L’Angolo di Michaela – “Učiteľka” / The Teacher I/II

Gentili lettori e appassionati di lingua e cultura slovacca,

nella puntata di oggi e in quella successiva vi voglio proporre le mie impressioni sul film di coproduzione slovacco-ceca, Učiteľka, uscito nei cinema italiani sotto il titolo The Teacher e che BuongiornoSlovacchia vi ha già presentato.

Cercherò di non svelare niente di importante che possa rovinare la futura visione del film, ma metterò a paragone alcuni miei ricordi di quell’epoca con quanto voleva farci vedere (e credere) il regista, Jan Hřebejk. Per chi di voi non l’avesse ancora visto, spero di aprire un orizzonte più ampio, una specie di – perdonatemi il termine – “pretrattamento”; per chi invece il film l’ha già visto, vorrei aiutare a sciogliere eventuali dubbi o illuminare punti meno chiari.

Non mi soffermo sul titolo in inglese e sul sottotitolo, lo ha fatto per tutti noi Emanuela Cardetta che il film lo ha visto e vissuto da studiosa di lingua e cultura slovacca. Però nella prossima puntata vi avvicinerò tra l’altro anche i termini maestra/insegnante, in linea con lo spirito del film e allo stesso tempo con il mio libro Dal diario di una piccola comunista che descrive pressappoco lo stesso periodo (1986-1987) e la vita famigliare e scolastica.

Vediamo insieme alcune ambientazioni e situazioni del film.

Le “gabbie”

Entrando in scuola insieme al cameraman la prima cosa che si nota sono le “gabbie” di rete metallica. Una per ogni classe, i bambini ci lasciavano le loro ciabatte o le scarpette di ricambio e ogni mattina arrivando a scuola ci passavano per cambiarsi e lasciarci i cappotti. Così le pavimentazioni nelle classi si mantenevano più pulite e i piedi d’inverno non sudavano: non sabbe stato molto salubre per i bambini indossare per cinque ore consecutive gli stivali invernali con i quali affrontavano i -20°C del mattino. Questo tipo di gestione è di prassi tutt’ora in alcune scuole, almeno per le scuole elementari e medie, chiamate complessivamente základná škola. Come illustrato nel film, anche i genitori, quando venivano a scuola per le assemblee, chiamate rodičovské združenie, ZRPŠ, sigla pomposa che sta per združenie rodičov a priateľov školy, „l’unione dei genitori e degli amici della scuola“, erano invitati ad appoggiare i loro cappotti in questi spazi. Bisogna precisare che ogni „gabbia“ aveva un lucchetto che dopo l’ultima lezione veniva chiuso a chiave per poi essere nuovamente aperto la mattina, all’arrivo degli scolari. Così le nostre ciabattine erano al sicuro!

La mensa

Nella mensa non esisteva scelta dei piatti. Si mangiava quello che passavano, come in caserma: un primo (minestra, zuppa o brodo) e un secondo con il contorno. I piatti erano comunque valutati e decisi dal personale sanitario perché dovevano corrispondere alle esigenze nutritive dei piccoli “comunisti” in crescita. Il giorno preferito di noi bambini era il mercoledì, perché di mercoledì c’era “il piatto dolce”, sladké jedlo: abbinato a una minestra o zuppa, il secondo piatto era una pietanza dolce. Potevano essere le crèpes con ricotta o marmellata, dei dolci lievitati al forno, torta di riso dolce, gnocchi di patate ripieni di prugne, o la pasta condita con le noci o papavero… ogni tanto mi sogno ancora il “mercoledì dolce” e quando mi manca troppo me lo ricreo a casa, non necessariamente di mercoledì! Vi domandate che cosa bevono i bambini alla mensa, nel film? Il thè nero con zucchero e limone (o più precisamente acido citrico al posto di limone).

