Dove andranno i combattenti dell’ISIS quando cadrà il califfato?

Mentre la guerra al Califfato volge al termine, questo articolo della rivista statunitense The Atlantic affronta una questione importante:  dove andranno e dove già sono stati dispiegati i cosiddetti foreign fighters dell’Isis, sopravvissuti alle battaglie. The Atlantic distingue tre gruppi: gli irriducibili del “cerchio interno” che tenteranno di riorganizzare sul campo  un Isis 2.0, i mercenari impossibilitati a tornare in patria, che vagheranno in cerca del prossimo teatro di guerra, e i “rimpatriati”, a loro volta divisi in tre differenti sottogruppi, che rappresentano il maggior pericolo per i paesi occidentali, in quanto probabilmente si dirigeranno in Europa, determinati a colpire. 


Articolo di Colin P. Clarck e Amarnath Amara Singam, 6 Agosto 2017

Hanno diverse opzioni.

Lo Stato islamico è sul punto di cadere. Con le finanze dimezzate negli ultimi sei mesi, i media e i sistemi di comunicazione a pezzi e l’offensiva nel Mosul occidentale che ne erode sempre più il territorio, la fine del cosiddetto califfato in Medio Oriente sembra vicina. Benché una vittoria netta sia tutt’altro che scontata, di questo passo è plausibile che le forze americane e i loro alleati sconfiggano l’ISIS in Iraq e in Siria, uccidendo e catturando i suoi combattenti, scacciando il gruppo dalle città e dai villaggi chiave di quello che precedentemente costituiva il suo califfato e arrivando infine a prendere Raqqa, la roccaforte.

L’attenzione, quindi, si concentrerà su cosa faranno successivamente i “foreign fighters“, i combattenti stranieri dell’ISIS – che al loro picco erano decine di migliaia, provenienti da decine di paesi. Ci sono diverse possibilità.

Quando un conflitto termina, sia con la forza che con un accordo negoziato, i terroristi transnazionali possono disperdersi in numerose direzioni. I combattenti dell’ISIS sono senza dubbio capaci: trincerati nelle loro posizioni, hanno abilmente utilizzato tunnel e reti sotterranee per spostare uomini e materiali, hanno messo a punto la produzione e il dispiegamento di ordigni esplosivi improvvisati a bordo di veicoli per tenere a bada i loro avversari.

I “combattenti irriducibili”, specialmente gli stranieri della cerchia più ristretta intorno al leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi e ai suoi alti comandanti, rimarranno probabilmente in Iraq e in Siria e cercheranno di aderire alla resistenza sotterranea di un “ISIS 2.0”. Molto probabilmente, questi gruppi di guerriglieri ribelli dell’ISIS si riuniranno in un’organizzazione terroristica clandestina. Oltre a effettuare attacchi sporadici, agguati e, forse, attacchi spettacolari con tattiche suicide, questi combattenti dell’ISIS si riposeranno, riarmandosi e recuperando le forze.

In questo frattempo, i militanti possono stringere alleanze con diversi gruppi sul terreno, tra cui l’ISIS, Jabhat Fateh al-Sham e Ahrar al-Sham (già una vaga coalizione di unità islamiste e salafite) e cercheranno attivamente delle zone ancora al di fuori del controllo delle forze governative siriane o irachene e dei loro alleati. Come ha suggerito l’esperto di terrorismo Bruce Hoffman, se le fortune dell’ISIS continueranno a declinare, potrebbe esserci un gruppo di jihadisti che vedranno il riavvicinamento ad Al-Qaeda come l’unica opzione per continuare la loro lotta. Alcune interviste con dei combattenti occidentali dell’ISIS suggeriscono che le differenze ideologiche tra Al-Qaeda e ISIS sono troppo significative per poter essere colmate rapidamente, ma col tempo la situazione può cambiare.

Un secondo gruppo di combattenti sono quei potenziali “giocatori liberi” o mercenari che sono impossibilitati a fare rientro nei loro paesi d’origine. Si può prevedere che formeranno un drappello di jihadisti senza patria che viaggeranno all’estero alla ricerca del prossimo teatro di guerra – Yemen, Libia, Africa occidentale o Afghanistan – per proteggere, sostenere ed espandere i confini del cosiddetto califfato. Queste sono la progenie militante dei mujahideen originali, o dei jihadisti transnazionali che una volta riempivano le file di al-Qaeda e combattevano in Afghanistan contro i sovietici, e in Cecenia e nei Balcani. Gli affiliati dell’ISIS e i jihadisti locali sunniti in questi luoghi probabilmente accoglierebbero con favore un afflusso di compagni ben preparati al combattimento.

