Se l’hi-tech fa i mestieri della classe media

La fantascienza, notoriamente, ha le antenne lunghe. (Ri)vedere per credere un desolato film di pochi anni fa, Automata di Gabe Ibánez. Ovvero, un piccolo manifesto del «revisionismo» filo-intelligenza artificiale (per il quale le macchine pensanti non sono nemiche), che ci consegnava la fotografia, in un ipotetico 2044, di un’America desertificata dal riscaldamento globale, dove a svolgere ogni tipo di lavoro manuale, sostituendo in toto la «vecchia» classe operaia, sono androidi e robot, mentre dilagano tra gli umani droghe e alcolismo. Una preveggente istantanea distopica del Midwest di questi decenni, raccontato J. D. Vance nella sua dolente Elegia americana (Garzanti) degli hillbilly, i sottoproletari bianchi che chiedono al plebiscitato presidente Donald Trump di «riportare a casa» gli impieghi manifatturieri volati via con le delocalizzazioni e la mondializzazione.

Le elezioni si vincono, di nuovo, sui posti (o, per meglio dire, sulle promesse) di lavoro. Una variazione sul tema della massima clintoniana (di Bill e dei suoi spin doctor, non della sconfitta Hillary) «It’s the economy, stupid!» – e all’epoca, i ruggenti Anni Novanta, a decidere la sorte in favore dei democratici era stata proprio quella new economy high tech e digitale che, nel corso dei mesi passati, è stata additata dagli strateghi trumpiani (apparentemente) neoluddisti come la responsabile della strage dei colletti blu. E non solo, perché l’evoluzione tecnologica si sta prendendo massicciamente anche i mestieri dei colletti bianchi e di una classe media non ancora ripresasi dalla Grande recessione e dalla crisi finanziaria, negli Usa come in Europa.

Lo testimonia il moltiplicarsi anche sugli scaffali italiani, nell’ultimo triennio, di testi dedicati alla problematica degli impatti sociali dell’accelerazione tecnologica e della robotica fra Internet delle cose e IA: dal profetico La nuova rivoluzione delle macchine di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (Feltrinelli) a Il futuro senza lavoro di Martin Ford (Il Saggiatore), da Al posto tuo di Riccardo Staglianò (Einaudi) a La società degli automi di Riccardo Campa (D editore), fino a Tuttolavoro di Walter Passerini (Giunti); come pure l’attenzione che dedica al tema l’Economist, alfiere del lifelong learning e della formazione permanente (con una correlazione più stretta tra sistemi educativi e universo produttivo in continua metamorfosi) per «sopravvivere nell’era dell’automazione» e della «grande convergenza».

La visione di una jobless society si è imposta con forza nel dibattito pubblico di questi anni dopo un famoso studio McKinsey del 2013 sulle tecnologie ritenute «dirompenti» per l’occupazione, e con le ultime edizioni del World Economic Forum di Davos che hanno lanciato l’allarme a proposito dello spettro che si aggirerebbe nei meandri della quarta rivoluzione industriale, quello della «fine del lavoro». Ma se l’idea della piena occupazione risulta archiviata alla stregua di una novecentesca utopia socialdemocratica, un aspetto importante della discussione rimanda alla concezione di fondo del lavoro, su cui gli studiosi si dividono: per alcuni coincide con una «quantità data» (e, quindi, i posti cancellati dalle macchine non si possono recuperare), mentre secondo altri è possibile crearne di nuovo e differente.

E, appunto, si tratta di una questione non di poco conto, perché, per parafrasare John Maynard Keynes, si può dire che anche il politico «più concreto si muove di solito sull’onda delle idee di qualche economista morto da tempo». E lo stesso economista britannico, fervente ammiratore del progresso, riteneva che la disoccupazione tecnologica rappresentasse un problema transitorio a cui trovare rimedio mediante appropriate politiche pubbliche. Al cospetto dell’espandersi delle diseguaglianze e del dramma delle baumaniane «vite di scarto», richiamati l’altro ieri da Maurizio Molinari, la società dell’automazione diventa in tutto e per tutto un problema di scelte (ed élite) politiche. Che vede marcatamente in campo le (illusorie) proposte di ritorno all’indietro di sovranisti e populisti, sempre più premiati nelle urne, mentre latitano, o appaiono non sufficientemente convincenti per le opinioni pubbliche spaventate, quelle dei progressisti e dei sostenitori della società aperta.

(Massimiliano Panarari via lastampa.it, cc.by.nc-nd)


Illustr. geralt/CC0

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