Stiglitz e le nuove regole dell’economia

Tassi di interesse non solo molto bassi ma addirittura negativi; caduta del prezzo delle materie prime e innanzitutto del petrolio; inflazione ridotta a qualche decimale di punto: l’economia contemporanea sembra avvolta in un enigma per cui l’aumento della ricchezza non solo non si accompagna alla crescita e allo sviluppo, ma coesiste con stagnazione e disoccupazione di massa. Né è sufficiente ricorrere alla teoria della stagnazione secolare del capitalismo: da ultimo ripresa ad es. da Piketty con la teoria della tendenza di lungo periodo all’aumento dei redditi di capitale rispetto al tasso di sviluppo dell’economia nel suo complesso [1]. Non è sufficiente perché quello che occorre è una critica puntuale del capitalismo contemporaneo in vista di una riscrittura delle “regole” del capitalismo stesso. Quello che occorre, in altri termini, è riguadagnare l’ispirazione ad una riforma delle istituzioni del capitalismo del genere di quella che guidò il New Deal rooseveltiano dopo la Grande depressione, e più conforme alla rivoluzionaria metodologia keynesiana che non alle politiche meramente anticicliche del secondo dopoguerra [2].

Nato originariamente come un lavoro collettivo, guidato da Stiglitz nell’ambito del Roosevelt Institute di cui lo stesso Stiglitz è chief economist, e avente ad oggetto le caratteristiche attuali dell’economia americana, ben presto per l’interesse suscitato il Report si è trasformato in un libro autonomo concernente l’economia contemporanea. Quest’ultima infatti presenta, nei paesi occidentali in particolare, la singolare caratteristica di un incremento della ricchezza senza crescita dell’economia nel suo complesso, cioè senza sviluppo, bensì piuttosto con stagnazione, aumento della disuguaglianza e disoccupazione di massa. Secondo Stiglitz, questa singolare caratteristica non è dovuta però, come pensa ad es. Piketty, alla ripresa in generale di una tendenza secolare all’aumento dei redditi di capitale rispetto al tasso di sviluppo dell’economia nel suo complesso. Non di incremento del capitale produttivo si tratta, secondo Stiglitz, bensì di crescita abnorme delle rendite [3]. Ad es.i vantaggi della finanziarizzazione delle economie contemporanee hanno sfiorato non più di un terzo della popolazione, mentre si sono risolti in un gigantesco incremento della ricchezza di appena l’1% di essa. Parimenti i diritti di proprietà intellettuale ( brevetti) hanno procurato in alcuni settori, ad es. quello dei farmaci che vengono forniti da imprese private ai governi, profitti anch’essi smisurati. In un’economia poi come quella americana il potere delle imprese in generale si è accompagnato ad una vera e propria regressione dei diritti dei lavoratori. Sempre con riferimento all’economia americana in particolare, occorre tener conto della scarsa mobilità sociale e quindi economica dovuta alle discriminazioni di genere e soprattutto a quelle etniche nei confronti delle minoranze di colore e ispanica. Si è giunti così ad una situazione che ricorda quella “economia della depressione” di fronte alla quale si trovò Keynes negli anni ‘30: fatta di ricchezza finanziaria, stagnazione, crescente disuguaglianza. E nei confronti della quale risultano inadeguate le politiche keynesiane redistributive convenzionali: credito d’imposta per i contribuenti delle fasce di reddito più basse; aumento del salario minimo, ecc.;e perfino un provvedimento come il Dodd-Frank Act varato negli Stati Uniti nel 2010 dopo la Grande recessione [4].

Quella che occorre invece è una profonda trasformazione delle “regole” o delle istituzioni del capitalismo attuale, in qualche modo più analoga appunto all’ispirazione del New Deal rooseveltiano tra le due guerre mondiali che non alle riforme anticicliche o di breve periodo del keynesismo storico del secondo dopoguerra: da una modifica ad es. della crescita di breve periodo delle imprese con i connessi smisurati guadagni degli amministratori delegati, che tanto ha contribuito alla finanziarizzazione dell’economia contemporanea; ad un aumento dell’aliquota massima dell’imposta  sui redditi; da una universalizzazione della sanità pubblica ( ad es. il programma Medicare negli Stati Uniti); ad una presenza pubblica, dopo la Grande recessione, nel credito immobiliare; da una politica della piena occupazione trainata anche da un accrescimento degli investimenti pubblici; ad una vera e propria protezione delle fasce più deboli e discriminate della popolazione: donne e minoranze etniche[5].

(Antonio De Gennaro, via economiaepolitica.it)

[1] Cfr- Th.Piketty, Il capitale nel XXI secolo , tr.it., Milano, 2014.
[2] Joseph E. Stiglitz, Le nuove regole dell’economia , tr.it., Milano, 2016.
[3] Stiglitz,cit., pp.19-37.
[4] Stiglitz,cit.,pp.39-92.
[5] Stiglitz,cit.,pp.93-147.


Foto wiredforsound23 cc-by-nc

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