L’Angolo di Michaela – “Učiteľka” / The Teacher II/II

Gentili lettori di BuongiornoSlovacchia,

come promesso, eccomi con la seconda e ultima puntata dedicata al film di coproduzione slovacco-ceca, Učiteľka, del regista Jan Hřebejk, uscito nei cinema italiani sotto il titolo The Teacher che il BuongiornoSlovacchia vi ha già presentato e di cui vi ho già parlato il 29 settembre.

Tengo a ribadire che né questo articolo né quello precedente devono considerarsi un’analisi storica, in quanto non ne ho le competenze, ma piuttosto quella umana e vissuta di persona, con l’intento di chiarire scene un po’ nebulose o avvicinare alcuni concetti non scontanti per un pubblico che non li ha vissuti.

Addentriamoci adesso nelle situazioni che ho scelto per voi.

Quei parenti all’Ovest

Nel film Učiteľka c’è un personaggio piuttosto taciturno ma pieno di simbolismo: cresce suo figlio da solo perché la mamma aveva lasciato la famiglia. Mi premeva spiegarvi meglio la situazione “tipo”. La ex moglie del nostro eroe non lo ha lasciato per un altro uomo, ma per avere la possibilità di sviluppare le sue ricerche di scienziata. Quando mai per un motivo così una mamma lascia il figlio minorenne e il marito? La risposta è semplice: quando la loro patria è un paese socialista. Perché per gli scienziati di rilievo la possibilità di sviluppare qualcosa che non fosse stato precedentemente programmato e inserito nei piani quinquennali, era pressoché nulla. Tantissimi (insieme agli artisti che forse più di tutti sentivano la mancanza della libertà di espressione) hanno abbandonato il paese, da soli o quelli più fortunati con le famiglie. Ma se le famiglie venivano spezzate, la parte che “rimaneva”, veniva duramente perseguitata. Intanto tutta la corrispondenza e le telefonate venivano intercettate, gli spostamenti controllati. Era difficile rimanere senza l’affetto dei propri cari che hanno scelto la strada (più difficile? o più facile?) che li portò a lasciare il Paese; ma era difficilissimo continuare a vivere per il resto della vita privata, lavorativa e sociale con il marchio di un “quasi-traditore della patria” costretto a lavori umili e non qualificati. Ai figli non veniva permesso di portare avanti gli studi e non avrebbero mai potuto fare carriera. Nei casi più importanti entrava in azione anche la ŠtB, la polizia segreta, con interrogatori e quant’altro.

Se gli emigrati, quei parenti all’Ovest – quando si raccontano – si sentono spesso vittime del regime, forse le vere vittime erano quanti rimanevano ed erano sottoposti a un‘eterna e logorante pressione da parte delle autorità. Nonostante la continua ed estenuante manipolazione dei cittadini e in contrasto con quanto il regime sperava, ci sono state delle persone che non hanno mai rinnegato i propri principi, i propri valori, il proprio amore, anche a costo di rimanere per sempre condannati davanti alla società e costretti a una „vita da pezzente“. Come poi ci illustra anche il nostro film.

Milé súdružky a súdruhovia!

Questo appellativo risuonava come benvenuto alle riunioni, convegni, in un qualunque posto dove si trovavano più persone. “Cari compagni e compagne!” Sì, lo traduco in questo modo, ma già mentre lo traduco so benissimo che non rende l’idea. Provo a trasferirvi alcune sottigliezze non colte dalla traduzione. Se nel dizionario inseriamo la parola súdruh, la risposta in italiano sarà “compagno” o “camerata”. Se giriamo il dizionario e inseriamo la parola “compagno”, i risultati in slovacco saranno numerosi. È ovvio. Che cosa può immaginare un italiano sotto la parola “compagno”? Ecco, sbizzarriamoci: compagno di classe, di avventura, di merende, di gioco, di viaggio, di squadra, d’armi, per passare al “compagno/compagna” inteso come la persona cara con cui si convive, e poi, ma soltanto dopo, c’è anche il “compagno” Peppone, amico di Don Camillo, cioè un comunista.

Invece in slovacco la parola súdruh ha praticamente solo due significati: venivano chiamati súdruhovia i membri del partito comunista, o, in generale, era un appellativo civico con cui nel socialismo ci si rivolgeva a tutte le persone adulte. L’appellativo pán, signore, era bandito, in quanto considerato legato al capitalismo e allo sfruttamento. Un po’ come durante la rivoluzione francese, quando, se ben ricordo, tutti si dovevano chiamare con l’appellativo “cittadino”.

