Venticinque anni fa la morte di Alexander Dubček

Il politico slovacco Alexander Dubček, che fu per un breve periodo presidente del Partito Comunista Cecoslovacco, è stato ricordato ieri in Slovacchia nel 25esimo della sua morte, il 7 novembre 1992, mentre era presidente del Parlamento federale cecoslovacco, a causa delle ferite riportate in un incidente d’auto sull’autostrada mentre viaggiava tra Praga e Bratislava. La morte di Dubček, che allora aveva 70 anni, è tuttavia secondo la famiglia tutt’ora avvolta nel mistero. I figli non si sono accontentati della verità ufficiale, che parlava di un incidente, e chiesero ulteriori accertamenti. Ma l’esame della vettura, una BMW, che la casa automobilistica si era detta disponibile a valutare insieme all’Università Tecnica Ceca di Praga, non fu consentito. Secondo gli investigatori l’auto andava a 110 all’ora in un tratto di autostrada che avrebbe permesso velocità ben piì sostenute, e i figli sostengono di non aver mai potuto vedere le carte dell’inchiesta. Il figlio Pavol disse più volte di telefonate anonime e silenziose ricevute nel corso degli anni e di diversi inviti a non proseguire con la richiesta di ulteriori inchieste per la morte del padre.


Foto Vladimir Benko

Nato il 7 novembre 1921 nel villaggio di Uhrovec (regione di Trenčín), curiosamente nella stessa casa dove due secoli prima era nato un’altro eroe slovacco, Ľudovít Štúr, Dubček fu riformatore del Partito Comunista quando il 5 gennaio 1968 fu eletto segretario generale. Nei mesi seguenti egli cominciò a fare concessioni e liberalizzare moderatamente la società cecoslovacca, cosa che ai leader comunisti di Mosca non andava a genio, temendo la rottura del Patto di Varsavia. Il famoso “socialismo dal volto umano” di Dubček, che intendeva attenuare gli aspetti totalitari del partito, fece nascere una stagione di aperture e speranza chiamata “Primavera di Praga”, oggi conosciuta anche come “Primavera cecoslovacca”, che ebbe gran sostegno da parte della popolazione. Nonostante le molte rassicurazioni a Mosca sul fatto che la Cecoslovacchia non avrebbe lasciato il Patto di Varsavia, Breznev decise di inviare truppe sovietiche, cui si aggiunsero gli eserciti di altri membri del Patto di Varsavia per invadere la Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e 21 agosto 1968. Dubček fu arrestato e tradotto a Mosca con il suo governo.


Con Breznev

Le riforme furono fermate e fu introdotto un periodo di “normalizzazione” e censura, che pochi mesi dopo portò lo studente Jan Palach a un atto di protesta estrema. Il giovane si diede fuoco in piazza San Venceslao a Praga, morendo pochi giorni dopo, il 19 gennaio 1969. Anche il suo funerale, cui parteciparono centinaia di migliaia di persone, fu una grande manifestazione di protesta della popolazione contro il regime in atto.

Liberato dopo “colloqui” a Mosca, Dubček fu prima inviato in Turchia come ambasciatore (1969-1970), mentre i famigliari erano trattenuti in Cecoslovacchia (“in ostaggio”, dicono i figli), e poi espulso dal Partito comunista e mandato a lavorare come operatore forestale. Solo nel 1988 Dubček, che in Occidente era sempre rimasta una figura popolare, ritornò a farsi vedere in pubblico quando l’Università di Bologna, dopo diverse traversie, riuscì a portarlo in Italia per una laurea honoris causa.


Dubček  e Havel © Justin Leighton, 1989


Quando l’anno successivo il regime cadde, i giovani dimostranti lo presero come simbolo di liberazione dal comunismo. Fu eletto presidente del Parlamento federale mentre il dissidente Vaclav Havel diveniva presidente della nuova Repubblica democratica. Secondo alcuni, i due si accordarono per spartirsi le due cariche, appoggiandosi l’un l’altro, anche se Dubček avrebbe voluto diventare presidente. I due, uno slovacco e uno ceco, furono concordi nel difendere l’integrità della Cecoslovacchia e decisamente contrari alla sua divisione in due paesi, cosa che però avvenne nell’estate del 1992 tra i due capi di governo Meciar e Klaus.

(Red)

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