Verso un post-Isis? La Siria e il jihad polverizzato

[Giuliano Battiston, ISPI] – Tra i diversi conflitti che alimentano il caos siriano, ce n’è uno meno riconoscibile degli altri, ma altrettanto pericoloso: quello per l’egemonia del jihadismo transnazionale. Non deve sorprendere che venga combattuto in Siria, perché è proprio intorno al “dossier siriano” che ha preso forma l’antagonismo tra le due principali formazioni del salafismo-jihadista, lo Stato islamico e al-Qaeda.

A lungo sottotraccia, l’ostilità ha assunto una forma evidente nell’aprile 2013. In quel periodo Abu Bakr al-Baghdadi è il leader dello Stato islamico in Iraq, evoluzione del gruppo al-Qaeda in Iraq, dall’ottobre 2004 affiliato ad al-Qaeda. Nove anni dopo, al-Baghdadi compromette quell’affiliazione con un gesto clamoroso che rivoluziona il panorama del jihadismo contemporaneo. Dichiara infatti conclusa l’esperienza dello Stato islamico in Iraq e annuncia la nascita dello Stato islamico in Iraq e nel Levante. È la rivendicazione di un interesse verso la Siria maturato sin dall’estate del 2011 quando, consensualmente con il leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri, decide di inviare un contingente di uomini nel paese degli Assad. Guidato da Abu Muhammad al-Julani, quel contingente si fa strada, conquista reclute e consensi e il 23 gennaio 2012 entra ufficialmente nella partita siriana con il nome di Jabhat al-Nusra. Nell’aprile 2013 al-Baghdadi dichiara però conclusa l’esperienza di al-Nusra, assorbito dal nuovo Stato islamico in Iraq e nel Levante. Il leader di al-Nusra rifiuta l’annessione e riconosce pubblicamente per la prima volta il legame con al-Qaeda, chiedendo l’intervento del numero uno, al-Zawahiri. L’egiziano intende frenare le mire espansionistiche di al-Baghdadi e ristabilire l’ordine ex ante, mantenendo due fronti, uno in Siria guidato da al-Julani e uno in Iraq comandato da al-Baghdadi. Ma quest’ultimo rifiuta “le divisioni di Sykes-Picot”, disconoscendo pubblicamente l’autorità del leader di al-Qaeda. La rottura è inevitabile.

È così, nella primavera del 2013, che viene simbolicamente archiviato il vecchio mondo jihadista unipolare, monopolizzato da al-Qaeda. Nell’estate del 2014, con la nascita del Califfato, prende forma un nuovo mondo bipolare, conteso tra gli eredi di Osama bin Laden e i seguaci del sedicente califfo. Molto a lungo lo Stato islamico è sembrato dominare questo nuovo mondo. Ma si è trattato di un errore di valutazione, come dimostra il caso siriano.

Leggi anche il dossier di ISPI:
L’Isis perde, l’ideologia resiste

In Siria lo Stato islamico oggi è alle corde: deve difendere la “capitale” Raqqa, sconta la progressiva erosione dei territori una volta controllati e ricorrerà probabilmente alla strategia dell’inhiyaz, il temporaneo ritiro nel deserto (come in Iraq tra il 2006 e il 2012), trasferendo uomini e risorse nella “provincia” di al-Furat, che include aree siriane e irachene. Deve dunque difendersi e indietreggiare, a causa dell’eccessiva esposizione, dell’esibito protagonismo militare e dell’intransigenza ideologica. Al-Qaeda è pronta invece a sfruttarne gli insuccessi, capitalizzando una strategia attendista, pragmatica, fondata sull’occultamento. Formulata dal numero uno al-Zawahiri a ridosso delle “primavere arabe”, si basa su una concezione del jihad meno esclusivista e dottrinaria e sull’idea che il consenso locale sia più importante dell’ortodossia ideologica. Una strategia messa in pratica anche in Siria, dove l’ex leader di al-Nusra, al-Julani, ha tenuto nascosto a lungo il legame con al-Qaeda, evitando i riferimenti ideologici alla casa-madre; ha tessuto alleanze improntate al pragmatismo con altri movimenti anti-Assad; ha agito come leader di un movimento sociale, non soltanto militare

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