Cento anni dopo Caporetto, una riabilitazione di Cadorna

La battaglia di Caporetto fu un momento chiave della prima guerra mondiale. Combattuta tra il Regio Esercito italiano e le forze austro-ungariche appoggiate da grossi rinforzi di truppe tedesce liberatesi dal fronte russo, iniziò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917. Rappresentò la più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano, tanto che ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa. Gli austro-ungaro-tedeschi sfondarono le linee italiane impreparate a una guerra difensiva e provate dalle precedenti undici battaglie dell’Isonzo, e le truppe italiane dovettero ritirarsi per 140 chilometri fino al fiume Piave. La disfatta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna, che in un famigerato “bollettino del 28 ottobre” imputava alla viltà di alcuni reparti le responsabilità della sconfitta, con Armando Diaz. Le unità italiane si riorganizzarono e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva battaglia d’arresto sul Piave, riuscendo a difendere a oltranza la nuova linea difensiva su cui aveva fatto ripiegare Cadorna. Nei quindici giorni della battaglia di Caporetto (oggi Kobarid, in Slovenia) morirono oltre 11.000 soldati italiani, 30.000 feriti e 265.000 prigionieri. Almeno 250.000 furono gli sfollati costretti a lasciare in fretta e furia le terre friulane sotto l’invasione austro-tedesca. (fonte).

[Andrea Cionci, La Stampa] – Caporetto la grande disfatta, e il generale Luigi Cadorna il grande colpevole. A cento anni dalla battaglia rimasta nella memoria collettiva come uno dei simboli della Grande Guerra (l’attacco fu sferrato alle 2 del mattino il 24 ottobre 1917), la rilettura delle carte – alcune inedite – ci permette di guardare alla storia e al personaggio in un’altra prospettiva: il Generalissimo piemontese, d’altra parte, si prestava bene a fare da catalizzatore per lo choc che seguì i combattimenti feroci di quei giorni e la sconfitta italiana. Lo sguardo altero, i baffi alla guglielmina, la rigidità nel portamento componevano una figura lontanissima dall’affabilità ispano-partenopea del Maresciallo Diaz, suo successore alla guida delle truppe italiane dopo Caporetto.

L’opinione del nemico su Cadorna

I più importanti comandanti austroungarici ebbero parole di ammirazione per Cadorna, e furono estremamente sollevati dalla sua destituzione. Ecco cosa scriveva il generale austroungarico Alfred Krauss: “Fu il più grande e il più importante nemico dell’Austria. L’uomo che ci aveva martellato con undici battaglie offensive e che, metodico come era, avrebbe continuato a martellarci dopo Caporetto, era eliminato. E ciò costituiva per noi un notevole vantaggio. Se gli avversari non gli avessero strappata la palma della vittoria, egli avrebbe rotto sicuramente il fronte ed occupata Trieste”.

Il maresciallo Conrad von Hotzendorff, che fu il Capo di Stato Maggiore dell’esercito austro-ungarico, giudicò Cadorna con parole ancor più lusinghiere: “Fu un Comandante eccellente e un ottimo organizzatore. La sua opera di organizzazione delle Forze italiane va ammirata. Egli è un tenace e prudente uomo; perciò uomo metodico. Tutto quanto si pone in mente, vuole raggiungere ad ogni costo. I suoi meriti verso l’Italia sono grandi. Cadorna, come un vecchio leone, prima di cadere, ci ha sferrato una tremenda zampata sul Piave. Egli ha saputo rianimare gli Italiani e noi abbiamo assistito ad un fenomeno che ha del miracoloso. Gli Italiani si sono riavuti con una rapidità inattesa e combattono con grande valore”. A proposito di Caporetto, Conrad scrisse alla moglie: “Se Dio vuole, Cadorna è stato eliminato dalla carica di Comandante italiano. Siamo riusciti a rovesciarlo e questo è forse il maggior vantaggio conseguito da tutta l’operazione”.

La tattica delle spallate

L’esercito italiano, tranne la parentesi di Caporetto, fu sempre all’offensiva. Gli attacchi (le famose “spallate”) nei quali caddero migliaia di nostri soldati, non erano frutto di un’ostinazione cieca e brutale, erano stati esplicitamente richiesti dall’Intesa nelle Conferenze Interalleate di Chantilly nel quadro di una strategia generale che andava oltre l’interesse diretto dell’Italia: il nostro esercito era infatti obbligato a una funzione secondaria, quella di impedire che le forze austriache potessero travasarsi sul fronte occidentale considerato (dai franco-britannici) il principale.

