Crescita economica: il cappio dell’Europa

Negli ultimi mesi, anche gli economisti del FMI (Fondo Monetario Internazionale) si dimostrano critici nei confronti delle politiche di austerità imposte dai trattati europei, sottolineando l’importanza di una spinta ai salari e ai consumi per invertire la rotta di una possibile recessione, laddove le manovre monetarie non hanno sortito gli effetti sperati.

Nel riconoscere con il termine “Neoliberismo” la spinta alla deregolamentazione delle economie di tutto il mondo, l’apertura dei mercati finanziari con la globalizzazione dei capitali e degli scambi, si delineano delle politiche che hanno favorito le élites mondiali: ciò ha determinato la progressiva crescita delle disuguaglianze, attraverso la criminalizzazione dell’intervento degli Stati sovrani nella gestione dell’economia, con il disfacimento dei sistemi di welfare e con la distruzione della piena occupazione come diritto fondamentale delle principali costituzioni europee.

Nel periodo dell’euro, dal 2000 al 2016, la Grecia ha sperimentato la maggiore riduzione del Pil reale rispetto a qualsiasi paese del mondo e il terzo peggior tasso di crescita economica. Gli effetti negativi dell’euro non si limitano alla sola Grecia: l’Italia è al quarto posto come peggior crescita economica, con una crescita dell’1%, a poca distanza dal Portogallo, che si piazza come peggior sesta economia, con un tasso di crescita del 3%.

Spesso dai media abbiamo sentito che la colpa è attribuibile all’opulenza e alla scarsa produttività dei “paesi latini”, ma a vedere le peggiori 25 economie del mondo troviamo con sorpresa altri sette paesi dell’area euro, come la GermaniaFrancia e Finlandia.

Ai leader europei potremmo contestare che le loro riforme hanno fatto peggio, nel caso della Grecia, di un dittatore di 93 anni, come è accaduto nello Zimbabwe, o dello Yemen martoriato dalla guerra.

Il risultato degli ultimi 17 anni per Italia, Grecia e Portogallo è stato peggiore di quelli dell’Iraq pluri bombardato, dell’Ucraina o del Sudan, di certo tutte nazioni che hanno vissuto guerre e lacerazioni terribili.

Al di fuori dell’area euro, nonostante la grave crisi del 2008 e la successiva recessione mondiale, i numeri sono totalmente differenti, con il lento Giappone che è cresciuto del 13%, la Svizzera del 31%, il Regno Unito del 32%, gli Usa del 33%, per finire con l’Australia e Cina con, rispettivamente, il 59%  e 325%.

Sebbene la crescita economica non rappresenti da sola la salute di un paese e di un’economia, di certo senza crescita la problematica della distribuzione della ricchezza e dei diritti si fa impensabile, alla stessa stregua di un paese in un periodo di guerra lungo venti anni.

Forse è ora che si mettano in discussione i leader e le élites che hanno provocato questo dissesto, per evitare che sondaggisti e giornalisti raccontino di populismi e ricorsi storici.

(Gianluca Di Russo, Italiani.net)


Foto Chris Goldberg cc-by-nc

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