La banchisa mai così fragile e sottile

Anche quest’estate la banchisa artica soffre. Ad oggi intorno al Polo Nord il ghiaccio marino si estende per poco più di 5 milioni di chilometri quadrati, un valore meno drammatico rispetto al minimo storico del 2012, ma pur sempre sotto media di circa 2 milioni di chilometri quadrati, ne manca dunque una porzione pari a quasi sette volte l’Italia. La fusione potrà continuare ancora per due-tre settimane prima che si raggiunga il minimo annuo di superficie ghiacciata, solitamente a metà settembre, dopodiché riprenderà il rigelo autunnale e si potranno commentare le statistiche definitive della stagione. Non solo il ghiaccio galleggiante è oggi meno esteso, ma è anche molto più sottile (non più di due metri) e quindi fragile rispetto ad alcuni decenni fa, quando formava uno strato pluriennale spesso anche cinque metri, più resistente ai tepori estivi. Proprio al drastico aumento delle temperature medie, che in quelle regioni ammonta a 3-4 °C nell’ultimo secolo (più del doppio che nel resto del Pianeta) si attribuisce gran parte del recente tracollo della banchisa, cui pare abbiano anche contribuito – ma in misura minore – cambiamenti naturali della circolazione atmosferica. Fino a una quarantina di anni fa la conoscenza dello stato del ghiaccio marino era affidata a incomplete mappe compilate a vista da spedizioni scientifiche, mentre dal 1979 sono disponibili le osservazioni sistematiche dei satelliti i cui dati sono oggi elaborati e diffusi in tempo reale dal National Snow and Ice Data Center di Boulder, in Colorado.

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La tendenza è allarmante, e in settembre l’area di banchisa si è ridotta di oltre un terzo rispetto a fine Anni 70. Un fenomeno che si autoalimenta, poiché l’oceano scuro, rispetto ai ghiacci bianchi e riflettenti, assorbe più calore solare, intensificando ulteriormente il riscaldamento e la fusione. Gli effetti negativi non riguardano solo gli orsi polari, ma giungono fino a noi attraverso complesse interazioni tra ecosistemi e modificazioni della circolazione di venti e perturbazioni in Europa e Nord America, rendendo forse più probabili eventi meteorologici estremi. È come se stesse scomparendo l’impianto di raffrescamento del Pianeta, e che una petroliera possa navigare più facilmente da un Continente all’altro non è una consolazione: il suo contenuto non farà altro che alimentare il riscaldamento globale.

(Luca Mercalli via lastampa.it, cc-by-nc-nd)


Foto gridarendal cc-by-nc-sa

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