Winnetou

Ho interrogato alcuni non madrelingua che hanno visto questo film, se si ricordavano la scena molto riuscita ma alquanto nebulosa per chi non fosse nato nel socialismo, del bambino che disegnava Winnetou che prendeva a calci la cattiva maestra. Il disegno si vede solo per pochi attimi ed è difficile notare che raffigura un indiano pellerossa oltre che una donna a personificare la maestra. Chi era Winnetou e perché per i bambini era così importante che gli avrebbero addirittura affidato il compito di “dare una lezione”, dať príučku, alla maestra? Ecco, era l’eroe della nostra infanzia, il nostro esempio di lealtà, di amicizia, un uomo d’onore. Vi incuriosisce? Su BuongiornoSlovacchia ne ho parlato in occasione della morte di Pierre Brice, l’attore che ha dato il volto al protagonista cinematografico di Winnetou.

L’eleganza “socialista”

Notate l’eleganza “socialista” con cui vestono le donne nel film: il regista predilige i colori pastello, ma i colori che mi ricordo erano effettivamente molto tenuti, piuttosto grigi o marroni. Era difficile se non impossibile trovare un tessuto dai colori allegri, o un abito di taglio femminile che valorizzasse le forme, cose che invece nei primi anni settanta (quelli della minigonna) erano piuttosto normali. Le donne rimediavano tagliando e cucendo i vestiti a casa, lavoravano tantissimo a maglia e all’uncinetto, tanto da creare dei corredi completi. La mancanza di bei vestiti veniva compensata con la lacca colorata sulle unghie, con qualche collana, e con la pettinatura tenuta sempre a posto. La spesa per la parrucchiera era molto minore in rapporto allo stipendio di quanto non sia ora. L’eleganza perciò consisteva piuttosto nel portamento che non nella forma o colore degli abiti. Si teneva molto alla pulizia e i vestiti, se rotti, venivano rammendati con cura finché era possibile.

I blue-jeans che indossa una delle mamme protagoniste erano alquanto improbabili, perché all’epoca entravano nel paese solo con il mercato nero (e bisognava disporre di valuta estera) o se si aveva un amico o parente camionista che viaggiava all’estero.

Il presidente

Da un posto elevato sul muro, tra la lavagna e la finestra, perciò illuminato dalla luce solare, per tutto il tempo degli studi ci seguiva lo sguardo benevolo del Presidente. Non era UN presidente, era IL Presidente, perché la sua presidenza fu così lunga (maggio 1975 – dicembre 1989) che la sua foto nelle aule scolastiche e altri luoghi pubblici dovette essere più volte sostituita con una nuova ma identica, in quanto quella precedente era sbiancata per la troppa esposizione alla luce. Il presidente Gustáv Husák, con la sua espressione da nonno che tutto sa, tutto capisce e tutto perdona, non era un elemento disturbante; io personalmente l´ho visto lì appeso per nove anni. Divenne strano veder sparire la foto del „nonno benevolo“ e apparire la foto di Václav Havel, che poi sparì prima che fosse del tutto adottato dai nostri cervelli come parte della decorazione di classe, per essere sostituito dal primo presidente della Slovacchia, Michal Kováč.

Un film ha sempre lo svantaggio di essere limitato nel tempo, una limitazione molto importante perché costringe il regista a focalizzarsi su punti di rilievo e per forza viene indebolito il resto. È uno dei motivi che mi rendono felice nella mia veste di scrittrice: un romanzo può avere centocinquanta pagine ma anche seicento oppure anche tre volumi da mille pagine ognuno, a seconda della necessità che lo scrittore avverte per esprimere quanto desidera. Nel film Učiteľka il regista ha scelto di semplificare alcuni concetti, presentarli in modo chiaro e lineare e a volte quasi simbolico (come la presenza della polizia segreta che registra le telefonate) tanto da risultare comprensibili anche a un pubblico straniero (che tra l’altro sembra gradisca assai questa pellicola), mentre una bella fetta del pubblico locale – slovacco e ceco – non lo trova molto indovinato e caratteristico per l’epoca. Secondo me ciò è causato proprio dall’impossibilità di raccogliere e ribaltare tutte le sfaccettature presenti nello stesso momento in un unico contesto, ma come già detto, trovo anche difficile che un film possa riuscire in quest’ardua impresa tanto da far acclamare chi quell’epoca l’ha vissuta “ecco, era tutto precisamente così!”. Forse l’unico punto che io personalmente rimprovererei al regista è il linguaggio usato dai bambini quando parlano tra loro, vi assicuro che le parolacce che si sentono nel film NON erano utilizzate nell’epoca, non da bambini e non davanti a bambini. Il mondo in trent’anni è cambiato assai.

