Il terremoto al Bundestag tedesco

L’esito delle elezioni legislative di domenica in Germania ha scosso il sistema partitico tedesco dalle fondamenta. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, i due grandi partiti di massa riescono a malapena a superare insieme il 50% dei consensi – i conservatori della Cdu con il 33% e i socialdemocratici della Spd fermi al 20,5% -.

Dato ancor più preoccupante: per la prima volta nella storia della Repubblica federale di Germania, un partito di estrema destra – l’Alternative für Deutschland (AfD) – non solo entra nel Bundestag, ma lo fa da terzo partito, con il 12,6% dei voti (quattro anni fa erano appena il 4,7%).

Mentre Die Linke (La Sinistra) e i Grünen (Verdi) si confermano intorno alla soglia del 9% (con – rispettivamente – il 9,2% e l’8,9%), l’altro grande trionfatore nelle urne del 24 settembre è l’Fdp, il partito liberale che raddoppia i consensi (è al 10,7%) e torna nel Bundestag dopo quattro anni di assenza.

Lo shock elettorale della notte berlinese era già chiaro a giudicare dalle parole di un funereo Martin Schulz, che pochi minuti dopo i primi exit poll annunciava il gran rifiuto dell’Spd di entrare in una nuova grande coalizione con la Cdu. Nelle stesse ore, con una mossa a sorpresa, Frauke Petry – fino a quel momento leader dell’AfD rivelazione del voto – comunicava che in Parlamento non siederà insieme alla rappresentanza della sua stessa forza politica, in reazione all’ennesimo spostamento a destra dell’asse del partito. In casa conservatrice, invece, Horst Seehofer, leader dei cristiano-sociali bavaresi della Csu – che con la Cdu sono federati –, dichiarava quanto fino a quel momento imponderabile: stavolta, il gruppo parlamentare unico con i cristiano-democratici sarà rimesso a un voto nella direzione del partito.

Lo spettro di Weimar 
L’esponenziale crescita nelle urne dell’AfD ha portato molti a evocare lo spettro della Repubblica di Weimar, associando l’exploit dell’estrema destra alla cavalcata elettorale che portò i nazionalsocialisti dal 2,6% del 1928 al 18,3% di due anni dopo (e che sarà seguito, nel pieno della crisi economica, dalle vittorie a man bassa del 1932 e del 1933, con dapprima il 37,4% e poi il 43,9%, mentre l’Spd crollava sotto il 20%). Un timore rilanciato dalle parole del capolista dell’AfD Alexander Gauland, che nella notte elettorale ha proclamato “daremo la caccia al governo” e “ci riprenderemo la nostra terra e la nostra gente”, utilizzando la parola “Volk”, dalla connotazione divisiva e in passato impiegata dai nazisti.

Circa il 60% dell’elettorato che ha scelto l’AfD lo ha fatto principalmente per rigetto nei confronti degli altri partiti in corsa, mentre il 42% dice di sentirsi svantaggiato in Germania (un sentimento che nella base elettorale complessiva scende al 16%). L’identikit dell’elettore tipo porta all’uomo della Germania Est, categoria in cui l’AfD raggiunge il 27%. Stessa percentuale l’Alternative für Deutschland l’ha fatta registrare nelle urne della Sassonia – dov’è arrivata prima -, mentre in generale si è attestata al secondo posto nell’ex Ddr, con il 22,5%; il doppio rispetto alla Germania Ovest, dove ha strappato l’11,1%. Con l’avvento dell’AfD e il ritorno dell’Fdp, la percentuale rosa nel Bundestag scende ai livelli di 19 anni fa: dal 37% al 31%. Appena 11 sui 94 eletti dell’AfD e 18 sugli 80 dell’Fdp sono infatti donne.