Ciò che vi vorrei trasmettere è che la parola súdruh, o súdružka al femminile, per chi ha vissuto nel regime, evocherà per sempre quell’epoca, quando la cuoca era “compagna cuoca”, súdružka kuchárka, l’addetta alle pulizie “compagna addetta alle pulizie”, súdružka upratovačka, il bidello súdruh školník e così via. Bellissima e molto indovinata la scena del film Učiteľka quando il papà-giudice chiede al papà-meccanico: «Perché mi sta dando del tu?» e lui risponde qualcosa come: «Perché siamo entrambi compagni, vero, compagno?». Giacché secondo l’insegnamento comunista siamo tutti uguali, la battuta del papà-meccanico non fa una piega.

La cosa strana è che neanche durante il regime la parola súdruh è riuscita a corroborare alcuni concetti fissi ereditati dal passato “capitalista”: rimasero in vita pán inžinier, signor ingegnere, pán doktor, signor dottore, pán primár, signor primario, pán hlavný, caposala del ristorante.

Ma torniamo al presente. Avete difficoltà a ricordarvi i difficili cognomi slovacchi o temete di pronunciarli male? Potete adottare uno stratagemma furbesco. Basta chiamare le persone con il loro titolo di studio (vero o presunto, basta sparare in alto e vedrete che nessuno si offenderà e difficilmente vi correggerà) oppure con la loro posizione, mettendo davanti la parola pán o pani (purtroppo questo trucco non funziona abbinato a “signorina”, slečna). Perciò la signora Novačicová, che è una dottoressa, la chiamerete semplicemente “pani doktorka”, il signor Hriňovský che vi controlla i progetti potete benissimo chiamarlo “pán inžinier”. E così via per pani učiteľka (maestra o insegnante), pani profesorka (professoressa), pani advokátka (l´avvocatessa), pán starosta (sindaco).

Scuola

Negli anni ottanta il sistema scolastico prevedeva otto anni di základná škola, scuola di base, divisi a metà in primo grado, prvý stupeň (scuola elementare) e secondo grado, druhý stupeň (la media). Sia per maestra sia per insegnante in slovacco esiste un termine unico: učiteľka. In scuola elementare un’unica maestra insegnava tutte le materie e si occupava della sua classe. Solo con la prima media, cioè la quinta classe slovacca, nasceva il ruolo della triedna učiteľka, l’insegnante di ruolo, che aveva in carico i ragazzi e insegnava generalmente loro due o tre materie. Nel film Učiteľka, visto che la protagonista si presenta alla classe con la frase «sono la vostra nuova insegnante di ruolo», possiamo presumere che si stia parlando della quinta classe, salvo che l’insegnante di ruolo precedente avesse per qualche motivo abbandonato il ruolo (cosa che difficilmente accadeva se non per una maternità o per il raggiungimento dell’età pensionistica) o fosse stata sostituita (per motivi politici).

Per trasferirvi meglio l’impressione sinistra che nel film mi davano i bambini nel ruolo di aiutanti domestici alla maestra, bisogna spiegare che nel socialismo il ruolo della učiteľka o triedna učiteľka cominciava e finiva a scuola. NON esistevano rapporti extrascolastici, alle maestre e insegnanti si dava del lei senza eccezioni e quando ci rivolgevamo a loro, le chiamavamo tutte súdružka učiteľka, mai con il nome o cognome. Quando si parlava tra di noi di un’insegnante, abbreviavamo in učiteľka, in gergo stretto in učka (in modo similare come profesorka diventa profka). Immagino che il termine učka lo si possa sentire anche oggi, ma lasciatelo ad uso esclusivo degli scolari. Di conseguenza, a differenza di chi ha frequentato scuole italiane, gli slovacchi cresciuti nel regime socialista non avranno nessun ricordo della “maestra Pina” o “maestra Berta” e di come gli facevano da “mamma” a scuola e dei segreti che gli andavano a raccontare; i rapporti dei bambini con le maestre o insegnanti erano molto professionali, strettamente legati agli orari e ai temi scolastici.

Che cos’era per noi un bravo insegnate, UČITEĽ, lo dice questa ormai datata ma sempre bellissima canzone del 1981, di Karol Duchoň e Zdenka Studenková. (trovate il testo e la mia libera traduzione in fondo all’articolo).

Bony

In una breve scena della pellicola Učiteľka si vedono i bambini a scuola che hanno tra le mani dei pezzi di carta chiamati buoni, i bony. Ma che cosa sono i bony, e perché la loro presenza nel film? Bony era la “valuta“ inventata dal regime per dei buoni d’acquisto, výmenné poukážky, che erano validi esclusivamente sul territorio della Cecoslovacchia socialista ed erano l’unico mezzo per poter comprare senza attraversare le frontiere inattraversabili la merce estera, cioè quella di lusso e introvabile: la merce dall’Ovest. C’erano dei negozi dedicati, chiamati TUZEX (l’abbreviazione sta per tuzemský export, l’esportazione nazionale“) dove era possibile comprare introvabili prelibatezze e ricercatezze, di importazione ma anche qualcosa di cecoslovacco votato all’export, come per esempio il liquore Becherovka o il prosciutto di Praga.

