Vedova del pilota morto nello schianto di Hejce nel 2006 restituisce le onorificenze

La vedova del pilota dell’aereo militare AN-24 che si è schiantato vicino al villaggio ungherese di Hejce nel gennaio 2006, di ritorno da una missione in Kosovo, ha restituito all’Ufficio del Presidente della Repubblica tutte le onorificenze assegnate alla memoria di suo marito. Dietro all’iniziativa vi sarebbe la frustrazione per la mancata riapertura dell’inchiesta sull’incidente.

Quello di Hejce è il più tragico incidente aereo, e la maggiore tragedia delle forze armate slovacche, nei 25 anni di storia della Slovacchia democratica. Il 19 gennaio 2006 un aereo stava riportando in patria un contingente di militari slovacchi dopo un turno di servizio nella missione di pace Nato KFOR in Kosovo. Il velivolo, un AN-24 di fabbricazione sovietica, si stava apprestando all’atterraggio allo scalo di Kosice quando, ancora in territorio ungherese poco prima del confine con la Slovacchia, l’aereo scomparve dai radar alle ore 19:38. Si scoprì poi che si è schiantato sul terreno boscoso, innevato e ghiacciato (al momento dell’impatto nella zona la temperatura era a -18° centigradi) della collina Borsó, a circa 700 metri di altitudine vicino al villaggio ungherese di Hejce, ad appena 20 km da Kosice. Al contatto con gli alberi l’aereo ha preso fuoco, e nello schianto ha sparso i resti su una vasta area di difficile accesso.

I soccorritori trovarono la fusoliera ormai completamente arsa, e condizioni molto difficili per cercare sopravvissuti, dovute, oltre che per le basse temperature, alla ripidità del terreno e alla presenza di folta vegetazione che impediva l’atterraggio agli elicotteri. Ad allertare i soccorsi fu la moglie dell’unico sopravvissuto, il tenente Martin Farkas, che chiamò la compagna al cellulare riferendole che l’aereo era precipitato in una foresta. Farkas fu portato a Kosice, dove fu messo in coma farmacologico, prima di ristabilirsi ed essere dimesso. La sua fortuna, secondo le perizie, fu che al momento dell’incidente si trovava nella toilette dell’aereo, luogo che fu miracolosamente meno danneggiato del resto della carlinga.

Erano 43 i passeggeri a bordo, dei quali 28 erano soldati a fine missione e gli altri erano militari di supporto o membri del personale di bordo. Uno era civile, un funzionario del ministero della Difesa.

Il rapporto dell’indagine dice che i piloti «hanno probabilmente sottostimato l’altezza del terreno sotto all’aeromobile», dando la colpa all’errore umano. Un altro rapporto dell’unità prevenzione delle catastrofi dell’Ungheria avrebbe stimato che nel passaggio dai controllori di volo ungheresi a quelli slovacchi l’aeroplano si sarebbe allontanato di circa 3 km dalla traiettoria delineata nel piano di volo.

Sul luogo dell’incidente è stato creato un parco memoriale con una targa e 42 steli a ricordo delle vittime.

I famigliari delle vittime hanno presentato recentemente due mozioni all’Ufficio del Procuratore generale per chiedere la ripresa dell’indagine sulle cause della sciagura, mettendo in dubbio i risultati del comitato di indagine delle forze armate slovacche e ritenendo che la vera causa del crash sia probabilmente dovuta a un malfunzionamento tecnico del vecchio aeroplano.

La vedova ha rifiutato di parlare ai giornalisti, ma la sorella di uno dei militari dell’equipaggio ha confermato che la donna è stata accolta dal capo dell’ufficio dell’addetto militare del Presidente. L’ufficio non avrebbe però ufficialmente accettato la restituzione delle onorificenze.

(La Redazione)

Foto mod.gov.sk

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