Turchia, la prova della strada

Dal tentato golpe del 15 luglio 2016, la percezione è che non sia trascorso solo un anno, ma molti di più. Nel rimbalzare di numeri e nomi, accuse e arresti tutto è avvenuto al ritmo incalzante di slogan contrapposti: da una parte “la Turchia è scivolata verso la dittatura”, dall’altra “la democrazia si è salvata dai militari”; “la Turchia si è allontanata dall’Europa”, oppure “l’Europa non ci vuole”.

Tutto è stato detto e fatto rapidamente, come il treno che in quattro ore collega Ankara e Istanbul, e come gli 8,500 km di collegamenti ad alta velocità messi in cantiere da qui al 2023. Tutto subito. Al di là dei numeri delle persone arrestate e/o licenziate, quello che più colpisce nel ripercorrere quest’anno di stato di emergenza è che la politica in Turchia continua ad essere un gioco a somma zero.

Un anno dopo, lo spirito di unità nazionale che ha fatto seguito alle drammatiche giornate all’indomani del fallito golpe, pare svanito. Lo “spirito di Yenikapı”, così come allora venne definito, si è espresso poco durante le celebrazioni ufficiali a Istanbul, svoltesi sul primo ponte sul Bosforo, ribattezzato “Martiri del 15 luglio”. Questa rottura si è consumata definitivamente con il referendum costituzionale dell’aprile scorso. Tuttavia, il fatto che nel cosiddetto “Giorno della democrazia e dell’unità nazionale” tale spirito sia venuto meno, dimostra che il valore fondamentale della rappresentanza politica è in discussione.

Un uomo solo al comando

In una democrazia, il governo non è un sindacato che porta avanti le istanze dei “suoi”. Come scriveva Norberto Bobbio ne Il futuro della democrazia, “il principio con cui si fonda la rappresentanza politica è l’esatta antitesi di quello su cui si fonda la rappresentanza degli interessi”. Chi governa nell’interesse assoluto della propria parte, non tiene conto della pluralità di centri di potere che caratterizzano le nostre società. Si persegue così un modello di società monistica, che guarda al passato.

Durante la campagna per il referendum costituzionale dello scorso aprile, Erdoğan ha difeso l’idea del presidenzialismo forte con una frase eloquente: “Essere contro un uomo solo al comando, di fatto significa essere contro Mustafa Kemal” [Atatürk, padre della patria]. […] Noi siamo per un presidenzialismo di tipo turco. Non dobbiamo conformarci ad altri modelli. Questo modello è del tutto radicato e nazionale”.

In verità il modello kemalista non solo è anacronistico, ma non ha retto alla prova dei tempi proprio perché una società democratica è pluralistica, e come tale dovrebbe riconoscere rappresentanza alle diverse componenti. Oggi come allora, la retorica di un uomo solo al comando, capace di tenere il timone ben saldo e più a lungo possibile, vale solo per l’élite che governa e teme di perdere prima o poi, insieme al potere, tutti i cambiamenti realizzati e i privilegi ottenuti.

Una ricercatrice di teologia ed elettrice dell’AKP che ha chiesto di rimanere anonima confida ad OBCT: “Negli ultimi anni la Turchia è diventata un paese più democratico, aperto allo sviluppo e moderno. Infatti, noi per anni a causa del velo non abbiamo potuto studiare. Ma ora grazie a Dio studiamo e lavoriamo.” La paura implicita in questo discorso è che, se l’opposizione vincesse le prossime elezioni del 2019, rimetterebbe immediatamente in vigore il laicismo più rigido, imponendo il divieto del velo, un diritto acquisito dopo anni di discriminazioni.

Egemonia e opposizione

Questa retorica, oltre a radicalizzare le posizioni di chi governa, si serve in modo strumentale dell’opposizione. Secondo Didem Oral, politologa all’Istituto Universitario Europeo (EUI), “Il potere di Erdoğan nasce anche da coloro che lo criticano. Non penso che punti al 100% dei consensi, perché ha bisogno dell’opposizione per generare tensione”.

Il potere politico si rafforza e diventa egemonico quando è capace di includere anche alcuni interessi delle forze opposte e, allo stesso tempo, quando è in grado di dimostrare che non esiste una valida alternativa a se stesso. La stagione inclusiva dell’AKP è finita ben prima del fallito golpe del 2016, e anche prima delle rivolte di Gezi Park del 2013. Gli anni di apertura verso curdi e aleviti appaiono oggi lontani, per non parlare della stagione liberale dei primi anni Duemila, che aveva visto il fiorire della società civile e la simpatia di alcuni intellettuali per l’antimilitarismo dell’AKP.