Ogni volta che i tedeschi attaccavano in Francia, l’Italia doveva attaccare gli austriaci per tenerli impegnati. Fu un accordo svantaggiosissimo: gli austroungarici erano arroccati su delle posizioni naturalmente forti, in un situazione che favoriva la difesa, mentre gli italiani non avevano forze sufficienti. Cadorna doveva eseguire le direttive della politica, anche vista la dipendenza dell’Italia dai suoi alleati in ordine ai rifornimenti. Inoltre, il generale era continuamente incalzato dal Governo affinché gli portasse qualche vittoria eclatante per poter pacificare l’opinione pubblica interna, largamente contraria alla guerra. In una lettera di Bissolati alla figlia di Cadorna si legge: “Dica a suo padre che ci dia una vittoria!”. Anche il Comandante asburgico dell’Armata del Carso, Svetozar Boroevic confermava: “Cadorna possiede in alto grado acume e talento militare, ma le sue decisioni sono influenzate dalla politica e sono subordinate alla considerazione che occorra offrire qualcosa al popolo per accontentarlo”.

Quegli attacchi così sanguinosi della prima parte della guerra non furono, però, inutili: fu proprio grazie alle spallate di Cadorna del ’15-‘17 che l’Esercito asburgico fu logorato moralmente e fisicamente tanto che poi, a Vittorio Veneto, nel ’18, si poté vincere facilmente un nemico che, spintosi troppo avanti in territorio italiano, allo stremo delle forze e delle risorse, “risalì in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza”.

La libretta rossa e l’attacco frontale

Alla libretta rossa “Attacco frontale ed ammaestramento tattico” (la direttiva che guidava le operazioni italiane) diramata da Cadorna nel febbraio 1915 è stato imputato il fallimento di quasi tutte le offensive italiane nel 1915-‘17 con il loro largo ed eccessivo costo in vite umane. L’attacco frontale era l’unica tattica che si potesse utilizzare sia per la conformazione del territorio, sia per le lunghissime trincee (650 km) che erano state scavate da entrambi gli eserciti. Attaccare di lato era semplicemente impossibile, tanto che nessun esercito trovò una soluzione pratica per superare il trinomio fatale trincea-reticolati-mitragliatrici almeno fino alla creazione dei reparti d’assalto, poi copiati (e migliorati) dagli italiani.

L’unica via possibile era – per tutti – concentrare un pauroso fuoco di artiglieria in un unico punto dello schieramento avversario e, subito dopo, una volta aperto un varco fra i reticolati, irrompere con la fanteria. “Tranne casi eccezionalissimi – prescriveva Cadorna – la fanteria non può arrivare a sferrare l’assalto se prima l’artiglieria non abbia spianata la via, spezzando, coll’impeto e la massa del suo fuoco, ogni resistenza avversaria nella zona d’irruzione”. Il fallimento delle offensive italiane nel 1915 fu dovuto alla scarsità di artiglierie medie e pesanti e all’impossibilità di aprire nei reticolati varchi sufficienti per distruggere le trincee ed i ricoveri avversari.

I comandanti silurati

Cadorna è stato criticato duramente sia perché i soldati venivano mandati all’attacco nonostante gli scarsi risultati sia per le continue destituzioni di comandanti nelle forze italiane, i “siluramenti” di cui s’è discusso a lungo. Cadorna non poteva gestire direttamente 650 km di fronte, spesso i suoi generali non seppero o non vollero uniformarsi alle sue direttive. Le interpretazioni troppo elastiche emergeranno in modo drammatico a Caporetto (ma non solo) con la quasi-insubordinazione del generale Capello. Se è vero che con la destituzione facile dei suoi sottoposti Cadorna aveva instaurato un clima di timore fra gli ufficiali, che in alcuni casi condusse a fenomeni di piaggeria o di insincerità, l’epurazione dei comandanti incapaci che mettevano a rischio la vita dei soldati, quelli che Emilio Lussu tanto criticava in “Un anno sull’altipiano” era inevitabile. Nonostante le molte critiche fatte a Cadorna, dei 206 generali e alti ufficiali destituiti (tra i quali appena una decina ascrivibili direttamente al generale) solo 13 furono riabilitati dopo la guerra.

