I millennials sono preoccupati per il clima (e sono meglio di quel che pensiamo)

Per capire cosa pensano i leader e i cittadini del futuro il World economic forum (Wef) con il suo Global Shapers Annual Survey 2017 ha nuovamente intervistato 25.000 giovani di età compresa tra 18 e 35 anni provenienti da 186 Paesi e territori. Quel che ne è emerso è sia un quadro confortante (i millennials sono molto meglio di quanto crediamo, e comunque molto più progressisti e aperti degli anziani sempre più incarogniti e razzisti) che politicamente sconfortante: il 55,9% degli intervistati crede che le loro opinioni non siano prese in considerazione prima di prendere decisioni importanti. Ma come dice il Wef, alla fine l’influenza dei giovani su politica ed economia migliorerà per il semplice fatto che «occupano una quota crescente della forza lavoro globale, la loro base elettorale e il loro potere di spesa tra i consumatori crescono». Insomma, il mondo va in direzione opposta a quella immobile di un’Italia che invecchia – tra i 18 e i 35 anni nel nostro Paese si contano 9,5 milioni di cittadini, a fronte di 15,9 milioni di pensionati –, lascia fuggire i suoi giovani e vuole chiude le porte a chi dovrà pagare la pensione ai razzisti da tastiera.
I risultati dell’indagine della Global Shapers Community del Wef forniscono una panoramica interessante su come i giovani vedono il mondo e pensano di affrontare le sfide del futuro, con il World economic forum ad ammonire: «I governi, le imprese e le altre istituzioni che ignorano l’attuale generazione di giovani lo fanno a loro pericolo».

Il rapporto Wef evidenzia le 5 cose più importanti emerse dal Global Shapers Annual Survey 2017:

I giovani sono molto preoccupati per il cambiamento climatico. Tra tutti i problemi mondiali, i giovani sono più preoccupati per l’impatto dei cambiamenti climatici e la distruzione della natura in generale (48,8%). La Global Shapers Community del Wef sottolinea che «questo è il terzo anno consecutivo che il cambiamento climatico è stato votato come il più grave problema mondiale, suggerendo che i giovani devono ancora essere convinti dagli sforzi globali – come l’Accordo di Parigi – messi in campo per affrontare il problema». Forse non sorprendentemente, considerando l’attuale livello di instabilità globale, le guerre e le disuguaglianze sono state elencate rispettivamente come seconda (38,9%) e terza (30,8%) più grande preoccupazione. Anche la povertà, i conflitti religiosi e la responsabilità e la trasparenza del governo preoccupano fortemente i giovani di tutto il mondo.

I giovani diffidano dei media, del big business e dei governi. Il boom delle fake news, anche durante le recenti campagne elettorali un po’ in tutto il mondo, potrebbe spiegare in qualche modo la crescente diffidenza verso i media tra i giovani. Poco più del 30% degli intervistati ha dichiarato di aver fiducia nei media, contro quasi il 46% che ha dichiarato di non averne affatto. Livelli di sfiducia simili sono stati espressi verso le grandi aziende, le banche e i governi. Questa diffidenza verso il grande potere economico porta il 22,7% dei giovani ad essere molto preoccupato per la corruzione. Le istituzioni ritenute più affidabili dai giovani sono le scuole, le organizzazioni internazionali, i datori di lavoro e i tribunali.

I giovani non sono pigri, sono workaholicsC’è un malinteso senso comune sui millenials  (bollati come “bamboccioni” in Italia) e il lavoro: il Global Shapers Annual Survey 2017 mostra infatti che i giovani sono infatti molto orientati a far carriera. «Quando gli viene chiesto di nominare i criteri più importanti quando considerano delle opportunità di lavoro, lo stipendio è andato in testa, seguito da un senso di scopo e dall’avanzamento della carriera. Solo circa il 16% hanno dichiarato di essere disposto a sacrificare la carriera e lo stipendio per godersi la vita». Per sottolineare il fatto che i giovani non sono pigri e bamboccioni, l’indagine ha rilevato che la stragrande maggioranza degli intervistati (81,1%) sarebbe disposta a spostarsi all’estero per lavorare e fare carriera. Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania e Australia sono considerati i Paesi più desiderabili per cogliere le opportunità di lavoro. Insomma, in questa Europa e in questo mondo delle frontiere, dei muri  e della Brexit i giovani si sentono cittadini globali, e sentono che il lavoro è un diritto che va cercato dove è più opportuno, gratificante e redditizio. Sono quelli che chiamiamo con disprezzo “migranti economici”, che però smettono di esserlo se hanno la pelle bianca, un buon livello di istruzione e soprattutto se sono italiani che vanno all’estero.

Ai giovani non fa paura la tecnologia: sono ottimisti. I progressi tecnologici negli ultimi anni hanno suscitato preoccupazioni nella società per il fatto che i datori di lavoro cercheranno di sostituire i lavoratori umani con i robot. Ma la maggior parte dei giovani (78,6%) crede che la tecnologia creerà posti di lavoro piuttosto che distruggerli. Quando è stato chiesto loro di citare il prossimo grande trend tecnologico, il 28% dei giovani ha dichiarato che ad avere l’impatto più significativo sarà l’intelligenza artificiale, mentre considerano l’istruzione come il settore che probabilmente trarrà maggiore vantaggio dall’adozione di nuove tecnologie. Tuttavia, solo il 3,1% degli intervistati avrebbe fiducia nei robot se dovessero prendere decisioni al posto loro, e quando è stata loro prospettata la possibilità di installare un impianto tecnologico sotto la propria pelle, il 44,3% dei giovani intervistati ha rifiutato l’idea.

I giovani si preoccupano degli altri e non sono razzisti. Nonostante quel che credono le generazioni più anziane (come d’altronde hanno sempre fatto quelle che le hanno precedute), la generazione dei millennils è empatica e il rapporto Wef sottolinea che «questo è forse meglio evidenziato dal fatto che quasi i tre quarti (73,6%) degli intervistati hanno dichiarato di voler accogliere i rifugiati nel loro Paese. Quando viene chiesto come i governi devono rispondere alla crisi globale dei rifugiati, più della metà (55,4%) ha affermato che bisogna fare di più per includere i rifugiati nella forza lavoro nazionale. Solo il 3,5% ha detto che i rifugiati dovrebbero essere deportati. In un momento di incertezza globale e di spostamento verso l’isolazionismo, la stragrande maggioranza dei giovani (86,5%) si considera semplicemente “umano”, in contrasto con l’identificazione con un particolare Paese, religione o etnia».

(Umberto Mazzantini via greenreport.it)


Foto enricarchivell @ flickr

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