia di sangue.

Forse tutto questo ha permesso alla sua figura di superare ogni confine geografico: parlava poco, menava tanto e menava giusto e lo faceva senza mosse di arti marziali spettacolari, ma usando semplicemente due mani grandi come vanghe, il che lo rendeva più umano, poco extra e molto terrestre.

(Lorenzo Fantoni via Wired, cc-by-nc-nd)


Foto in alto: Elekes Andor cc-by-sa

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