Gli aggiornamenti del generale

Se si è parlato a lungo della famigerata libretta rossa, peraltro, non si possono dimenticare le numerose circolari che furono emanate da Cadorna per aggiornarla. Alla fine del 1915, ad esempio, vista l’insufficienza dell’artiglieria, Cadorna ordina di cambiare tattica e di ricorrere a sistemi tipici della guerra d’assedio: si scavano trincee per avvicinarsi al coperto alle linee nemiche e ridurre il tratto di terreno scoperto da percorrere per l’assalto. Fu una avanzata metodica e lenta, che ridusse le perdite e consentì, ad esempio, agli italiani di avvicinarsi ai principali caposaldi nemici del campo trincerato di Gorizia.

Ponte ferroviario sull’Isonzo bombardato vicino a Gorizia

“Le truppe dovranno evitare con cura di scoprirsi – raccomandava Cadorna in una circolare – laddove il terreno o la sua copertura non costituiscano valido schermo si avanzerà nottetempo; l’avanzata dovrà, ove occorra, essere protetta mediante lavori da zappa: si costruiranno camminamenti coperti da una posizione all’altra e si rafforzerà ogni nuova posizione con trinceramenti”.

Sempre per risparmiare vite, Cadorna mutuò dalla guerra d’assedio le gallerie da mine, scavate nel terreno fin sotto le posizioni avversarie che venivano poi fatte saltare in aria con quintali di esplosivo: tali opere non comportavano scontri diretti fra i soldati. Alla fine del 1916, Cadorna cambia tattica, ancora una volta. Constatato che dopo le offensive italiane le riserve nemiche accorrevano nel settore minacciato, ordina l’interruzione degli attacchi dopo i primi assalti ed il consolidamento del terreno conquistato, senza spingere oltre i reparti o insistere in attacchi falliti in precedenza.

La disciplina

All’entrata in guerra, il Regio Esercito non era preparato ad affrontare una sfida come quella della Grande Guerra. L’addestramento dei soldati era scarso: istruzione al tiro con fucile e al lancio di bombe a mano, qualche nozione su come sfruttare il terreno per ripararsi e su come coordinarsi con il fuoco di copertura. Fine. La mancanza di addestramento aveva comportato un elevato numero di perdite e la severa disciplina fu voluta da Cadorna proprio con l’intento di addestrare “a tappe forzate” le truppe italiane secondo un principio che potrebbe essere riassunto con la vecchia frase: “più sudore in allenamento, meno sangue perso in battaglia”. Come notava ancora il comandante avversario Boroevic, ammirando l’adattabilità di Cadorna “ultimo arrivato” nel conflitto: “I soldati italiani sono migliorati presto e si deve per debito di onore riconoscere che essi assaliscono ora con grande valore e grande slancio”.

Da non dimenticare che le nostre truppe si trovavano sottoposte a una enorme pressione psicologica, dovuta agli orrori di una guerra “industriale”. E’ vero che i buoni ufficiali non hanno bisogno di usare le punizioni perché comandano con il carisma, ma Cadorna aveva ereditato i quadri dal vecchio esercito e non era in grado di far loro “cambiare stile” in poco tempo. E non voleva rischiare quanto sarebbe poi accaduto in Francia, dove, nel ’17, dopo la fallita ”offensiva Nivelle” si ammutineranno metà delle divisioni sul fronte occidentale, né quanto sarebbe avvenuto in Russia, nello stesso anno, quando la Rivoluzione di ottobre avrebbe fatto saltare il banco consegnando la vittoria (temporanea) ai tedeschi.

Le condizioni di vita dei soldati

Circa le condizioni di vita dei soldati, Cadorna chiese continuamente fondi per migliorarle, ma il Governo gliele rifiutò. Il ministro dell’Interno Vittorio Emanuele Orlando, del quale Cadorna fu aperto avversario, gli negò persino i soldi per comprare le pinze tagliafili necessarie per superare i reticolati. Il massimo che poté fare Cadorna fu quello di raccomandare, nelle varie circolari, che i soldati vivessero il più possibile nelle gallerie scavate nelle montagne e che trascorressero nelle trincee il tempo strettamente necessario prima degli assalti. Predispose anche prefabbricati in legno per alloggiare i soldati nelle retrovie. Ritenere che un generale della sua esperienza e preparazione, unanimemente riconosciute, ignorasse l’indispensabile, basilare obbligo di un comandante, quello di badare al benessere dei soldati, è un’interpretazione quanto meno superficiale.

Le fucilazioni

Le fucilazioni non furono decise da Cadorna, ma dalla giustizia militare in base al Codice penale militare di guerra (votato dal Parlamento) e non punirono solo episodi di ammutinamento per codardia davanti al nemico. Era la prassi comune, all’epoca, in tutti gli eserciti. In tutta la guerra, le fucilazioni ordinate con regolare sentenza verso soldati italiani furono 750 e tra questi vi erano anche stupratori e saccheggiatori. Le fucilazioni sommarie ordinate sul posto dagli ufficiali, anch’esse contemplate dal Codice, furono circa 300, almeno secondo gli atti del convengo di Rovereto del 2015. L’esercito contava cinque milioni di uomini e la guerra costò all’Italia circa 600 mila caduti.

