Visegrad: il nucleo duro della contro-Europa sovranista

L’estate 2017 ha portato nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica europea il gruppo dei quattro Paesi del club diVisegrad (V4): Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, che – rappresentando circa 65 milioni di europei – insieme hanno un peso di popolazione pari a quello della Francia all’interno dell’Unione europea (Ue). In piena discussione sul futuro dell’Europa dopo il referendum sulla Brexit, l’estate ha portato alla ribalta il V4 come area geopolitica di riferimento in senso sovranista. Che questo periodo di iperattività coincida con l’anno di presidenza ungherese è per di più non casuale, essendo Budapest particolarmente dinamica nel proporsi come punto di riferimento regionale ed europeo.

Sovranismo e flussi migratori
In tempi di migrazioni, il governo ungherese di Viktor Orbán esercita una sorta di attrazione particolare proprio sugli altri Paesi del gruppo di Visegrad: mentre con la Polonia governata dal PiS (“Legge e Giustizia”) di Jarosław Kaczyński, però, si sarebbe creato una sorta di “asse”, la Repubblica Ceca e la Slovacchia non seguirebbero Budapest e Varsavia sulla strada del sovranismo illiberale.

Come nel caso della lettera diffusa il 20 luglio e indirizzata al governo italiano sulla questione dei migranti, presentata come un’iniziativa del governo ungherese di Orbán condivisa da quello polacco, ceco e slovacco, la posizione del V4 richiamava l’Italia al rispetto delle regole sul controllo dei confini esterni dell’area Schengen. “Austria e Germania ne hanno avuto abbastanza”, è il presupposto della richiesta di chiusura dei porti ai migranti economici, con la disponibilità a cofinanziare hotspot in Africa per selezionare i richiedenti asilo prima del loro ingresso nel territorio dell’Ue.

In realtà, già qualche giorno prima una posizione analoga era emersa dalle parole del ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz: il leader popolare, aspirante al cancellierato nelle elezioni di ottobre, aveva ammonito l’Italia a non trasferire i migranti sulla terraferma e a mantenerli nelle isole, come Lampedusa, in attesa dei processi di identificazione e concessione di asilo. In pratica, pur con le inevitabili differenze e posizioni dei governi nazionali, su una questione come l’emergenza migranti il V4 si presenta come un bastione del rispetto delle frontiere e della difesa dell’identità europea.

Sebbene la lettera dei V4 sia stata recepita con forte irritazione in Italia, in altri Paesi la mossa politica ha riportato l’accento sull’isolamento italiano nella gestione dei migranti provenienti dalla sponda sud del Mediterraneo.

Solidità all’indirizzo di Bruxelles
Nelle stesse ore, si evidenziava una certa capacità di iniziativa dei V4 nell’incontro promosso a Budapest con il capo del governo di Israele Benjamin Netanyahu. La conferenza ha promosso iniziative bilaterali dei V4 con lo Stato ebraico, nell’ambito delle tante opportunità “non” sfruttate di cooperazione dell’Europa con Israele. Netanyahu, proprio di fronte a un pubblico che in qualche modo avrebbe apprezzato la critica, credendo che i microfoni fossero spenti si lasciava andare a uno sfogo contro l’Ue “folle”, accusando Bruxelles di tentare di condizionare la politica di Israele (cosa che altri grandi paesi come Russia o India non farebbero).

Le condizioni economico-sociali simili, poi, che fin dall’inizio hanno caratterizzato i tre (con la Cecoslovacchia) e poi quattro (con Repubblica Ceca e Slovacchia) Paesi della fascia occidentale dell’ex blocco comunista, permettono anche a cechi e slovacchi di far forza sul peso del V4 per avanzare richieste a Bruxelles e al nucleo dei paesi fondatori dell’Unione. È stato ultimamente il caso del mercato del lavoro e della differenza del costo salariale, per cui la più bassa retribuzione dei lavoratori dei Paesi centro-orientali funziona come un fattore di “social dumping” nei confronti dei lavoratori dei Paesi della vecchia Europa.

