Repubblica Ceca, le elezioni incoronano il “Trump di Praga”

Venerdì 20 e sabato 21 ottobre si sono svolte in Repubblica Ceca le elezioni legislative, vinte dal magnate Andrej Babiš. Tuttavia, la strada per la formazione del Governo rimane in salita. I risultati rafforzano l’ostilità dell’Europa centro-orientale nei confronti dell’UE e dell’asse franco-tedesco.

1. IL VOTO
Venerdì 20 e sabato 21 ottobre gli elettori cechi si sono recati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. I risultati hanno visto la vittoria del movimento ANO (“sì” in lingua ceca e acronimo di “Azione dei cittadini scontenti”), guidato dal magnate Babiš, che ha ottenuto il 29,7% dei consensi. Al secondo posto si piazza la formazione di centrodestra ODS, con l’11% dei voti. Seguono i Pirati (10,75%), la destra dell’SPD (10,75%), i comunisti (7,8%), i socialdemocratici (7,3%), i cristiano-democratici (5,8%) e altri partiti minori.

2. IL NUOVO GOVERNO
Il partito di Babiš controlla 78 parlamentari in una Camera di 200 seggi. Il tycoon, il cui impero economico viene valutato nell’ordine dei miliardi di euro, possiede anche alcuni media, che si sono rivelati decisivi nel corso della campagna elettorale. La sua ricchezza e il suo approccio “aziendale”, quando non populista, alla politica, hanno portato molti osservatori interni ed esteri a paragonarlo a Donald Trump e Silvio Berlusconi. ANO è al Governo dal 2011 (anno della fondazione del movimento), e, fino alle elezioni, ha fatto parte di una coalizione con i socialdemocratici e altri partiti minori. La crisi di governo era scoppiata principalmente per ragioni legate ai guai giudiziari di Babiš, indagato per frode ed evasione fiscale. Ed è proprio la figura controversa del fondatore di ANO che complica lo scenario. Il magnate infattti dovrà cercare di formare un esecutivo costruendo una coalizione con i partiti minori, piuttosto recalcitranti all’idea di un Governo Babiš.

3. LE CONSEGUENZE PER L’EUROPA
Le elezioni ceche rischiano di approfondire la divisione tra Est e Ovest del vecchio continente. La vittoria di Babiš si innesta in un’Europa centro-orientale dominata da sentimenti euroscettici e ostili all’immigrazione. La crisi provocata dai flussi di rifugiati provenienti dalla rotta balcanica ha contribuito ad acuire enormemente le paure dei cittadini di questi Paesi. Le recenti elezioni austriache hanno confermato questo trend. Babiš si fa interprete di un populismo “soft”, che mira a capitalizzare lo scetticismo nei confronti dell’Unione Europea e la paura dell’immigrazione incontrollata (fenomeno peraltro quasi assente in Repubblica ceca). Babiš si oppone all’ingresso del Paese nell’area euro ed è assolutamente contrario ad accogliere i migranti. Tuttavia, il magnate non è favorevole a uscire dall’Unione Europea e, tutto sommato, si fa portatore di una visione più moderata rispetto a quella di Orbán. Certamente i risultati delle elezioni ceche hanno rafforzato le posizioni di Budapest e Varsavia all’interno del Gruppo di Visegrad e confermano che la disillusione nei confronti dell’UE e la diffidenza verso l’asse franco-tedesco stanno prendendo sempre più piede nell’Europa centro-orientale.

(Davide Lorenzini via Il Caffè Geopolitico, cc-by-nc-nd)

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