E poi c’è il terzo gruppo di foreign fighters: “i rimpatriati”. Questo è il gruppo che preoccupa di più l’ambiente dell’antiterrorismo. Questi combattenti possono tentare di tornare nei loro paesi di origine, come la Tunisia o l’Arabia Saudita, o andare più lontano in Europa, Asia o Nord America. Gli Stati con strutture di difesa nazionali più robuste – una polizia di frontiera ben addestrata, servizi di intelligence di livello mondiale – hanno maggiori probabilità di minimizzarne l’ impatto. Ma non tutti i servizi di sicurezza occidentali sono uguali: alcuni inevitabilmente avranno più difficoltà a contenere la minaccia di altri. A complicare ulteriormente la questione è l’incapacità degli stati nazionali, in particolare quelli dell’Unione europea, di condividere persino la definizione di foreign fighter.

I rimpatriati non sono un gruppo omogeneo come possono sembrare. Alcuni saranno i “disillusi”, quelli che sono andati in Siria seguendo un’utopia, l’avventura, e l’opportunità di esprimere la propria identità religiosa, e invece si sono trovati davanti a qualcosa di molto diverso. Sulla base di interviste e altre ricerche, i locali siriani, che i combattenti dicevano di voler “salvare”, non li rispettavano. Questi combattenti hanno dovuto lottare per ottenere cose fondamentali come cibo e finanziamenti, cimentandosi duramente con le tribolazioni della guerra. Ma tornando in Occidente, potrebbero essere utilizzati per istruire altri giovani radicali. Questi combattenti potrebbero aver bisogno di assistenza psicologica, più che di prigione.

C’è un secondo sottogruppo di rimpatriati che chiameremo “disimpegnati ma non disillusi”. Proprio come i militanti sono motivati ​​a unirsi alla lotta per una serie di ragioni, essi possono abbandonarla per vari motivi: un matrimonio imminente, sfinimento da battaglia, o perché sentono la mancanza delle loro famiglie. Essi sono comunque impegnati nel jihadismo. Come ha detto recentemente un rimpatriato: “ho lasciato l’ISIS, ma se ci fosse un’altra battaglia da combattere da qualche parte, probabilmente andrei“. Questo individuo è rimasto disilluso dall’ISIS come organizzazione, ma non dal jihad nel suo complesso.

L’ultimo sottogruppo dei rimpatriati sono i rimpatriati “operativi”: i combattenti di ritorno che tentano di rianimare le reti dormienti, di reclutare nuovi membri, o di condurre attacchi in stile lupo solitario. Saranno nelle condizioni di tentare attacchi sotto il comando e il controllo di ciò che resta dell’ISIS in Medio Oriente. Sono i più micidiali. Gli attacchi di Parigi del novembre 2015, condotti da foreign fighters che si erano allenati in Siria e sono stati spediti in Francia, ne sono forse l’esempio più chiaro. I rimpatriati operativi sono ancor più preoccupanti, in realtà, se è vero che centinaia di loro sono già stati dispiegati in Europa, e altre centinaia si nascondono alle porte dell’Europa, in Turchia.

Per l’Occidente, contrastare questi diversi gruppi richiederà di mettere in atto una serie di strategie. I combattenti irriducibili che rimangono in Iraq e in Siria devono essere uccisi o catturati dalle forze di sicurezza irachene e dal resto della coalizione che combatte l’ISIS. Affrontare queste bande di miliziani erranti richiede sforzi continui per potenziare le capacità delle forze militari dei paesi ospitanti negli stati più deboli e fragili – addestramento e dotazione delle forze militari e di sicurezza, rafforzamento dello stato di diritto e promozione di una buona governance e una serie di altri obiettivi a medio-lungo termine.

Mentre l’UE è distratta dalle conseguenze della Brexit e dalle ingerenze russe nelle elezioni nazionali, i militanti jihadisti torneranno verso l’Europa, alcuni dei quali determinati a colpire. E mentre i terroristi transnazionali si riverseranno senza dubbio in Libia e Yemen, la vera sfida sarà di riuscire a impedire ulteriori attacchi in tutto il mondo, comprese le grandi città europee.

(Fonte vocidallestero.it, cc-by)


Foto sotto Day Donaldson cc-by

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