Bufera su Kiska: salta fuori anche un rimborso indebito di Iva per 146mila euro

Mentre il presidente Andrej Kiska sta partecipando a New York, come capo della delegazione slovacca, all’apertura della 72esima Assemblea generale dell’Onu, in patria si sta discutendo animatamente dei costi della sua campagna presidenziale del 2014 e della bufera nata sull’onda dell’evasione e frode fiscale ricavate da informazioni anonime su dati e documenti fiscali di una sua società.

Il quotidiano Pravda scriveva ieri che proprio la sua campagna elettorale, quando nel giro di pochi mesi da “signor nessuno” si è trasformato in capo dello Stato con una valanga di consensi, è stata accompagnata da frodi fiscali. Secondo informazioni rivelate ieri (19 settembre) da una fonte anonima, l’Amministrazione Finanziaria aveva infatti non solo contestato alla società Kiska Travel Agency, di cui il presidente è proprietario insieme al fratello, l’evasione di 27 mila euro di imposte per registrazioni in contabilità di costi di marketing relativi alla campagna, ma aveva anche cercato di ottenere un rimborso di 146.308 euro dallo Stato sempre relativamente alla promozione del candidato Kiska per l’aprile 2014. Il presidente, fra le altre cose, in quel momento non era solo socio dell’azienda, ma anche rappresentante legale.

Pravda calcola che è stato chiesto un rimborso di Iva di tale importo, con l’aliquota Iva al 20%, il costo della campagna di Kiska solo di quel mese sarebbe stato di ben 770.000 euro. Nei documenti ottenuti da Pravda, ma inviati anche ad altri media, risulta che la società KTAG aveva ammesso la «errata classificazione delle fatture», dando così origine a una «involontaria» richiesta di rimborso di imposta sul valore aggiunto.

Non è noto al momento se Andrej Kiska abbia pagato veramente la campagna di tasca sua, come ripetuto anche la scorsa settimana, e se questi costi risultino dalla sua dichiarazione dei redditi. Così come non è chiaro se Kiska abbia superato nella sua campagna il limite massimo di spesa previsto dalla legge, dato che una parte (forse una grande parte) dei costi sono stati fatturati a KTAG, almeno dopo il 28 Febbraio 2014, quando la campagna ha avuto inizio ufficialmente. Prima di allora Kiska aveva detto di avere sostenuto i costi della pre-campagna attraverso la società incriminata. La legge impone un tetto di 265.550 euro per le spese della campagna per le elezioni presidenziali (incluse le spese sostenute per la promozione tra il primo turno e il ballottaggio). Nell’aprile 2014 Kiska, ricorda Pravda, aveva detto che dal 28 febbraio al 27 marzo 2014 (compreso il periodo tra il primo e il secondo turno delle elezioni) aveva impiegato 250.593 euro, mentre per il periodo precedente erano stati spesi 1.095.482 euro. Con le nuove informazioni dai documenti del fisco, tuttavia, forti sono i sospetti che il limite legale sia stato superato. E in questo caso potrebbero esserci conseguenze.

Se l’Amministrazione Finanziaria tiene le bocche cucite, dietro alla frase di rito della portavoce «non possiamo fornire informazioni che sono segreto fiscale», non ha aiutato a fare chiarezza nemmeno l’evasività di Kiska sulla questione, che non ha risposto alle domande che circolano più insistentemente. Anzi, l’atteggiamento di Kiska ha irritato più di uno, anche persone che lo avevano sempre sostenuto, come la ong Transparency International che ha sempre apprezzato il suo spendersi a favore della lotta contro la corruzione.

Il capo dello Stato aveva fatto dire a caldo al suo portavoce che la contestata evasione fiscale era in realtà dovuta a «una diversa opinione» degli ispettori fiscali su come sarebbero dovute essere registrate alcune voci contabili rispetto alle operazioni annotate dalla Kiska Travel Agency. Aveva aggiunto che casi simili sono piuttosto comuni e che non lui ha nulla da nascondere. E aveva anzi strillato contro l’agguato politico per informazioni segrete diffuse da email anonime provenienti dall’Ucraina, come succedeva nei momenti peggiori della democrazia slovacca – riferendosi specificamente alle modalità usate dall’ex premier Vladimir Meciar di sbarazzarsi dei nemici. E ha sollecitato il ministro delle Finanze a indagare come sia stato possibile che tali informazioni siano state fatte trapelare dalle segrete stanze dell’ufficio fiscale. Kiska però aveva ammesso la contestazione transata dei 27.000 euro, ma non aveva certo parlato del resto che è uscito in questi giorni.

Del caso si sta interessando anche l’ufficio del Procuratore generale, che Pravda dice starebbe esaminando tra le altre cose la sospensione del procedimento penale contro un altro dirigente di KTAG, tale Eduard Kuckovsky, sospettato di evasione fiscale e di contributi, un reato che prevede la reclusione da 4 a 10 anni. Il codice penale, sottolinea il giornale, denomina l’evasione superiore a 26.600 euro come “di notevole valore”, ma anche se la cifra contestata a KTAG era di 27.114,20 euro la società ha approfittato della norma sul “rimorso effettivo”, pagando l’imposta e passandola liscia.

(La Redazione)

Foto EEAS cc-by-nc-nd

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