Io il film lo giudico credibile, fatto bene, emozionante, mi sono ritrovata nella mia infanzia e ho sofferto insieme alla classe e ai genitori.

L’attrice Zuzana Mauréry nel ruolo della protagonista, Mária Drazdechová, è reale, dolce e cattiva allo stesso tempo, convinta e piena di sé, e il premio di miglior attrice conferitole al Festival di Karlovy Vary 2017 è sicuramente meritato.

Il doppiaggio in italiano è veramente ottimo, penso che accompagni alcuni personaggi addirittura meglio dell’originale. Non così bene la traduzione: per ora ho visto in slovacco solo il trailer, ma ci sono piccole sfumature che potevano essere colte meglio. Per esempio quando la bambina prende il terzo “brutto voto”, in slovacco prende il terzo “cinque” che corrisponde a zero assoluto, cioè a essere bocciati: il “cinque” lo prendeva solo chi durante l’interrogazione non apriva bocca. In questo caso l’ingiustizia che la bambina deve aver percepito (e poi proprio la somma di queste ingiustizie la costringe ad azioni impensabili) è molto maggiore in versione slovacca che non in quella doppiata. Un’altra cosa che fa differenza, eccome, è il grado dell’insegnante nella gerarchia scolastica: se in italiano Mária Drazdechová si presenta alla classe con “sono la vostra nuova insegnante”, in slovacco si presenta come triedna učiteľka, “sono la vostra nuova maestra di ruolo“. Certamente il peso di una maestra/insegnante di ruolo è ben più importante nella vita degli scolari che non l’influenza o importanza che sia, di un’insegnante “ordinaria”.

Un’ultima cosa che mi infastidiva un po’ nella versione italiana sono gli accenti sui nomi e cognomi, che verosimilmente seguono lo standard tipo “russo” che porta gli accenti alla penultima sillaba: Maaaria Drazdechovaaa diventa così Mariiia Drazdechooova e così via. Avrei veramente apprezzato, giacché i nomi sono rimasti invariati, che fosse stata posta l’attenzione su questo piccolo particolare.

La presentazione italiana parla di un liceo, invece si tratta di una classe di scuola media, probabilmente la prima media (vi spiegherò il perché nella prossima puntata). Il cast non è tutto slovacco, ci sono anche alcuni attori cechi (come Ondřej Malý o Martin Havelka, quest´ultimo bravissimo nel suo ruolo alla “Charles Bronson”, in originale parla in ceco).

Se in ceco e in slovacco il genere del film è categorizzato come “drammatico”, in Italia diventa “commedia” o “commedia noir”. Con questa descrizione italiana devo mio malgrado dissentire; non sono certamente un critico di cinema, ma potevo essere benissimo una di quei bambini seduti nella classe, io ero una di quei bambini, e questo cambia notevolmente gli addendi. Vi assicuro che c’era poco da ridere. Il regista ha colto bene lo spirito delle persone, tra impacciato, indeciso, umile, rassegnato, impaurito, ricattato, per passare in deciso, coraggioso, quasi eroico, forse qualche volta vi fa abbozzare un mezzo sorriso ma a mio avviso può essere solo un sorriso di compassione. E questo film mi ha profondamente commossa. Se noi umani facciamo ridere quando soffriamo, allora per me Učiteľka è sì una Commedia. Con “C” maiuscola.

(Michaela Šebőková Vannini  ―  vedi il suo blog)


Foto f_lynx cc-by-nc-nd
wikimedia commons

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