Catalogna: un destino che è (anche) questione di diritto internazionale

Il destino della Catalogna rimane incerto, nonostante il “sì” esca come chiaro vincitore dalle urne del controverso referendum del 1° ottobre, con una percentuale pari al 90% e un’affluenza intorno al 42%. In una giornata che ha visto scontri ed irregolarità nel voto, il presidente catalano Carles Puigdemont si è detto pronto a presentare al Parlamento catalano una dichiarazione d’indipendenza unilaterale. Se lo scontro tra Madrid e Barcellona si giocherà principalmente sul piano politico, difficilmente una soluzione potrà essere trovata senza tener conto del diritto internazionale.

Referendum illegale?
La domanda alla quale hanno risposto i cittadini catalani – “vuoi che la Catalogna diventi uno Stato indipendente in forma di Repubblica?” – è illegale secondo il Tribunale costituzionale spagnolo, dal momento che – come invece accaduto in Scozia nel 2014 – non è stato autorizzato dal governo centrale. Ma se Madrid condanna la convocazione del referendum facendosi scudo della la propria Costituzione, Barcellona si appella al diritto internazionale rispondendo che il referendum rappresenta per il popolo catalano l’opportunità di autodeterminarsi. Autodeterminazione che, sul piano del diritto, va controbilanciata con la tutela dell’integrità territoriale degli Stati, e ha trovato in ambito internazionale pieno riconoscimento come principio giuridico inderogabile soltanto in presenza di precisi requisiti, principalmente legati alla presenza di dominazione straniera, oppressione delle minoranze o regime coloniale.

Non v’è nulla, però, a livello di diritto internazionale, che proibisca alla Catalogna di indire un referendum e di dichiararsi unilateralmente indipendente dalla Spagna. Il diritto internazionale, infatti, non interviene sulle questioni interne agli Stati. Nel parere consultivo sul Kosovo del 2010, La Corte internazionale di giustizia (Cig) ha evidenziato che una dichiarazione unilaterale di indipendenza non è da considerarsi illegale a meno che non violi esplicitamente il diritto internazionale – in tal caso, vale il principio del ex iniuria ius non oritur, secondo cui gli sviluppi che seguono un atto illegale rimangono essi stessi illegali. Ad esempio, le dichiarazioni di indipendenza delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk nel 2014 non sono illegali di per sé, ma in quanto precedute dall’intervento militare di un Paese straniero (la Russia) che ha violato la sovranità territoriale dell’Ucraina.

Il referendum in Catalogna non è paragonabile agli esempi sopra citati, precisamente perché ad ora nessuna norma internazionale è stata violata. Il fatto che l’indipendenza di Barcellona minacci la sovranità territoriale spagnola è irrilevante: la Catalogna non è uno Stato bensì un’entità intra-statale, su cui il diritto internazionale non ha voce in capitolo. Insomma, il piano di lettura presenta due livelli: sia il referendum sia un’eventuale dichiarazione di indipendenza, illegali per la legge spagnola, non lo sono sul piano internazionale.

Autodeterminazione, secessione e decolonizzazione
La Spagna – insieme ad altri quattro Paesi dell’Unione europea – non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo nemmeno a seguito del parere consultivo della Cig, argomentando che solo un’indipendenza concordata con tutte le parti in causa (e quindi non unilaterale, come quella che si sarebbe configurata con la vittoria del “sì” al referendum scozzese del 2014), è da considerarsi in linea col diritto internazionale. Al contrario, la Generalitat catalana ha menzionato la posizione della Cig nel decreto di convocazione del referendum, e gli indipendentisti catalani la utilizzano come punto a favore del proprio diritto ad uno Stato indipendente.

È tuttavia opportuno sottolineare che la decisione della Corte internazionale, che giudica la dichiarazione di indipendenza non illegale, non menziona un diritto del Kosovo all’indipendenza. Il diritto internazionale, ordine giuridico creato dagli Stati sovrani, non ne lede gli interessi al punto da consentire ad una minoranza territoriale di ottenere l’indipendenza. Tale diritto è infatti garantito solamente a quei territori, come le Isole Cayman o le Samoa Americane, che ancora possiedono lo status di colonie.

L’assenza di un diritto alla secessione è solo in apparente contraddizione con il diritto, sancito nello Statuto delle Nazioni Unite, all’autodeterminazione. Tale diritto infatti si compie non all’ “esterno”, bensì all’“interno” dei limiti dell’ordinamento giuridico dello Stato esistente. Il popolo catalano ha il diritto di scegliere i propri rappresentanti e può ottenere vari gradi di autonomia da Madrid, ma all’interno del Regno di Spagna. Il diritto di autodeterminazione non implica il diritto di indipendenza: la Catalogna non ha diritto ad una secessione unilaterale dalla Spagna.

Una soluzione che non può venire dall’Europa
La richiesta di indipendenza della Catalogna, non illegale ma osteggiata dall’ordinamento giuridico internazionale, difficilmente nel diritto internazionale potrà trovare totale legittimità. E difatti, nella sera del referendum la richiesta di Puigdemont di “non continuare a guardare dall’altra parte” è indirizzata principalmente a quell’Unione europea di cui una futura Catalogna indipendente – al pari degli indipendentisti scozzesi – desidera far parte.

I segnali che arrivano dall’Ue, però, non sono e non possono essere di supporto alla causa indipendentista. Questo non solo per le possibili conseguenze politiche (dalle Fiandre al Veneto, diverse sono le spinte centrifughe in Europa), ma anche per mancanza di basi giuridiche. L’autodeterminazione è sicuramente un valore europeo, ma autodeterminazione ed indipedenza non sono sinonimi. Tali casi sono trattati, come nel diritto internazionale, alla stregua di questioni interne che spetta allo Stato gestire a livello istituzionale-costituzionale (art. 4, par.2 del Trattato sull’Ue). La linea del presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker, che confida nell’attuazione delle decisioni del Tribunale costituzionale e del Parlamento spagnolo, è l’unica che Bruxelles, pur condannando la reazione violenta di Madrid, può mantenere.

Puigdemont è forte della volontà del popolo catalano (anche se ha votato solo poco più del 40% degli aventi diritto), ma difficilmente un’eventuale dichiarazione di indipendenza della Catalogna troverà supporto sul piano internazionale e su quello europeo, per ragioni politiche ma anche giuridiche. Per Barcellona, l’unica via per ottenere riconoscimento internazionale sembra essere la stessa percorsa pochi giorni fa nel Kurdistan iracheno da Masoud Barzani: farsi forte di un referendum (benché illegale a livello domestico) per negoziare una quasi impossibile secessione o, più verosimilmente, una maggiore autonomia da Madrid.

(Federico Mascolo via Affarinternazionali, cc-by-nc-nd)


Foto JosepTomàs cc-by-nc-sa
Toshiko Sakurai cc-by-nc-nd

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