Quanto dobbiamo aver paura della Corea del Nord?

Perché la Corea del Nord non può portare avanti un programma nucleare nazionale come fanno i suoi vicini regionali? La risposta è complessa e chiama in causa attori diversi e ragioni contrastanti…

La USS Ronald Reagan è una portaerei statunitense a propulsione nucleare. È alta come un palazzo di 20 piani e lunga oltre 330 metri. Da agosto staziona a Yokosuka, in Giappone, dopo un periodo di esercitazioni, e nei giorni scorsi ha lasciato la base per una missione a lungo termine con l’obiettivo di mantenere la sicurezza nella regione dell’Asia Pacifico. La minaccia nordcoreana, dopo l’ultimo lancio del missile e il test nucleare, è diventata una cosa seria. In fondo lo è sempre stata, ma le improvvisazioni mediatiche di Donald Trump hanno contribuito a innalzare il clima di tensione. C’è stato un passo indietro, è vero, da parte del presidente Usa, che ha detto di voler evitare una “soluzione militare”. Ma il problema resta, eccome.

Le esercitazioni di Pyongyang vanno avanti dal 2016, il che suggerisce che i Kim hanno fatto dello sviluppo e del dispiegamento di armi nucleari una precisa aspirazione nazionale. Con il programma di missili balistici intercontinentali hanno messo in chiaro che possono colpire obiettivi lontani dalla penisola. Non solo il Giappone o Seul, anche gli Stati Uniti. Ed è più di qualche anno che a Washington si respirano esitazioni e timori in questo senso.

La domanda che molti si fanno è: perché tutto questo gran parlare della Corea del Nord, se anche il Pakistan (patria dei talebani pakistani, della shura di Quetta e covo pro-tempore di bin Laden fino alla sua morte) ha sviluppato e sperimentato armi nucleari in passato? Così come l’India, dove la stessa al Qaeda ha aperto un filiale importante, oppure Israele. Paesi che non hanno ancora aderito al Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) e sui quali non si hanno stime esatte a proposito delle testate in azione e del loro potenziale. Per dovere di cronaca: gli Usa lo hanno firmato, ma mai ratificato, a differenza dei russi che invece hanno seguito correttamente il protocollo a seguito del fallimento della conferenza di revisione del 2005 (seppur i numeri forniti da Mosca restano poco attendibili).
Insomma, perché la Corea del Nord non può fare lo stesso? Perché non può portare avanti un programma nucleare nazionale come fanno i suoi vicini regionali? La risposta risiede nell’assenza di uno Stato, nella diffidenza che Pyongyang ha sempre mostrato verso la comunità internazionale e verso l’interesse nella sicurezza globale.

Quelle a cui stiamo assistendo sono le prove generali di uno spettacolo che forse non andrà mai in scena. C’è chi sostiene che la minaccia nucleare nordcoreana sia infatti solo un artificio dei Kim per tenere lontano l’ingerenza occidentale. Un copione che anni fa ripeteva puntualmente l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, quando al punto più basso nei rapporti Usa-Iran ipotizzava “reazioni devastanti” contro gli Stati Uniti. Si chiama spirito di sopravvivenza e compete ai piccoli regimi, non alle superpotenze. Tanto che, nell’analisi generale, occorre calibrare i toni duri e minacciosi di Pyongyang con le reali capacità militari e atomiche del Paese. Se Kim Jong-un stesso ha bisogno di cucirsi addosso l’immagine dell’uomo forte, evidentemente è tutto fuorché un uomo forte.


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Tuttavia, c’è anche da chiedersi quale possa essere la merce di scambio che reclama il “brillante compagno” (epiteto attribuito al giovane Kim simile a quello di “grande leader” per Kim Il-sung e “caro leader” per Kim Jong-il) nella penisola. Durante la guerra fredda Mosca e Pechino detenevano già armi nucleari, ma non avevano un proprio alter ego a cui render conto, mentre Pyongyang è costretta a convivere con un altro Stato molto più proposero e legittimo del suo: la Corea del Sud. Continuare a minacciare la guerra e perfezionare le proprie armi di distruzioni di massa è un modo per costringere gli Usa a farsi da parte nella penisola. La logica del regime è che tanto più le sue capacità atomiche progrediranno, tanto meno gli Stati Uniti difenderanno Seul, evitando così di esporre al pericolo milioni di vite americane. Una strategia che mira a isolare il dominio dei sudcoreani e che garantisce ai Kim la sopravvivenza sul lungo periodo.

In questa complessa partita a scacchi la Cina gioca un ruolo cruciale. È la sola in grado di poter limitare le ambizioni nordcoreane, ma non è nei suoi interessi farlo. Almeno per il momento, perché una Corea del Nord in grado di minacciare il mondo stabilizza la sua area di influenza, sterilizzando al contempo l’ingerenza Usa. È la Cina l’unico negoziatore credibile e tale vuole restare. Se al contrario emergessero tutte le debolezze di Pyongyang, svelate peraltro dagli scatti dal fotografo francese Eric Lafforgue e spesso celate dietro a grandi parate militari, verrebbe meno l’immagine eroica di Pechino. Quella di ergersi a baricentro del dialogo e della mediazione.

Non a caso le minacce dei Kim sembrano spaventare tutti salvo la Repubblica Popolare, che continua a finanziare il regime attraverso canali indiretti come società e banche d’affari. Alla Casa Bianca questa è una notizia di dominio pubblico da diverso tempo, malgrado ciò i margini per intervenire da parte di Washington sono ristretti (la Cina, dopo il Giappone, è tra i maggiori detentori del debito pubblico statunitense).

Una soluzione alla crisi potrebbe aprirsi iniziando a sanzionare quelle banche cinesi che operano con la Corea del Nord, spesso facilitando transazioni in dollari per conto di società nordcoreane. Qualche precedente c’è stato con la Banca di Dandong e, parallelamente, con lo sblocco della vendita a Taiwan di armamenti per un valore totale di 1,4 miliardi di dollari. È sufficiente? Non ancora. Ma come si dice: c’è un tempo per pescare, e un tempo per asciugare le reti.

(Augusto Rubei, via Fanpage.it cc-by-nc-nd)


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