La fuga dei giovani all’estero costa all’Italia 14 miliardi

Sempre più giovani scelgono di cercare “fortuna” all’estero. L’Italia offre poche prospettive per i ragazzi nel mondo del lavoro e la fuga “dei cervelli” all’estero costa allo Stato italiano 14 miliardi l’anno. A dirlo è il rapporto Scenari Economici del centro studi di Confindustria.
Nel 2015 sono stati 51mila gli under40 che hanno deciso di trasferirsi all’estero. Un dato in crescita se si prendono in considerazione i sette anni precedenti a partire dal 2008 quando gli italiani in fuga erano 21mila. E questo, stando ai dati del Centro Studi di Confindustria, comporta una grande perdita per il Paese in termini di capitale umano.

Tenendo in considerazione la spesa familiare per la crescita e l’educazione di un figlio, dalla nascita ai 25 anni, che per l’associazione industriali ruota intorno ai 165 mila euro, è come se l’Italia in questi anni, con l’emigrazione dei suoi giovani, avesse perso 42,8 miliardi di euro in capitale umano. A questa stima va aggiunta la perdita della spesa dello Stato per la formazione dei ragazzi che si sono trasferiti, valutata 5,6 miliardi se si prende come riferimento la spesa media per studente dalla scuola primaria fino all’università. Si arriva così a una perdita di risorse che ammonta nel solo 2015 a 14 miliardi.

E per Confindustra questo flusso crescente di emigrazione è da ricollegare principalmente alla mancanza di occupazione giovanile, “vera emergenza dell’Italia” secondo gli esperti. Nel rapporto si legge che: “L’inadeguato livello dell’occupazione giovanile sta producendo gravi conseguenze permanenti sulla società e sull’economia dell’Italia, sotto forma di depauperamento sia del capitale sociale che umano. […] Un doppio spreco per il Paese che si traduce in abbassamento del potenziale di crescita e vanifica in parte il potenziale delle riforme strutturali faticosamente realizzate”.

Secondo i dati, nel 2016 solo il 16,6% dei giovani, in età compresa tra i 15 e i 24 anni, aveva un impiego. Sempre lo scorso anno in Germania il 45,7% delle persone aveva un lavoro e per lo stesso periodo la media dell’Eurozona è di 31,2%. Prendendo invece in considerazione la fascia d’età tra i 25 e i 29 anni, il tasso di occupazione italiano nel 2016 è del 53,7%, ma lo stacco rispetto agli altri paesi europei si amplia, da 14,6% a 17,1% punti percentuali. Sempre nel rapporto si legge che “riforme politiche pro-crescita sono necessarie, soprattutto rivolte ai giovani”.

Nel 2017 l’occupazione è salita dell’1,1% e nel 2018 sarà del +1,0%. Si stima che a fine 2018 gli occupati saranno 160mila, anche se, si legge, “le persone a cui manca il lavoro, in tutto o in parte, sono 7,7 milioni e la bassa occupazione giovanile resta il vero tallone d’Achille”.

Crescita del Pil
Buona invece la crescita generale del Paese, prendendo in considerazione i dati sul Pil Italiano. Stando ai dati il 2017 si concluderà con una crescita del prodotto interno lordo dell’1,5%. La stima, come sottolineato nel rapporto, non include i possibili effetti della prossima Legge Bilancio con la quale, sempre secondo Confindustria, i saldi dovrebbero migliorare dello 0,5% del Pil, limitando così il suo attuale valore di due decimi. E così “a fine 2018 il Pil recuperà il terreno perduto con la seconda recessione del 2011-2013 e sarà ancora del 4,7% inferiore al massimo toccato nel 2008”. Nel rapporto si sottolinea che una spinta all’economia italiana viene data dall’esportazioni e dal made in Italy. Nel 2018 l’export sarà del 15% sopra i livelli del 2008 e al 32% del Pil (dal 26,4% di dieci anni prima). Anche gli investimenti fanno registrare dati positivi grazie “al basso costo del capitale, alle migliori aspettative di domanda, alla saturazione degli impianti, al recupero dei margini e alla risalita recente delle costruzioni”.
In crescita anche i consumi delle famiglie, in costante aumento dall’estate 2013. E infatti: “I giudizi sugli ordini interni dei produttori di beni di consumo preannunciano un’accelerazione della spesa nel trimestre in corso e una tenuta tra fine 2017 e inizio 2018”.

Confrontando la crescita del Paese con i dati internazionali, resta alto e negativo il differenziale rispetto al resto dell’Euroarea: nel 2017 è pari a 0,8% punti percentuali, anche se nel 2015 era dell’1,5 punti percentuali. Rispetto al 2000 il netto dell’aera Euro è salito del 24,4%.

Un focus del Rapporto è incentrato sulle sfide che attendono la politica economica italiana. Confindustria individua sei rischi fondamentali: “l’uscita dalle misure di emergenza della BCE; il rilassarsi dell’azione riformista del Governo italiano; il ritorno di simultanee politiche di bilancio restrittive in Europa; la difficoltà dei tassi di cambio; il crollo del prezzo del petrolio e il rallentamento marcato della Cina”.

(Maurizia Marcoaldi via fanpage.it cc-by-nc-nd)


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