Una Turchia fuori dell’Unione europea non conviene a nessuno?

Quando Angela Merkel dichiara di essere favorevole all’interruzione del negoziato di adesione della Turchia all’Unione europea e che è “chiaro” che Ankara non deve entrare nel club – lo ha fatto la sera del 3 settembre durante il dibattito televisivo con il candidato socialdemocratico Martin Schultz, con cui si scontrerà alle elezioni del 24 settembre – ha perfettamente ragione.

Dopo il tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha licenziato più di centomila funzionari, ha chiuso cinquantamila persone in prigione e ha fatto arrestare 160 giornalisti. Lontana dalla democrazia che sembrava dover diventare nel decennio scorso, la Turchia è sempre più una dittatura e si allontana ogni giorno dal diritto e dalle libertà indispensabili per qualsiasi candidato all’ingresso nell’Unione.

Chiedendo l’interruzione del negoziato per l’adesione, dunque, la cancelliera ribadisce un fatto evidente. Eppure, allo stesso tempo, ha torto.

Un paese europeo da secoli

Merkel sbaglia quando aggiunge di non aver mai creduto che l’adesione della Turchia potesse diventare realtà. Se le cose stessero così, anziché dirlo solo adesso avrebbe dovuto opporsi all’apertura del negoziato e non mentire sulle sue convinzioni ai turchi, ai tedeschi e a tutti gli europei.

Fatto ancora più grave, Merkel ha torto anche nel merito, perché fa confusione tra quattro diverse Turchie: quella della piccola borghesia timida e religiosa che sostiene l’attuale presidente, quella della classe media urbana che ha già un piede in Europa e rappresenta il futuro del paese, quella della deriva dittatoriale di Erdoğan e quella che aspira allo stato di diritto e che continua a rafforzarsi.

La porta sbattuta in faccia alla Turchia dalla Francia di Sarkozy è sicuramente tra le cause dell’evoluzione attuale del paese

La Turchia esita, ma situata all’incrocio tra Asia centrale, Europa e Medio Oriente resta un paese la cui storia è europea da secoli, che guarda verso l’Europa da un secolo e mezzo e che l’Unione avrebbe ogni interesse a integrare piuttosto che lasciarla allontanarsi verso la Russia e il caos del Medio Oriente. Molto meglio ritrovarsi insieme alla Turchia che contro la Turchia.

Certo, dirà qualcuno, ma bisogna tenere conto delle libertà.

Assolutamente sì, lo stato delle libertà nella Turchia di oggi è assolutamente incompatibile con un’adesione o anche con un negoziato di adesione, ma Erdoğan non è eterno. Ciò che pare inconcepibile oggi non lo sarà più dopo l’uscita di scena del presidente, dunque non possiamo compromettere il futuro. Anche perché la porta sbattuta in faccia alla Turchia dalla Francia di Sarkozy è sicuramente tra le cause dell’evoluzione attuale del paese.

L’Europa ha bisogno della Turchia quanto la Turchia ha bisogno dell’Europa, e anziché sbarrare le porte bisognerebbe preparare il futuro, non tanto l’ingresso della Turchia in Europa ma l’ingresso dell’Europa in Turchia.

 

 

(Bernard Guetta, Internazionale.it cc-by-nc-nd)


Foto: Ankara, Hendrik Wieduwilt cc-by

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