Dalla guerra al commercio, una roadmap europea per i Balcani

A Trieste la storica firma del trattato sui trasporti tra Paesi dell’ex Jugoslavia e Ue. La diplomazia economica di Bruxelles punta a sottrarre la regione dall’influenza russa.

Il momento «è storico». Dopo 12 anni di negoziati tesissimi, proseguiti per tutta la notte e andati avanti fino a pochi minuti dalla firma del trattato, con l’incognita Republika Srpska e Bosnia a pesare sul clima di ottimismo di Trieste, i Paesi balcanici hanno siglato l’accordo sui trasporti. È la prima volta che si siedono allo stesso tavolo. La terza che Serbia e Kosovo si incontrano senza imbracciare fucili dai patti di Dayton. Il trattato è un timido cenno di apertura verso quella «riconciliazione» tanto inseguita – ma ancora lontana – che i Paesi lacerati dalla guerra dell’ex Jugoslavia rincorrono da 25 anni. Ma non solo. Il trattato è anche un primo passo per la creazione di un mercato unico balcanico, la strategia che dovrebbe «evitare di ritrovarci con un’altra Kaliningrad da venti milioni di persone – spiega una fonte della Commissione – nel cuore dell’Europa».

Per questo il vertice di Trieste è un bivio, la chance dell’Unione di contrastare gli investimenti politici ed economici di Russia, Turchia e Arabia Saudita nella Regione, e di mantenere un «controllo» sui Balcani. La creazione di infrastrutture e connettività interna e verso l’Europa dovrebbe tagliare fuori o almeno limitare gli investimenti che arrivano dal confine orientale. L’ha ricordato anche Gentiloni: è chiaro ormai quanto sia cruciale evitare di lasciare «ad altre grandi potenze molto interessate ai Balcani l’influenza su questa regione cruciale». Il riferimento alla Russia, ma non solo, è chiaro.

A Trieste, sotto la presidenza italiana, si è aperta dunque con un passo concreto la quarta tappa del processo di Berlino, l’annuale vertice intergovernativo per l’integrazione europea dei Balcani occidentali lanciato nel 2014 che riunisce sei Stati membri dell’Ue maggiormente interessati alla stabilità della regione (Germania, Francia, Austria, Croazia, Slovenia e Italia) e i sei Paesi che aspirano a diventarne membri (Montenegro, Serbia, Albania, Kosovo, Bosnia-Erzegovina e Macedonia). Solo un mese fa il ministro Alfano parlava di segnali di «deterioramento dei rapporti fra i Paesi, con un rinvigorirsi di retorica nazionalista e euroscetticismo».

Mercoledì ha sottolineato che «dove passano le merci non passano i soldati, dove vi è integrazione economica non ci sono guerre», auspicando la creazione di un mercato unico che rivitalizzi l’economia della regione, ne garantisca la stabilità politica e, non da ultimo, diventi partner privilegiato dell’Ue. Ma l’esito del summit è triplice, con la messa in campo di fondi comunitari per 194 milioni di euro per infrastrutture e connettività che potranno generare investimenti per 500 milioni e 80 mila posti di lavoro entro il 2025. Stanziati dalla Commissione anche 48 milioni per il sostegno alle piccole e medie imprese, che si aggiungono ai 200 milioni stanziati finora dalla Ue.

L’Italia è il secondo Paese per relazioni commerciali con la regione dei Balcani occidentali. «Si tratta di un mercato di 20 milioni di consumatori», ha ricordato il ministro degli Esteri, «con una forte attrattività data anche dalla prossimità». L’interscambio con l’Italia è di circa 7,5 miliardi (circa 4 miliardi di export nazionale verso i sei Paesi, e circa 3 miliardi di import). Duecentocinquanta sono le imprese italiane già presenti nei Balcani, per 5,5 miliardi di investimenti nell’area. L’attrattività dei Balcani occidentali non ha radici in «motivi strettamente economici, ma anche politici», ha precisato Alfano che ha introdotto il terzo esito, per ora solo auspicato, del summit: l’integrazione economica e delle infrastrutture che «consentirà ai Paesi balcanici di integrarsi fra loro e con l’Ue», come ha spiegato il ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda.

«Temi come trasporti, connettività, energia e finanza – ha aggiunto il ministro – sono abilitatori del lavoro che poi deve fare l’industria, ma l’altro elemento importante è la componente istituzionale, perché il processo di avvicinamento all’Ue si basa anche sulla convergenza di regole e procedure, sulla continuazione di processi di riforma incisivi: riforme e processo economico non sono indipendenti». Calenda ha quindi sottolineato che «le piccole e medie imprese italiane guardano inevitabilmente all’area balcanica, che è vicina, cresce a un tasso intorno al 4% e ha in atto un processo di convergenza verso l’Europa. La presenza italiana è già forte e può crescere moltissimo».

L’unico strappo sotto il cielo di Trieste sembra averlo fatto la Bosnia che per «divergenze interne», ha spiegato Federica Mogherini, non ha voluto «per ora, firmare il trattato dei trasporti».

(Monica Perosino via lastampa.it, cc-by-nc-nd)


Foto EEAS cc-by-nc

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