Per l’Europa una scossa dalla politica industriale

[Di Mario Deaglio, La Stampa] – Dai tempi della «politica della sedia vuota» di De Gaulle al referendum sulla Brexit della Gran Bretagna, diverse volte l’Europa si è trovata con le spalle al muro. La nascita dell’euro, l’unificazione tedesca, i contrasti sull’immigrazione sono tre esempi di passaggi estremamente duri, irti di difficoltà e polemiche. Ogni volta, però, quando ormai veniva data per spacciata, l’Europa, come l’Araba Fenice, sembra risorgere dalle proprie (supposte) ceneri.

Ogni volta, l’Europa ha saputo reinventarsi. All’inizio fu l’«Europa dei popoli», un continente coperto dalle macerie del secondo conflitto mondiale, sorretto dal disegno iniziale dei «padri fondatori»; si è poi passati all’«Europa dei funzionari» che ha realizzato il mercato comune e successivamente all’«Europa dell’euro» che ha sorretto l’Unione in un momento di grave carenza di visioni politiche ed economiche.

Potrebbe anche essere che, in questo momento tempestoso, con una Spagna spaccata dalla questione catalana e il parlamento tedesco di fatto spaccato tra un’opzione europeista e un’opzione nazionalista, il prodigio dell’Araba Fenice torni a verificarsi: il discorso del neo-presidente francese Emmanuel Macron alla Sorbona – pronunciato «a braccio», ossia senza guardare gli appunti – è un raro esempio di oratoria politica efficace, di quelle che possono influenzare la realtà.

In un’ora ha cambiato il modo in cui si guarda ai problemi europei.

Protagonista della nuova Europa macroniana è l’impresa: non un’impresa teorica, ma un insieme di entità molto concrete, di grandi dimensioni, con tanto di nome e cognome, di spazio d’azione delimitato, di regole del gioco concordate. Si chiama Alstom-Siemens in campo ferroviario, Fincantieri-Stx nelle costruzioni navali, con una decina almeno di altri nomi (tutti probabilmente almeno doppi per la doppia nazionalità d’origine) ancora da scrivere in settori che possono andare dalle linee aeree all’industria bellica, indispensabile – insieme con una nuova struttura di difesa – in un mondo in tempesta come l’attuale, a quella alimentare, fondamentale nel più vasto contesto di un pianeta che deve affrontare il cambiamento climatico con risorse essenziali limitate. Sarà forse un’Europa di ex monopoli, diventati oligopoli ma con un potere pubblico (sempre meno statale, sempre più sovrastatale, con una quota delle imposte che affluiranno direttamente al centro) attento al rispetto di una normativa unica per tutto il continente.

Se questo progetto si realizzerà, l’Europa non sarà più il terreno dell’anarchia informatica, che ha favorito la sfacciata elusione-evasione fiscale di alcuni «grandi nomi» di Internet bensì l’Europa della web-tax, dalla quale potrebbe derivare una parte dei capitali necessari per una politica di ridistribuzione che contrasti le tendenze a un sempre maggiore divario sociale. Non sarà l’Europa della finanza globale che opera in base al solo parametro del rendimento finanziario ma uno spazio finanziario europeo sperabilmente più attento all’impatto della moneta sull’economia e sulla società; l’immigrazione non avverrà più senza regole, ma con un afflusso ordinato e controllato di nuova popolazione. L’Unione Europea potrebbe avere un unico obiettivo economico ma saranno possibili più velocità per raggiungerlo.

Si tornerà a parlare di politica industriale (che si comincia a realizzare concretamente con l’accordo tra il governo francese e quello italiano sull’industria cantieristica) attenta agli effetti del cambiamento produttivo sulla società e sulle sue prospettive future e che cercherà di controllare questo cambiamento, favorendolo o rallentandolo in modo da renderlo socialmente accettabile.

In un progetto di questo genere, agli imprenditori e alle organizzazioni che li rappresentano, in ogni Paese europeo, spetta il ruolo decisivo di continuare a operare nell’immediato e al tempo stesso di immaginare più lunghi orizzonti; di non limitarsi a chiedere una riduzione del carico fiscale ma di svolgere una funzione propositiva su progetti di lungo periodo. L’Europa dell’economia che ne risulterebbe potrebbe mettere radici ben più solide di quella della finanza e delle altre che l’hanno preceduta. E l’Araba Fenice potrebbe tornare a volare.

(Mario Deaglio, via La Stampa cc-by-nc-nd)


Foto jarmoluk/CC0

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