Dopo un primo incontro con i leader del V4 svoltosi a fine giugno a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha tenuto un nuovo meeting sul tema il 23 agosto a Salisburgo – prima tappa di una tre giorni nell’Europa centro-orientale – con il cancelliere austriaco Christian Kern e i capi di governo ceco e slovacco Bohuslav Sobotka e Robert Fico: un’occasione in cui l’inquilino dell’Eliseo ha annunciato la volontà di rivedere la direttiva Ue sui lavoratori distaccati, che ad oggi è un “tradimento dello spirito europeo”.

Se la solidità del V4 sembra dunque incentrata su posizioni nazionaliste e sovraniste anti-migranti, questa stessa rigidità sembra non dispiacere più di tanto a vicini come l’Austria, la Slovenia e la Croazia, che vedono il V4 – come in occasione dell’ultimo meeting lo scorso 10 luglio – come punto di riferimento per la stabilizzazione e la cooperazione dell’intera area dei Balcani occidentali.

Analogie e differenze nel blocco
Di fatto, Budapest e Varsavia si presentano decisamente solide al proprio interno: il governo Orbán, in attesa di nuove elezioni nel 2018, è ben saldo al potere con il sostegno di 2/3 del Parlamento. Anche il governo polacco guidato da Beata Szydło non è impensierito dai movimenti di piazza e da quelli anti-establishment e anti-partitocrazia. Alcune analogie emergono nelle coalizioni di Praga e Bratislava, anche se di recente entrambe presentano crescenti difficoltà.

La Repubblica Ceca che si affaccia alle legislative di ottobre ha vissuto a maggio una crisi di governo fra i due maggiori partner della coalizione, il Partito social-democratico del premier Sobotka e la formazione Ano 2011 (“ano” significa “sì” ma è anche la sigla per “azione di cittadini insoddisfatti”), fondata dall’imprenditore multimilionario Andrej Babiš. Ano 2011, che in un paio di anni ha raccolto il 18% in più di consensi sulla base della critica all’euro e contro la burocrazia di Bruxelles, è adesso in testa ai sondaggi.

Anche in Slovacchia il governo di coalizione è guidato dai social-democratici di Smer (“Direzione”), che nelle elezioni dello scorso anno hanno mantenuto la maggioranza relativa, pur se coinvolgendo formazioni in partenza differenti per cultura politica: dal nazionalista Partito nazionale slovacco fino al movimento ungaro-slovacco Most-Híd (che significa in entrambe le lingue “ponte”, e raccoglie, con il 6,5%, la maggior parte dei consensi della comunità ungherese della Slovacchia meridionale, insieme a un bacino di voti slovacchi). Un’alleanza resasi necessaria anche per far fronte al preoccupante successo elettorale del Partito del popolo Nostra Slovacchia, formazione di estrema destra anti-rom, filorussa, contro l’Ue e la Nato. Nella Slovacchia a guida socialdemocratica, così come in Ungheria, le posizioni di sovranismo espresse dai governi sulla questione della ricollocazione dei richiedenti asilo godono di un generale consenso nell’opinione pubblica, non solo di destra, e sono finalizzate a non lasciare troppo spazio politico sul tema alle formazioni estremiste.

Il gruppo di Visegrad, in questi ultimi tempi, ha dunque evidenziato al proprio interno le sintonie di approccio e cultura politica e lasciato in secondo piano i contrasti (come sulle autonomie e sulla concessione della doppia cittadinanza per le comunità minoritarie interne agli Stati, noti ambiti di tensione tra Ungheria e Slovacchia): la resistenza al piano di ricollocazione dei migranti costituisce per i quattro paesi un tema di facile mobilitazione per le opinioni pubbliche nazionali e potrebbe, in qualche modo, anche risultare utile per tentare di evitare la pericolosa affermazione elettorale e di consenso di formazioni neonaziste e movimenti populisti all’interno della fascia geopolitica che va dal Baltico ai Balcani.

(Andrea Carteny, via Affarinternazionali.it)


Foto premerrp CC0
Foto vlada.gov.sk

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*