Turchia, a che punto siamo

La Turchia è stata al centro di un anno decisamente movimentato, dopo che un tentato colpo di Stato condotto da elementi deviati delle forze armate turche ha dato il via a radicali cambiamenti interni.

RICORDANDO IL GOLPE – La traumatica notte tra il 15 e il 16 luglio verrà per sempre ricordata dalla Turchia come l’inizio di un cambiamento storico. Il tentativo fallito di rovesciamento del potere operato da una parte dei militari turchi portò alla morte di oltre 250 persone e oltre duemila feriti, oltre a una serie di purghe ed epurazioni che al giorno d’oggi non sono ancora concluse. Anche se le dinamiche e le motivazioni del golpe non sono tutt’ora chiare quel che è certo è che il Presidente Recep Tayyip Erdoğan ne ha sfruttato a suo favore il fallimento uscendone rafforzato. Con l’accusa di appoggiare Fethullah Gulen, colui che Erdoğan considera la mente del golpe, dal 2016 il Presidente ha fatto arrestare circa 50 mila persone e sospendere dal posto di lavoro circa 150.000 persone, tra cui militari, accademici, magistrati, giornalisti e oppositori politici, e ha dichiarato uno stato d’emergenza pressoché permanente.

UN ANNO DOPO – Erdoğan gode comunque ancora di ampio appoggio, nonostante la brusca svolta autoritaria di cui si è reso protagonista nell’ultimo anno. Il referendum costituzionale del 16 aprile 2017 ha infatti visto una prevalenza del 51,4% dei consensi alla riforma della Costituzione in senso presidenziale (di tutti gli aspetti della riforma ve ne avevamo parlato qui), rendendo evidente che un’estesa parte della popolazione continua a supportare le mosse politiche del Presidente. Dall’altro lato, però, la restante parte di cittadini si oppone con forza all’autoritarismo di Erdoğan e chiede a gran voce la fine delle purghe e dello stato d’emergenza. A luglio un’enorme marcia per la giustizia guidata da Kemal Kılıçdaroğlu, presidente del Partito popolare repubblicano (Chp, l’opposizione), e durata tre settimane, ha coinvolto centinaia di migliaia di cittadini che protestavano contro la repressione e le politiche di Erdoğan. Ciò nonostante, nell’anniversario del tentato colpo di Stato, Erdoğan ha risposto alle proteste utilizzando toni duri e autoritari. Ha ringraziato i cittadini che hanno difeso il governo e la democrazia, ma ha poi parlato di “tagliare la testa ai traditori” e “tagliare la lingua agli oppositori”, invocando la reintroduzione della pena di morte. Le speranze che le proteste potessero aprire un dialogo con il governo sono state affievolite da un discorso politico sempre più repressivo e censurante, che potrebbe solo aggravare le fratture interne al Paese. Erdoğan ha reso chiaro che il suo obiettivo è quello di costruire una Turchia islamista, nazionalista e ultraconservatrice.

TRA EQUILIBRIO E ROTTURA – Tutto ciò viene ad inserirsi in un contesto internazionale piuttosto complicato per la Turchia. Il continuo battibecco tra Ankara e Bruxelles sta portando a un inasprimento dei rapporti, e alla messa in discussione dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea (Il Caffè Geopolitico ne aveva scritto qui). Le tensioni si sono aggravate specialmente con la Germania, dopo che il 19 agosto Ankara ha richiesto alla polizia spagnola di arrestare lo scrittore tedesco di origine turca Doğan Akhanlı, sotto inchiesta per una trilogia sul genocidio armeno. Dopo le ultime vicende, sembrerebbe che la cancelliera Angela Merkel voglia chiedere alla Commissione Europea di tagliare i finanziamenti alla Turchia e di sospendere il progetto di unione doganale, mentre Erdoğan continua ad invitare i turchi residenti in Germania a non votare per il CDU/CSU (la coalizione della cancelliera). Tra un bisticcio e l’altro con l’UE, Erdoğan ha intanto riallacciato i rapporti con la Russia (con cui c’era stata un’escalation nel 2016) allontanandosi dagli Stati Uniti, anche se continua a restare nella NATO. Le relazioni con Washington sono in precario equilibrio specialmente per ciò che riguarda la situazione in Siria e i combattimenti contro le milizie YPG, considerate da Ankara troppo vicine al PKK. Gli Stati Uniti continuano ad opporsi fermamente all’intervento turco contro i curdi, considerate utili per porre un freno ad Assad e ai suoi alleati, pattugliando la zona di confine turco-siriana.

In conclusione, la Turchia di Erdoğan nell’ultimo anno ha oscillato tra incudine e martello sia internamente che esternamente. E a meno che il Presidente non viri completamente verso un’apertura democratica c’è da aspettarsi che la Turchia continui a restare sul filo del rasoio.

IN PIÙ – La Turchia sta ricevendo sempre più critiche da molte istituzioni internazionali. Il Consiglio d’Europa ha espresso un giudizio fortemente negativo sul referendum costituzionale indetto durante lo stato d’emergenza, e ha denunciato l’uso di tortura nel Paese e il mancato rispetto dei valori democratici. L’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa) critica il deterioramento della libertà di stampa e la poca trasparenza elettorale. Infine, l’ONU ha rinviato la Turchia al Consiglio di Sicurezza, dopo che Ankara si è rifiutata si rilasciare un giudice internazionale turco possedente l’immunità diplomatica.

(Silvia Semenzin via ilcaffegeopolitico.org, cc-by-nc-nd)


Foto A G cc-by-nc-nd
Pi István Tóth cc-by-nc-sa

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