La Cina alla svolta ecologista: no crescita economica a spese dell’ambiente

Il 20 settembre il Consiglio degli affari di Stato, il governo cinese, ha annunciato l’istituzione di «un dispositivo di allarme pere sorvegliare lo stato dell’ambiente regionale e di quello delle risorse e per sanzionare i danni causati all’ambiente».

Secondo il documento pubblicato dalla Direzione generale del Comitato centrale di Partito comunista cinese e dalla Direzione generale del Consiglio degli affari di Stato, il nuovo dispositivo riguarderà tre livelli: sovraccarico sull’ambiente e le sue risorse, rischio di sovraccarico e assenza di sovraccarico. «Inoltre – spiega l’agenzia stampa ufficiale Xinhua – a seconda delle perdite di risorse e dei danni ambientali, le regioni in sovraccarico riceveranno un allarme rosso o arancione, mentre le regioni a rischio di sovraccarico ricevono un allarme giallo o blu. Le regioni in cui l’ambiente non presenta né inquinamento né eccessive perdite saranno etichettate come zone verdi con assenza di allarme. Per le regioni di allarme rosso, le autorità governative non approveranno più progetti riguardanti questo settore e le imprese responsabili di gravi danni all’ambiente e alle risorse saranno soggette a sanzioni che vanno dalle ammende alla chiusura, passando per una limitazione della produzione».

Il governo comunista cinese assicura che «lavorerà anche per dare delle ricompense alle aree verdi per i loro sforzi dispiegati in materia di protezione ecologica e nello sviluppo dei diritti ecologici e aumenterà anche il suo sostegno in termini di finanziamenti verdi. La Cina ha detto “stop” alla crescita economica a spese dell’ambiente, mettendo la protezione dell’ambiente in cima all’agenda per assicurare uno sviluppo più verde e sostenibile».

E il Partito comunista cinese sembra fare sul serio: il 21 settembre il Consiglio degli affari di Stato ha pubblicato il piano per il secondo censimento nazionale delle fonti inquinanti. Xinhua spiega: «Sette anni dopo che sono stati pubblicati i risultati del primo censimento nazionale, il governo ha lanciato un secondo censimento per indagare sulla portata, la struttura e la distribuzione delle fonti di inquinamento. Il censimento riguarderà l’inquinamento industriale, agricolo e residenziale. La Cina prevede di completare il censimento nel 2018 e rendere pubblici i risultati nel 2019».

I risultati del primo censimento nazionale sull’’inquinamento erano stati pubblicati nel 2010, e riguardavano circa 6 milioni di elementi di fonti di inquinamento industriale, agricolo, residenziale e da apparecchiature di controllo centralizzate, un censimento che ha raccolto 1,1 miliardi di dati sulle fonti inquinanti. Il Consiglio degli affari di Stato evidenzia che «Il censimento ha rilevato che l’inquinamento agricolo ha influenzato in modo significativo l’approvvigionamento idrico della Cina, spingendo il governo a intraprendere sforzi per ridurre l’inquinamento nelle zone rurali».

Xinhua ribadisce quello che è evidentemente la nuova direttiva del Partito comunista riguardo all’economi e all’ambiente: «Dopo decenni di rapida espansione che ha portato smog e contaminazione del suolo e dell’acqua, la Cina si è posta l’obiettivo di passare dall’ossessione del Pil ad una filosofia di sviluppo equilibrato che si concentri di più sull’ambiente. Sono state adottate misure per controllare l’inquinamento, come una legge rivista sulla protezione dell’ambiente e l’introduzione del sistema dei “capi dei fiumi”. in alcune aree il governo ha definito delle linee rosse per rafforzare la protezione. Entro il 2030, la Cina intende ridurre le emissioni di carbonio per unità del Pil dal 60 al 65% rispetto ai livelli del 2005 e aumentare di circa il 20%. la quota di energia non fossile nel consumo totale».

(Fonte Greenreport.it)


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Smog a Pechino e Shangai

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