Ambiente: i timori per i gas serra dallo scioglimento del permafrost

Questa storia comincia 10mila anni fa. Al termine dell’ultima era glaciale, la morsa di ghiaccio che attanaglia l’emisfero settentrionale si allenta, lasciando però congelato l’estremo nord del mondo. La terra, in quell’anello di 19 milioni di chilometri quadrati che circonda il Circolo Polare nei territori Russia, Canada e Stati Uniti, rimane immobilizzata per millenni. Non a caso viene chiamata permafrost: è terra permanentemente ghiacciata.

La brutta, anzi bruttissima, notizia è che – complici le attività umane che stanno aumentando la temperatura media del pianeta, ma con punte massime nel Grande Nord – il permafrost sta dando segni di instabilità. Alcuni scienziati ne prevedono la scomparsa entro la fine del secolo, con effetti a catena a dir poco spiacevoli. Il permafrost sta diventando impermanente. Potremmo presto chiamarlo impermafrost.

Il principale guaio è che l’impermafrost finirà per rilasciare nell’atmosfera le enormi quantità di gas con effetto-serra intrappolate lì sotto dai tempi dei primi homines sapientes. Qui le stime variano notevolmente, ma secondo un recente studio ci sarebbero 1.400 miliardi di tonnellate di materiale organico congelate nel freezer del mondo. La loro decomposizione – proprio come succede nei frigoriferi quando manca l’elettricità – potrebbe rilasciare enormi quantità di gas-serra: c’è chi stima l’equivalente di un miliardo e mezzo di tonnellate di anidride carbonica all’anno, più o meno quanto le attuali emissioni degli interi Stati Uniti.

Però diciamo la verità: sono stime fatte al buio. Perché non c’è solo l’anidride carbonica, ma anche il metano (che trattiene la radiazione infrarossa della Terra 80 volte di più della CO²) e, come recentemente pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Pnas, dall’instabile permafrost dell’Alaska si registrano anche fuoriuscite di protossido di azoto (300 volte più potente della CO²). Ma anche perché stiamo parlando di un territorio sconfinato: il permafrost copre il 24% dell’intero emisfero settentrionale. Si tratta di quantità enormi, che costituiscono uno dei principali «feedback positivi» previsti dai climatologi. Non perché siano un evento positivo, tutto il contrario: è il riscaldamento climatico che si auto-rinforza, auto-moltiplicandosi.

La progressiva sparizione del permafrost rischia di indurre altri effetti sgraditi. Il primo è che mette a rischio tutto quel che gli esseri umani ci hanno costruito sopra. Un crescente numero di abitazioni, spesso edificate su palafitte proprio per evitare di riscaldare il permafrost sottostante, si sta spaccando perché il suolo cede. Inoltre, come già da molti anni avverte Greenpeace, l’instabilità di un terreno non più ghiacciato tutto l’anno mette a rischio la tenuta di migliaia di chilometri di oleodotti e di gasdotti. In Russia si registrano già migliaia di casi di fratture. Le conseguenti perdite di metano (nell’atmosfera) e di petrolio (nel suolo) aggiungono un contributo inaspettato a questo remoto – e quindi a noi invisibile – disastro ambientale.

Lo scioglimento estivo del permafrost cambia per sempre anche il panorama. Il profilo delle coste si sta alterando per effetto dell’erosione di terre scongelate. E uno strano fenomeno – non testimoniato dalle cronache televisive – si sta moltiplicando, dall’Alaska alla Siberia: la formazione improvvisa di piccoli e grandi crateri, perlopiù causati dalla pressione di gas metano sottostante.

Ma l’impermafrost potrebbe produrre altri effetti ancor più invisibili. L’anno scorso, nella penisola dello Yamal, un bambino siberiano è morto intossicato dall’antrace. Circa un secolo prima, un alce era rimasto intrappolato nei ghiacci insieme ai batteri che lo avevano ucciso. Sono rimasti lì fin quando, con il caldo-record registrato in Siberia nel 2016, i resti dell’alce non sono tornati alla luce insieme alle spore di antrace. Il permafrost – proprio perché permanente – può ibernare virus e batteri per milioni di anni. Virus da tempo scomparsi potrebbero un giorno tornare in vita.

Aggiungiamo pure che il permafrost non esiste solo sulle terre emerse, ma anche nel suolo marino. L’Accademia Russa delle Scienze ha organizzato quest’anno tre spedizioni scientifiche perché – come si legge sul suo sito web – «se l’attuale tendenza allo scioglimento del permafrost sottomarino continuasse, porterebbe a emissioni di metano su larga scala… con conseguenze imprevedibili».

L’impermafrost è imprevedibile per definizione. E ribalta le più comuni certezze. La più grande banca di semi del mondo ad esempio, costruita sull’isola norvegese di Svalbard affinché i ghiacciai permanenti proteggano milioni di esemplari di riso e di grano «dai disastri naturali o generati dall’uomo», quest’anno in primavera è stata (parzialmente) allagata da ghiaccio sciolto.

Curiosamente però, il continuo flusso di paper scientifici che documentano il cedimento del permafrost, non ribalta le certezze di coloro che negano l’esistenza di un serio problema climatico. Forse costoro credono che il riscaldamento planetario segua un tracciato uniforme, ovvero senza «feedback positivi» auto-rinforzanti. Peccato che l’impermafrost dimostri l’esatto contrario.

(Marco Magrini via La Stampa, cc-by-nc-nd)


Foto UCB cc-by

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