Se l’egemonia è difficile da consolidare, non resta che il pugno di ferro per evitare che le alternative riescano in breve tempo a coalizzarsi e a costruire a loro volta egemonia. Fu così anche per l’AKP che, dal colpo di stato (quello riuscito) del 1997 si riorganizzò come partito nuovo, a vocazione maggioritaria, liberale, di centrodestra, e in cinque anni salì al potere chiedendo “Giustizia e Sviluppo”, Adalet ve Kalkınma.

La marcia per la “giustizia”

La stessa giustizia “adalet” è invocata oggi dalle opposizioni, in particolare da Kemal Kılıçdaroğlu, il leader del principale partito di opposizione, il partito repubblicano del popolo (CHP). Kılıçdaroğlu ha guidato la marcia per la giustizia, una grande manifestazione che si è sviluppata per 420 km, da Ankara ad Istanbul. E’ molto significativo che “giustizia” sia ancora la parola chiave. Che la rivendichi il partito del vecchio establishmentkemalista lo è ancora più.

La marcia, giunta ad Istanbul pochi giorni prima dell’anniversario del tentato golpe, colpisce perché senza precedenti nella storia recente del paese. All’origine della mobilitazione vi è l’arresto di Enis Berberoğlu, parlamentare del CHP condannato a 25 anni di carcere. Berberoğlu è implicato nel caso del giornale Cumuhriyet che ha pubblicato foto di armi trasportate, con l’aiuto dell’intelligence turca, dalla Turchia alla Siria. L’arresto di Berberoğlu è stato possibile perché nel maggio 2016 il Parlamento, paradossalmente anche con l’appoggio del CHP, ha cancellato l’istituto dell’immunità parlamentare. Questo provvedimento ha colpito soprattutto i membri del partito filo curdo HDP, ma si è ritorto contro lo stesso CHP.

La scelta di non marciare con bandiere di partito, ma con la sola scritta “adalet” (giustizia) è da leggersi anche alla luce di questi eventi. Tuttavia, come sottolinea Didem Oral intervistata da OBC Transeuropa, “anche le bandiere turche sono espressione dell’identità del CHP che è il partito di sistema per eccellenza”. Non è un caso, aggiunge Oral, che “durante la marcia Kılıçdaroğlu non ha nominato l’HDP e le ingiustizie che questo partito ha subito. Kılıçdaroğlu non vuole essere associato all’HDP. E’ una grave perdita, se uno sostiene di organizzare una marcia ‘per la giustizia’; ancora di più se si considera che l’HDP ha ottenuto più di 6 milioni di voti ed ha seggi in parlamento”.

La lunga strada dell’opposizione

Nei venticinque giorni di cammino, Kılıçdaroğlu è stato inizialmente ridicolizzato dal premier Binal Yıldırım che lo ha invitato a prendere il treno veloce Ankara-Istanbul, sottolineando che “la giustizia non si cerca per strada”. Nel replicare Kılıçdaroğlu ha fatto riferimento alla mobilitazione dei cittadini invitati a scendere in strada e partecipare alle “veglie per la democrazia” organizzate all’indomani del tentato golpe in diverse città della Turchia. “E’ per strada che è stato sventato il golpe e ha vinto la democrazia”, ha risposto, “io adesso [per strada] chiedo giustizia”. Dalle rivolte di Gezi Park del 2013, le strade in Turchia sono tornate ad essere luogo di mobilitazione e di partecipazione politica.

Man mano che la marcia prendeva forma e che le voci a sostegno dell’iniziativa arrivavano anche da alcuni membri del Partito nazionalista (MHP) come Meral Aksener, dei sindacati, e del Partito filo curdo (HDP), emergeva una partecipazione pacifica e inclusiva con toni a tratti ecumenici. Ma il giudizio sulla leadership di Kılıçdaroğlu è tutto fuorché unanime. Il CHP paga il prezzo di essere stato poco attivo nell’opposizione al governo, in particolare all’indomani del tentato golpe dove, secondo Didem Oral, “ha adottato la stessa retorica e ha di fatto legittimato oppressioni, purghe e discriminazioni e le tante ingiustizie che sono in atto in Turchia”.

Una volta che si spegneranno i riflettori sulla marcia e sulle celebrazioni del 15 luglio, il CHP ha bisogno di ridefinirsi, e di trovare nuovi punti di incontro con le altre forze che hanno partecipato alla marcia.

(Chiara Maritato via balcanicaucaso.org, cc-by-nc-nd)


Foto: 1 e 2 © Getty,
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