I Cuccioli del Califfato, programmati per la morte

L’orrore si è manifestato tra le rovine di Mosul. Le immagini dei bambini uccisi e feriti non sono mancate in questi anni, ma il loro dramma è stato evidente a tutto il mondo solo dopo la conquista della capitale irachena del sedicente Califfato. Il racconto dei temibili soldati delle forze d’èlite irachene che si commuovono prendendo in braccio un bambino che vagava con una cintura esplosiva tra le macerie della seconda città dell’Iraq ha fatto il giro del mondo. Questo l’incubo che ricostruisce nel suo nuovo libro “Cuccioli del Jihad” (e-letta edizioni digitali, euro 4,90) il giornalista e saggista Maurizio Piccirilli. Un e-book in uscita in questi giorni di cui anticipiamo un capitolo.

L’educazione è propedeutica all’impegno pratico. Il Daiwan ha previsto tutto. Quelli che da noi vengono chiamati stages, nelle terre del Califfato sono veri e propri lavori. Anche retribuiti. Ma con alcune differenze sostanziali. Privilegiati sono i figli dei combattenti stranieri e di quelli dei fedelissimi. Finito l’apprendimento sui banchi di scuola e l’addestramento militare, i cuccioli del jihad entrano a far parte a vario titolo delle milizie a seconda delle attitudini. Il training è duro, le piccole reclute vengono trattati come adulti. Marce, flessioni, esercizi fisici fino allo stremo. Ogni fase viene scandita al termine con il grido urlato all’unisono “Takbir” “Allah è più grande di ogni cosa” o con il più diffuso “Allah u Akbar”. L’introduzione all’uso delle armi da fuoco segue tutti i passi di un addestramento militare che si rispetti. I futuri combattenti del Califfato imparano a smontare pistole e fucili e quindi passano alle lezioni di tiro. Al termine della formazione alcuni di loro sono impiegati come spie che operano all’interno del Califfato per smascherare traditori e coloro che violino le leggi imposte dal Daesh.


Bambini a Mosul appena liberata

I bambini si trasformano in delatori di tutti coloro che mostrino atteggiamenti ritenuti blasfemi e diabolici. Nel mirino omosessuali, donne che non indossano il velo, adulteri. Persone che ascoltano musica proibita o si intrattengono a guardare le partite di calcio in televisione. I bambini-spia hanno il compito di sorvegliare i loro coetanei, quelli che non hanno ricevuto un’educazione appropriata secondo le direttive del Daiwan, controllando che non assumano atteggiamenti irriguardosi, come indossare magliette delle squadre di calcio europee, o che non trascorrano il tempo a giocare con videogiochi vietati. Nel Califfato sono infatti autorizzati solo i videogame in cui i protagonisti sono i mujaheddin. Ce ne sono molti dove lo scontro è tra i palestinesi e i soldati israeliani o altri dove si devono distruggere più città americane. I bambini ritenuti più svegli e intraprendenti sono destinati a operazioni di spionaggio nei territori nemici.

Nessuno fa troppo caso a un bambino, e che può quindi reperire informazioni importanti che consentano alle milizie del Califfo le strategie più appropriate. Ma molti sono impegnati in battaglia. Sono stati plasmati per uccidere e morire. La loro determinazione è frutto dell’educazione ricevuta. Spesso i generali del Daesh usano i bambini per azioni suicide contro le postazioni nemiche. La loro mente è stata programmata per questo destino… Con queste premesse i bambini, istruiti a dovere secondo i santi principi del Corano e della Sharia, addestrati all’uso delle armi vengono inseriti negli squadroni della morte, in prima linea a combattere con armi più grandi di loro che hanno imparato a maneggiare con disinvoltura. Ci sono filmati dove si vedono bambini sparare con mitragliatrici pesanti contro le postazioni delle forze di sicurezza irachene, durante l’attacco nella raffineria di Baiji. Un battaglione di 140 ragazzi di età inferiore ai 18 anni è stata impiegata dal Daesh nella lunga battaglia di Kobane. Un gruppo consistente di ragazzini ha costituito il battaglione Ashbal al-khilafah, i leoncini del Califfato, e ci sono quelli che partecipano alle esecuzioni, come il minorenne che, in gennaio, ha ucciso due presunte spie del Servizio di sicurezza della Federazione Russa.

Ma non a tutti è consentito combattere, molti di loro sono addetti alle cucine, a fare da staffetta e da infermieri. Tutti compiti che vedono questi bambini molto presi nel loro ruolo. Il Califfato giustifica l’utilizzo dei bambini nel combattimento con l’unica storia in cui credono: quella di Maometto. Il cui figlio adottivo, Usama Ibn-Zayd, guidò la sua prima battaglia a 17 anni. I jihadisti tacciono il fatto che a dieci anni Usama Ibn-Zayd chiese di partecipare alla battaglia Uhud ma trovò la ferma opposizione del Profeta Maometto che proibiva che i giovani prendessero le armi in età prepuberale. Dicevamo del diverso sbocco dopo la scuola. Se i figli dei combattenti sono destinati alle “glorie” delle armi, per i bambini schiavizzati, cristiani e yazidi, come per coloro che presentano qualche disabilità esiste un solo destino: quello di essere usati come bombe umane. Costretti a indossare giubbotti esplosivi e inviati a compiere attentati nei luoghi più affollate nelle città del nemico. I detonatori sono programmati per esplodere a tempo o comandati a distanza così da evitare ripensamenti dei piccoli kamikaze. Nelle classi di questi ragazzini sono previste pene corporali con bastonate e digiuno nel caso di disubbidienze e scarso impegno nell’apprendere le lezioni di morte”.

(La Stampa, cc-by-nc-nd)


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