Facile, dite! Uno va in banca, compra un po’ di bony e poi va a fare la spesa da TUZEX. Nossignori. I bony non si potevano comprare liberamente. Venivano dati in cambio alle persone che in passato avevano lavorato all’estero e gli arrivava la pensione in valuta estera cosiddetta “dura”, tvrdá mena (questo termine includeva un insieme di tutte le valute dell‘Ovest). Oppure alle persone che lavoravano all’estero (inteso come lavoro ufficiale, con il consenso dello Stato, come per esempio i medici o camionisti) o ricevevano i soldi dai parenti all’estero (in qualche misura o per qualche periodo questi soldi arrivavano perché lo Stato comunque aveva bisogno di valuta “dura”). Si poteva anche essere tra i pochi privilegiati che ricevevano bony grazie a una concessione statale. Poi c’era l’ultima strada, il mercato nero, che a un certo punto era la fonte più importante per i cittadini „ordinari“ che volevano concedersi un piccolo lusso. Ovviamente il mercato nero era vietato ma non ufficialmente veniva tollerato di buon grado. In questa maniera c’era chi si comprava una lavatrice, una macchina nuova o usata, una pelliccia o i trucchi per la moglie, gli ovetti KINDER, il TOBLERONE, le gomme da masticare, le sigarette e l’alcol, i computer, i videoregistratori, e i JEANS che grazie alla prima marca venduta da TUZEX negli anni sessanta, i cecoslovacchi ancora oggi chiamano semplicemente rifle… devo continuare? Naturalmente il cambio utilizzato per i bony era esagerato, ufficialmente un bon valeva una corona cecoslovacca, ma sul mercato nero negli anni ottanta il valore si aggirava a cinque corone per un bon. E la merce che si trovava da TUZEX aveva prezzi esorbitanti. Ma quanta felicità! E quanta invidia dei vicini!

Shopping in Tuzex

Devo dirvi che non ho mai avuto la fortuna di entrare in uno di quei famosi negozi. I miei genitori, la volta che ci andarono ci lasciarono a casa, forse per non far abbagliare i nostri occhi innocenti da quelle sfrontatezze, avremmo potuto non credere più nella perfezione del comunismo come a una cert’età non si crede più in Babbo Natale. Dočkaj času ako hus klasu, attendi il tempo come l’oca attende la spiga. Tutte le cose a suo tempo, dice il proverbio.

E il tempo, come lo vediamo anche nell’ultima scena del film, ripropone quanto si pensava di aver già superato. Dopo il Disgelo viene l’Era glaciale, dopo l’Era glaciale un nuovo Disgelo, e così tutto si ripeterà fino alla fine dei giorni… salvo che un inatteso meteorite non sconvolga il ciclo prestabilito delle cose.

 


 

Náš učiteľ

Vždy keď sa mi nič nedarí a keď ma stíha smola,
vtedy sa často spytujem: Čím bola pre nás škola?
Len otlčené kolená a doráňané čelá
a ešte zopár dobrých rád od nášho učiteľa.

Náš učiteľ, náš učiteľ od kriedy celý biely.
Náš učiteľ nám odpustil aj keď sme nevedeli.
Aj dnes sa stále usmieva na svoju starú triedu
a chápavo sa pozerá kam naše cesty vedú.

Mal oči stále veselé aj keď bol bez nálady
A trochu šedín na sluchách, no nám sa vždy zdal mladý.
Dnes to už môžem prezradiť, že naša trieda celá
sa zaľúbila po uši do nášho učiteľa.

Náš učiteľ, náš učiteľ ovládal každú tému.
Náš učiteľ bol pravý muž a my sme mali trému.
Aj dnes sa stále usmieva na svoju starú triedu
a chápavo sa pozerá kam naše cesty vedú.

Il nostro insegnante

Quando le cose non mi riescono e mi perseguita la scarogna,
mi domando spesso: Che cosa era per noi la scuola?
Le ginocchia sbucciate e le fronti battute
e alcuni buoni consigli da parte del nostro insegnante.

Il nostro insegnante, tutto bianco dal gessetto.
Il nostro insegnante ci perdonava anche quando non sapevamo.
Anche oggi sorride alla sua vecchia classe
e guarda comprensivo dove conducono le nostre strade.

Aveva gli occhi sempre allegri anche quando non era di buon umore
e qualche capello brizzolato sulle tempie, ma ci pareva sempre giovane.
Oggi lo posso svelare che la nostra intera classe
era innamorata persa del nostro insegnante.

Il nostro insegnante conosceva ogni argomento.
Il nostro insegnante era un vero uomo e noi avevamo la tremarella.
Anche oggi sorride alla sua vecchia classe
e guarda comprensivo dove conducono le nostre strade.

(Michaela Šebőková Vannini  ―  vedi il suo blog)

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