Rivoluzione a quattro ruote

La Francia e il Regno Unito hanno recentemente annunciato che vieteranno la vendita delle auto con motore a benzina o diesel a partire dal 2040. La camera bassa del parlamento olandese ha approvato una legge che vieta la vendita di queste auto dal 2025. E l’India sostiene che introdurrà un analogo divieto entro il 2030.

Anche la Cina, la principale produttrice mondiale di automobili (28 milioni di esemplari lo scorso anno, più di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme), sta progettando d’imporre presto un divieto, anche se non ha ancora stabilito la data in cui questo entrerà in vigore. E a novembre la Commissione europea discuterà l’introduzione di una quota minima annua di veicoli elettrici per tutti i produttori automobilistici europei.

Dunque, se siete alla ricerca di una scelta sicura per un investimento a lungo termine, credete sia saggio optare per l’industria petrolifera?

Una produzione quasi azzerata
Poco più della metà dei 98 milioni di barili di petrolio prodotti nel mondo ogni giorno è utilizzata direttamente per produrre benzina, destinata quasi solo ai veicoli a motore. Un altro 15 per cento viene usato per produrre “olio combustibile distillato”, almeno metà del quale è combustibile diesel. Circa il 58 per cento della produzione petrolifera mondiale odierna serve quindi ai veicoli a motore. Ma fra 35 anni potrebbe essere azzerata.

È sicuramente questa l’intenzione di molti governi. Il Regno Unito, per esempio, prevede di consentire la circolazione solo ai veicoli a zero emissioni (se si escludono alcune auto d’epoca dotate di licenza speciale) entro il 2050, appena dieci anni dopo il momento in cui entrerà il vigore il divieto di vendere nuove auto con motori a combustione interna.

La produzione di auto alimentate a benzina o gasolio sarà quindi già crollata entro la fine degli anni trenta del duemila. In pratica, se queste scadenze saranno rispettate, entro la metà di quel decennio le auto in vendita saranno quasi esclusivamente elettriche. E quel che rimarrà dell’industria petrolifera sarà molto diverso da oggi.

La maggior parte, e in seguito la totalità, di queste auto elettriche saranno veicoli senza conducente

Gli introiti di paesi che esportano la maggior parte del loro petrolio, come la Russia e l’Arabia Saudita, crolleranno per due motivi: una grande diminuzione della domanda e prezzi molto bassi (quaranta dollari al barile o meno), conseguenza dell’enorme calo della capacità produttiva. Da questo potrebbero inoltre derivare alcune conseguenze politiche.

Paesi che contano su una produzione autonoma di una certa portata, come gli Stati Uniti e la Cina, potrebbero semplicemente smettere d’importare petrolio (può darsi che il governo federale degli Stati Uniti si opponga alla cosa con tutte le sue forze finché Donald Trump resterà alla Casa Bianca, visto che il presidente sta addirittura tentando di rivitalizzare il settore del carbone, ma otto stati hanno già firmato un accordo che prevede di avere in circolazione 3,5 milioni di veicoli a emissioni zero entro il 2025).

Sono tutte buone notizie per l’ambiente, e anche per la salute delle persone che vivono nelle grandi città (non stupisce che la Cina sia la principale produttrice di auto elettriche nel mondo, con circa il 40 per cento della produzione globale, visto che l’inquinamento sta già rendendo la maggior parte delle sue città praticamente inabitabili). Ma la rivoluzione non finisce qui: la maggior parte, e in seguito la totalità, di queste auto elettriche saranno veicoli senza conducente.

L’aumento della concorrenza
Veicoli del genere finiranno per essere automobili senza proprietario. Diventeranno servizi pubblici, usati solo per specifici tragitti richiesti sul momento dai diversi utenti. I servizi di car sharing urbani e di affitto tra privati sono tra i precursori di questo fenomeno. Uber e Lyft, in maniera diversa, anche.

In media le auto private passano il 95 per cento del loro tempo parcheggiate. Queste statistiche variano poco da una città o da un paese all’altro, e spiegano perché il possesso privato delle automobili diventerà un lusso non necessario. In passato il problema era ottenere un accesso immediato a un’automobile per il tempo necessario e a un costo ragionevole, ma la combinazione di smartphone e di veicoli senza guidatore risolverà questo problema.

A questo, più che a un servizio di taxi più economico, tende in realtà il modello d’impresa di Uber. Ma quando delle auto senza conducente affidabili saranno ampiamente disponibili, Uber si troverà affiancata da moltissimi concorrenti. Il numero di auto private diminuirà vertiginosamente e il numero totale di auto sulle strade diventerà forse un quarto di quello attuale. Dopo tutto è raro che più di un quarto di tutte le auto private si trovino in strada nello stesso momento.

Gli autobus e i taxi classici finiranno quasi con lo scomparire, così come milioni di posti di lavoro da autista che li accompagnano (solo negli Stati Uniti esiste un milione di guidatori di taxi, Uber e autobus). Anche i camionisti e i guidatori di furgoni (altri 3,5 milioni di persone negli Stati Uniti) faranno sempre più fatica a trovare un lavoro: Daimler, Volvo, Uber e Baidu stanno già effettuando le prove su strada dei primi autoarticolati che si guidano da soli.

E poi c’è un’altra cosa. In media circa un quarto dei centri città nordamericani è occupato da parcheggi e garage su più piani. Anche questi contribuiscono al problema delle auto parcheggiate il 95 per cento del tempo. Le automobili non si limitano a portare le persone in centro: devono restarci tutto il tempo che queste trascorrono lì, e hanno quindi bisogno di un parcheggio.

Quando le persone capiranno che la maggior parte di questo spazio sarà finalmente libero di essere usato, sarà molto più economico e facile vivere in centro: sarà minore il tempo necessario ad andare e tornare dal lavoro e maggiore quello che si potrà trascorrere in compagnia delle altre persone. Lunga vita alla rivoluzione a quattro ruote.

(Gwynne Dyer via Internazionale.it, cc-by-nc-nd)


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