Peter Sagan, il folletto di Zilina che è diventato leggenda. Una rassegna stampa

Sono a decine i titoli, i commenti, gli articoli (di fondo e no) che hanno celebrato lo spirito sempre sopra le righe ma anche sempre rispettoso, umile ed educato di questo ragazzo che, partito da Zilina 27 anni fa, è arrivato molto, molto lontano. E tra i complimenti più belli, più sinceri, ci sono quelli dei suoi colleghi, quelli che lui ha battuto, oggi come ieri, quelli dei campioni del passato che si inchinano alla grandezza e semplicità dello slovacco.

Di Peter Sagan si apprezza quella giocosità alla Valentino Rossi, che gli ha fatto portare un po’ di leggerezza in uno sport a volte troppo serioso, ma anche la professionalità al limite del maniacale, il guizzo di genio che lo ha portato a tagliare tanti traguardi (sono 101 con quello memorabile di domenica a Bergen), quella apparente mancanza di strategia che lo fa sembrare un buontempone senza ambizioni e naturalmente le gambe e il cuore, che gli danno la spinta finale quando il gioco si fa duro per battere tutti allo sprint. Senza dire dell’umanità, che gli ha fatto chiedere scusa l’avversario Kristoff dopo avergli soffiato il mondiale domenica, o la dedica a caldo della vittoria a Michele Scarponi, ciclista amico travolto pochi mesi fa da un furgone durante un allenamento: «voglio dedicare il titolo al mio amico Michele Scarponi. Lunedì sarebbe stato il suo compleanno, la sua storia è molto triste, terribile, e e vorrei mandare un abbraccio alla sua famiglia».

La volata di Bergen:

La Gazzetta dello Sport ne fa un elogio sperticato a firma di Ciro Scognamiglio, spiegando perché Sagan è così amato:

“Unico nel suo genere, al punto da apparire a volte quasi un Ufo catapultato sul pianeta ciclismo. Perché è leggero e professionale, scanzonato e concentratissimo, divertente e profondo. Mette d’accordo tutti, è il campione del mondo ideale. Ieri abbiamo letto su twitter quello che un entusiasmato fresco ex come Bradley Wiggins ha scritto a caldo sullo slovacco: «Salvatore del ciclismo! Bisogna prendersi cura di lui, attualmente è più grande dello sport stesso. Congratulazioni Peter, una vera leggenda e uno dei grandi di tutti i tempi». Perfetto.”

Su Il Giornale, Pier Augusto Stagi rievoca quella somiglianza tra Sagan e Valetino “il dottore” Rossi, da cui lo slovacco ha preso l’abitudine dell’impennata e l’esibizione spettacolare, per rendere più divertente uno sport «spesso noioso»:

“Due facce della stessa medaglia, che generalmente è la più preziosa, la più lucente. «Io ho sempre seguito Vale in tivù – ha raccontato il fuoriclasse slovacco -. Mi ha sempre entusiasmato per il suo modo di affrontare le corse: con gioia e allegria. Non mi piace la retorica che ruota attorno allo sport: le rinunce e il sacrificio. Noi sportivi abbiamo la fortuna di aver fatto della nostra passione una professione. Sarebbe questo il sacrificio?»”

I tifosi di Sagan a Bergen:

Marco Grassi sul sito specializzato Cicloweb (sotto il titolo “Lo chiamavano Trinità”) ne esalta le qualità atletiche e di testa e il suo essere diventato un simbolo del ciclismo dell’oggi:

“Quando vince Peter Sagan, vinciamo tutti. Può sembrare un modo di dire abbastanza paludato, all’altezza di un “tutti primi al traguardo del mio cuore”, ma non lo è. Vinciamo tutti, con Peter, perché è lui il simbolo del ciclismo degli anni ’10, e volenti o nolenti è a lui che ogni cosa del ciclismo fa riferimento in quest’epoca. È uno per il quale non si può dire che il personaggio abbia superato il corridore, non è mai stato vero e men che mai in queste ultime stagioni in cui le “saganate” sono diminuite, in numero ed entità, e al contempo sono aumentati gli esiti sul campo.”

“Tre Mondiali di fila, signori, mai nessuno come lui. E hai voglia a dire che i percorsi insulsi aiutano (quello di Bergen 2017 lo era abbastanza), perché d’altro canto bisognerebbe ricordare che il Re di Zilina è abituato a correrle da solo o quasi, queste corsette. Oggi in Norvegia ha avuto un aiuto dal fratello Juraj, ma stringi stringi, alla fine le castagne dal fuoco se le è dovute togliere da solo.”

“È da solo che ha dovuto balzare in due curve dalle posizioni di centro gruppo alla terza ruota. È da solo che ha dovuto sprintare, senza un compagno che gli aprisse la strada. È da solo che ha dovuto gestire, anche e soprattutto dal punto di vista nervoso, la fase in cui Olanda, Belgio, Francia e Italia hanno provato a far corsa dura.”

