La minaccia dei foreign fighters

[Francesco Marone, ISPI] – Oggi i cosiddetti foreign fighters (combattenti stranieri) jihadisti sembrano porre una minaccia seria alla sicurezza di numerosi Paesi, anche occidentali. Il fenomeno non costituisce una novità assoluta. In particolare, a partire dagli Ottanta, numerose aree di conflitto nel mondo hanno attratto decine di migliaia di volontari per ragioni di carattere politico/religioso. Prima dell’esplosione della cosiddetta Primavera araba nel 2011, circa 30.000 foreign fighters musulmani hanno preso parte a conflitti armati, in vari paesi, tra cui la Bosnia-Erzegovina, la Cecenia, la Somalia, l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, il Mali.[1] Già all’epoca alcuni di questi volontari provenivano dall’Europa.

Nondimeno, il flusso di combattenti jihadisti diretti in Siria e in Iraq negli ultimi anni è senza precedenti. Sfortunatamente non esiste un database internazionale su questo fenomeno e le stime proposte variano significativamente. Nondimeno si può affermare che nel complesso dal 2011 non meno di 30.000 foreign fighters siano arrivati in Siria e Iraq da più di 100 paesi.[2]

Circa un quinto di questi individui sono partiti dall’Occidente e, in particolare, dall’Europa occidentale. Nel vecchio continente i contingenti nazionali più ampi sono quelli della Francia (non meno di 1.700 individui), del Regno Unito (circa 1000), della Germania (circa 1000) e del Belgio (non meno di 470). In questo contesto, il numero dei foreign fighters legati all’Italia (125, secondo stime recenti) può essere considerato medio/basso in valori assoluti e addirittura molto basso in relazione alla popolazione generale (circa 2 foreign fighters per milione di abitanti, contro gli oltre 40 del Belgio).[3]

Chiaramente, in aggiunta al contributo militare offerto nei teatri di guerra, il timore è che i foreign fighters jihadisti sopravvissuti alle ostilità possano ritornare nei paesi di origine o trasferirsi in altri paesi per supportare o realizzare attacchi terroristici, avvalendosi dei legami, dell’esperienza e dello status sociale che hanno ottenuto nelle aree di conflitto. Oltretutto, eventuali azioni terroristiche eseguite da reduci dei teatri di guerra potrebbero avere l’effetto di scatenare reazioni estreme, nel contesto di un crescente processo di polarizzazione all’interno delle società europee.


Bandiera dell’Isis alla periferia di Lione, Francia

In effetti, anche in Europa un numero significativo di piani o di veri e propri attacchi terroristici ha coinvolto foreign fighters jihadisti. Uno studio pubblicato alla fine del 2016 ha trovato che il 45% dei 42 piani terroristici “ben documentati” preparati in Europa occidentale dal 2014 in poi ha previsto la partecipazione di almeno un individuo che aveva combattuto all’estero.[4] Un recente rapporto ISPI ha messo in evidenza che quasi un quinto (12) dei 65 responsabili di attacchi terroristici jihadisti portati a termine in Europa e Nord America dalla proclamazione del sedicente califfato (giugno 2014) a giugno 2017 vantava un’esperienza come foreign fighter; inoltre, questi individui tendenzialmente erano coinvolti negli attacchi più letali, come quelli del 13 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo a Bruxelles.[5]

In termini di entrate, l’afflusso di foreign fighters jihadisti è calato sensibilmente con l’indebolimento del variegato fronte jihadista in Siria e Iraq; secondo fonti dell’intelligence Usa, già nel settembre del 2016 si era scesi a 50 arrivi al mese, rispetto a picchi di 2000 al mese in passato.[6]

[…]

Continua a leggere su ispionline.it

 


Foto VOA News CC0
thierry ehrmann cc-by

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

  

  

  

 SKG Auto & Tir Services s.r.o.

Vai al sito

novembre: 2017
L M M G V S D
« Ott    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930  

ARCHIVIO

Dal diario di una piccola comunista

pubblicità google