I francesi, per quanto provvisti di un esercito più numeroso, e con un anno in più di guerra, fucilarono circa 900 soldati attraverso processi regolari. Dei fucilati dell’esercito austro-ungarico, per disciplina ben più rigido di quello italiano, non si hanno numeri precisi: si ricorreva all’esecuzione sommaria con molta facilità. In una cultura come quella di oggi, nella quale l’individuo è messo al centro, risulta certamente difficile comprendere il clima di un secolo fa, una società nella quale la vita del singolo era sempre in secondo piano rispetto all’interesse della collettività. E del resto si combatteva una guerra mondiale.

Le truppe d’assalto

I primi a trovare un nuovo escamotage efficace per superare la stagnazione della guerra di trincea furono i tedeschi che, con le loro Stosstruppen (truppe d’assalto) crearono piccoli gruppi di uomini ben addestrati. Comandati da ufficiali di grande qualità e dotati di autonomo potere decisionale, queste unità irrompevano a sorpresa nelle trincee nemiche conquistandole direttamente con audaci colpi di mano.

Leggi anche:
La Caporetto inedita: una sconfitta che salvò l’Italia e l’Intesa

Gli austriaci seguirono l’esempio tedesco e anche i Comandi italiani crearono i reparti degli Arditi. Questo avvenne con un certo ritardo perché drenare gli ufficiali migliori per affidare loro il comando di queste unità di elite, voleva dire spogliare l’intero Esercito che, come già visto, presentava non poche lacune nel suo direttivo. Anche qui, la decisione di Cadorna di appoggiare l’introduzione degli Arditi prova che il Generale era aperto alle nuove soluzioni. Gli Arditi furono una versione migliorata delle Stosstruppen: seppero fare del senso elitario, dello spirito di corpo, un elemento portante e dirompente.

Lapide nel sacrario di Caporetto – Kobarid

Il bollettino del 28 ottobre

Secondo la vulgata tradizionale, Cadorna rifuggì vilmente la responsabilità di Caporetto scaricandola sui soldati. Nulla di più distorto. Il bollettino del 28 ottobre ’17 recita: “La mancata resistenza di reparti della II Armata, vilmente ritiratisi senza combattere, ignominiosamente arresisi al nemico o dandosi codardamente alla fuga, ha permesso alle forze austrogermaniche di rompere la nostra ala sinistra del fronte Giulia”. La parola “reparti” fa cenno alla responsabilità dei comandanti (e non alla truppa) della II Armata che secondo i rapporti dei Carabinieri, effettivamente, risultavano essersi arresi. In ogni caso, il bollettino proseguiva con una parte che non viene mai citata: “Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria… il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra dà affidamento al comando supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere”. Il ruggito di Cadorna verso alcuni ufficiali, voleva essere di sprone per l’esercito e identificava i motivi di quel disastro.

In pochi sanno che i veri autori del bollettino erano stati i ministri Bissolati e Giardino. Dato che si era diffuso il messaggio pacifista “gettate le armi, la guerra è finita” i politici stabilirono che fosse necessario un “colpo di frusta morale” all’esercito per evitare che il fenomeno si estendesse ad altri reparti. Quindi decisero e approvarono quel bollettino che fu poi presentato a Cadorna come ultimo firmatario. Molto probabilmente i politici prevedevano anche l’effetto che avrebbe avrebbe avuto su Cadorna e che avrebbe reso più facile il siluramento del comandante. Questa interpretazione malevola del bollettino fu usata anche dalla propaganda austriaca con dei volantini: “Italiani! Il vostro generalissimo vi disonora, v’insulta per discolpare sé stesso”.

L’interpretazione giunta fino a oggi, secondo cui uno spaurito Cadorna avrebbe tentato di scrollarsi di dosso le responsabilità della sconfitta dando la colpa ai soldati, cozza con la condotta che lo stesso generale tenne successivamente durante la battaglia d’arresto del Piave. D’altra parte su questo punto Cadorna fu pienamente assolto dalla Commissione d’Inchiesta.

(Andrea Cionci via lastampa.it, cc-by-nc-nd)


Foto: wikiwikiwiki, wiki, wiki, wiki/CC0

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