“Resta, il Sagan maturo come quello scavezzacollo di qualche stagione fa, un campione che è impossibile non amare. In prima istanza, perché è diretto, senza filtri, non sa fingere, non sa mentire. Nello sport ci sono i campioni ammirati per la loro forza, per la loro capacità atletica, tecnica, tattica. E ci sono quelli che, oltre a esaltare per il gesto sportivo, vanno oltre, che bucano qualsiasi schermo e schema, che puntano dritto al cuore di chi li segue, che finiscono col rappresentare un’epoca: e si chiude il cerchio del nostro discorso, perché il campione in questione è proprio lui, Peter. Il simbolo.”

Un Sagan dai mille talenti, dice la BBC:

La Tribuna di Treviso rievoca le radici di Peter come “trevigiano” adottato, quando fu scoperto e ingaggiato dalla Liquigas:

“È lui il più forte ciclista al mondo nelle gare di un giorno. E si è rivelato a due passi da casa nostra, nel 2008, dov’era arrivato da Zilina (Slovacchia) con papà e zio-meccanico per partecipare al mondiale di ciclocross a Lovadina di Spresiano. Arrivò secondo, quella volta, tra i dilettanti, annunciando di essere ciò che poi è stato ai massimi livelli. Un eclettico vincente e, scusate, un mago della bicicletta. Lo aveva notato, all’arrivo, Gianenrico Zanardo, uno che per i corridori ha sempre avuto fiuto (anche Martinello è tra le sue frecce in faretra) e l’aveva catturato al volo, inventandogli una squadra pur di tenerlo qui, pronto per andare tra i professionisti con la Liquigas. E la squadra dei ramarri lo aveva accolto a braccia aperte, quel D’Artagnan della pedalata, conscia di non avere abbastanza organico per seguirne e assisterne l’ascesa. La Liquigas faceva base nella ex cava delle Bandie, Treviso, dove nel 2008 Sagan aveva vinto l’argento mondiale, a dimostrazione del fatto che anche i luoghi hanno un’anima.”

Alle origini venete richiama anche La Stampa: “Sembrava un rapper, scoprii un fenomeno

Mentre Francesco Cavallini scrive su Il Posticipo che Sagan è il campione di cui il ciclismo ha bisogno:

“Piace Sagan, anche a chi di ciclismo capisce poco. Perchè è naturale, simpatico, guascone. A volte anche troppo, come quando un pizzicotto a una miss sul podio del Giro delle Fiandre gli è costato parecchie critiche. No, non ne è immune, nonostante la sua importanza per un mondo come quello delle due ruote, sempre alla ricerca di un eroe capace di combattere l’ombra lunga del doping che si staglia di continuo su questo sport. Si è preso i suoi insulti e anche le sue squalifiche, come quella all’ultimo Tour de France per una gomitata a Mark Cavendish.”

“Ma Sagan è quel che è, o lo si ama o lo si odia. E non sembrano esserci dubbi al riguardo, dato l’affetto del pubblico per questo campione poco altezzoso e molto compagnone. A cui piace scherzare, ma che quando arrivano i due chilometri finali non guarda in faccia nessuno, nel bene e nel male (per informazioni chiedere per l’appunto a Cavendish). In gruppo non lo noti quasi mai, se non per quella maglia iridata che ormai è diventata sua per usucapione, ma che nella prova mondiale non può indossare. Eppure quando la distanza dal traguardo diminuisce, i giri aumentano. Vorticosamente. E nessuno riesce a stargli dietro.”

Su Vavel è Andrea Russo Spena a dire della naturalezza di Peter, della sua capacità di improvvisare e “inventarsi qualcosa” per arrivare in fondo alla gara, come sottolineato da diversi commentatori in questi anni:

“…il Sagan di Bergen non era al top della condizione, reduce da una brutta influenza che ne aveva condizionato la preparazione. “Non ho visto il percorso, ma che problema c’è? Lo vedrò in gara, sarà un circuito da affrontare undici volte, prenderò le misure durante la corsa”. Detto, fatto, ennesima risposta a chi spesso prende tutto troppo sul serio, ipotesi non contemplata dallo slovacco, che vive di talento e di intuito, gli stessi fattori che ieri gli hanno consentito di giungere nella posizione giusta nella volata finale, per scegliere il timing perfetto della volata.”

Una leggerezza ricordata anche da Pier Augusto Stagi su Il Giornale:

“A Bergen era arrivato per ultimo, con quella sua indolenza che lo rende unico e lo accompagna da sempre, tanto sapeva che lì, anche quest’anno, come da tre anni a questa parte, sarebbe arrivato per primo.
«Se conosco il percorso? No, ma dobbiamo farlo 11 volte, lo imparerò. Non credete?».
Sfrontato Peter Sagan. Sfrontato e puntuale come pochi e nessuno, visto che una cosa l’ha fatta meglio di Eddy Merckx e meglio di tutti gli altri: vincere tre mondiali uno di fila all’altro. Mai nessuno, nella storia del ciclismo, era riuscito a tanto. Peter Sagan unico da ieri pomeriggio lo è per davvero.”

e poi:

“A Sagan chiedono quale sia il suo segreto. «Non ho segreti, nel ciclismo conta pedalare forte. Le tattiche? Io non ne ho, mi stufa parlare di corse e strategie. Mi annoia dover dar retta a qualcuno. Io corro per l’istante, per il momento». Mondiale.”

(P.S.)


Foto Instagram/borahansgrohe

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