Nodo coalizione di governo
Mettere in piedi una coalizione non sarà compito semplice per Angela Merkel, che – tramontata l’ipotesi grande coalizione – dovrà rivolgersi a Verdi e Liberali, mentre preservare l’armonia in casa conservatrice non sarà semplice. La federata Csu sembra come mai prima d’ora risoluta a mantenere fede alla strategia di spostarsi alla destra del panorama politico, benché questa ricetta si sia rivelata un’eclatante sconfitta nelle urne. I cristiano-sociali hanno infatti perso il 10% dei voti in Baviera: preferenze migrate verso l’AfD – nonostante l’annunciata svolta a destra – e verso l’Fdp – quasi una reazione di molti elettori, sorpresi dagli aspri attacchi di Seehofer all’indirizzo della cancelliera -.

L’Fdp è uscita rafforzata grazie alla forte guida di Christian Lindner e adesso si rivolgerà alla Merkel con precise richieste per scongiurare una nuova débâcle elettorale, dopo quella di quattro anni fa, quando si presentò alle urne come partner di minoranza della Cdu/Csu. Non solo Lindner chiederà il ministero delle Finanze, ma si presenterà al tavolo dei negoziati alla luce del decalogo approvato dall’Fdp appena una settimana fa. Fra le richieste che saranno avanzate alla Merkel, una politica migratoria liberale sul modello canadese e un cambio di passo nel governo dell’Eurozona: no a una compensazione finanziaria basata su un budget comune e alla condivisione di sistemi di garanzia dei depositi.

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Una regina a termine

I liberali di Lindner sono infatti sostenitori della Grexit e fautori di un meccanismo in cui Stati colpiti dalla crisi del debito sovrano come la Grecia non debbano essere salvati dagli altri Stati membri, ma possano dichiarare bancarotta e abbandonare l’euro senza tuttavia perdere la membership dell’Unione europea.

Alla luce di ciò, il focus energetico dell’agenda politica dei Verdi (che chiedono investimenti fuori dalle logiche di mercato – il che li rende in qualche modo incompatibili con il modello pro-business dell’Fdp -) sembra essere il minore dei problemi per la Merkel.

Tracollo socialdemocratico
Che una coalizione Giamaica (dai colori dei tre partecipanti, nero-giallo-verde) si materializzi o meno, l’Spd – e non l’AfD – guiderà l’opposizione come principale partito (il che comporta anche certi privilegi parlamentari). Martin Schulz non ha ancora rinunciato alla guida del partito: benché abbia all’apparenza molta popolarità fra i socialdemocratici, con questa mossa sta frenando l’ascesa delle donne dell’Spd, anche se Andrea Nahles è data per favorite come capogruppo nel Bundestag.

Alla testa della minoranza, l’Spd potrà tornare a concentrarsi sulla sua agenda sociale tradizionale, negli anni scorsi rappresentata soltanto da Die Linke. Rimane tuttavia da vedere se, nella legislatura che si apre, le due forze della sinistra tedesca saranno in grado di cooperare o se si scontreranno sul medesimo territorio politico. Soltanto lavorando insieme nel Bundestag saranno in grado di riportare i temi della giustizia sociale nel dibattito politico, offrendo una credibile alternativa a quegli elettori che si sentono lasciati indietro dalla globalizzazione e rinsaldando una coalizione di sinistra in senso ampio, che a queste elezioni in Germania si è fermata al 38,6% (se si contano pure i Verdi).

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Afd, Frauke Petry: una rottura del tutto (in)aspettata

Questo scenario potrebbe rivelarsi tanto una buona quanto una cattiva notizia per l’Europa. Buona notizia perché la Germania rimarrebbe stabile, con alla sua testa un’inedita coalizione capace di farsi portavoce di fresche idee politiche, mentre l’Spd tornerebbe a crescere nel lungo periodo. Cattiva notizia perché l’Fdp rappresenterebbe il maggiore ostacolo per una seria politica di maggiore integrazione economica nell’Ue, quale espressa dal presidente francese Emmanuel Macron e da quello della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

Toccherà ad Angela Merkel esercitare quel tipo di leadership europea di cui è stata capace durante la crisi dei rifugiati, ma non in occasione della crisi del debito greco.

(Daniela Huber via Affarinternazionali.it)


Foto Andrew cc-by-nc-nd

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