Siria e Iraq, pace ancora lontana

Si stava ancora sparando dall’altro lato del fiume, la scorsa settimana, quando il primo ministro iracheno Haider al Abadi è apparso in pubblico e ha prematuramente dichiarato che la battaglia per la riconquista di Mosul era conclusa. Si è fatto fuorviare dalle diverse unità dell’esercito, della polizia e dalle milizie che facevano a gara tra loro per essere i primi a dichiarare la vittoria. Ma adesso è davvero finita, e di Mosul non restano praticamente che macerie.

L’assedio era cominciato il 17 ottobre 2016. È quindi durato nove mesi, più a lungo della battaglia di Stalingrado. E probabilmente ha anche ucciso un numero maggiore di civili, poiché le forze aeree guidate dagli Stati Uniti hanno compensato la mancanza di forze di terra irachene motivate e ben addestrate.

I diversi cecchini del gruppo Stato islamico (Is) sono stati regolarmente abbattuti da attacchi aerei che hanno ridotto in macerie interi edifici. La vita sta tornando in alcune periferie della riva est che sono state riprese l’anno scorso, ma non rimane più niente nella parte vecchia della città, sulla riva ovest, dove l’Is ha opposto le sue ultime resistenze. E il livello di devastazione è stato praticamente lo stesso in molte altre città.

Le comunità arabe sunnite in Siria e in Iraq sono in ginocchio e frammentate. I quartieri misti sciiti e sunniti di Baghdad sono stati perlopiù “ripuliti” della loro componente sunnita nella guerra civile tra il 2006 e il 2008. Anche le grandi città irachene a maggioranza sciita che sono state strappate all’Is un paio di anni fa, come Ramadi e Fallujah, sono ancora in buona parte fantasma, e ci sono pochi segni di ricostruzione.

Campo profughi Hamam Al-Alil vicino a Mosul (Quentin Bruno cc-by-nc-nd)

Poche delle circa 900mila persone che vivono nei campi profughi vicino a Mosul, quasi tutte sunnite, torneranno a casa presto. In Siria, la parte orientale di Aleppo, la più grande città del paese, è caduta a dicembre dopo un assedio di quattro anni. Oggi ospita alcune decine di migliaia di persone che si aggirano tra le rovine.

Raqqa, la capitale dell’Is in Siria, sarà in buona parte distrutta nei prossimi mesi, dopodiché sarà il turno di Deir es Zor. La catastrofe cominciata nel 2003, quando l’invasione statunitense dell’Iraq ha tolto dopo secoli ai sunniti il controllo di un paese a maggioranza sciita, è arrivata nella sua fase finale.

Per gli arabi sunniti iracheni, che costituiscono solo un quinto dei 36 milioni di abitanti nel paese, è arrivato un punto di non ritorno. Sono stati rovinati dalla loro lunga complicità con il potere guidato dalla minoranza sunnita, prima sotto l’impero turco, in seguito sotto tiranni sunniti come Saddam Hussein, e infine attraverso il loro riluttante e disperato sostegno all’Is. Alcuni di loro, forse la maggioranza, rimarranno nel paese, ma non godranno di diritti pari a quelli degli altri cittadini. […]

Di Gwynne Dyer, continua a leggere su Internazionale


Foto: Mosul, giugno 2017
EU_ECHO cc-by-nc-nd

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