I Balcani nell’UE: le prospettive per l’integrazione

L’Italia ospita a Trieste la conferenza intergovernativa sui Balcani occidentali, tappa del quadriennale processo di Berlino sull’integrazione europea della regione avviato nel 2014. Pochi giorni prima del summit, esperti e ricercatori affiliati a think tank e università si sono riuniti a Trieste nell’ambito di un Forum di riflessione sulle prospettive di integrazione dei Balcani nell’Unione europea (Ue), iniziativa congiunta promossa dal Centre Franco-Autrichien pour le rapprochement en Europe (Cfa), dal Centre international de formation européenne (Cife) e dall’Istituto Affari Internazionali (IAI), in collaborazione con la comunità di ricerca europea.

Forum di riflessione di Trieste

Il messaggio centrale del Forum di riflessione di Trieste è che l’Ue ha bisogno di chiarezza nel definire la natura delle sue relazioni con i Balcani occidentali, gli obiettivi che intende raggiungere e il livello di impegno che tali obiettivi richiedono. Ad oggi, i diversi quadri multilaterali e bilaterali che caratterizzano le relazioni Ue-Balcani – che includono l’agenda di adesione, il perseguimento della politica estera e di sicurezza, l’integrazione economica regionale, gli investimenti e la risoluzione delle controversie bilaterali -, rendono l’intero approccio europeo soggetto a malintesi, anziché costruire una sinergia verso obiettivi condivisi.

Un anno prima della conclusione del processo di Berlino, il suo bilancio appare piuttosto positivo. In un quadro caratterizzato da crescenti incertezze, esso segnala che l’Ue rimane un attore strategico nei Balcani. La sfida è ora quella di proseguire un tale processo e contribuire alla trasformazione della politica di allargamento per aumentarne credibilità ed efficacia. Il Forum ha dato un contributo in questa direzione portando avanti una discussione su tre aree tematiche chiave.

Un esempio dell’attuale frammentazione della strategia dell’Ue è l’approccio alle controversie bilaterali. Bruxelles ha concentrato gli sforzi sui potenziali membri, lasciando gli Stati membri confinanti al di fuori del quadro. Tuttavia, le tensioni regionali che coinvolgono anche Stati Ue hanno dimostrato di essere tanto dannose per la stabilità quanto le controversie tra i soli aspiranti, come illustrato dai rapporti tra Grecia e Macedonia e Croazia e Serbia. La presenza dell’Ue nella regione ha rafforzato le relazioni asimmetriche fra Stati, a volte sommandosi alle tensioni preesistenti, non promuovendo sufficientemente la risoluzione di controversie e la riconciliazione tra le popolazioni.

Il fatto che nei Balcani stiano ritornando vecchie narrative non significa che queste tensioni porteranno a conflitti aperti, ma i rischi sono legati soprattutto al consolidamento di regimi non completamente democratici. A causa di continue elezioni e della mancanza di prospettive politiche e socioeconomiche, il ritorno a una retorica nazionalistica rappresenta spesso una scelta razionale per politici che possono utilizzare poco altro per fare appello agli elettori.

Sicurezza interna e regionale

Negli ultimi 15 anni, l’Ue ha investito notevolmente nella sicurezza nei Balcani, in ambiti quali criminalità organizzata, corruzione, gestione integrata delle frontiere e migrazione irregolare. Progressi significativi sono stati registrati a seguito del processo di liberalizzazione dei visti e della gestione della cosiddetta “rotta balcanica” durante la crisi migratoria del 2015-16. Tuttavia, il bilancio dell’agenda sicurezza sembra pendere verso il lato repressivo piuttosto che verso misure che promuovono lo Stato di diritto, la tutela dell’ambiente, la democrazia e i diritti individuali e sociali.

Ciò riporta l’attenzione su ciò che l’Ue vuole raggiungere nei Balcani. Essa mira a preparare futuri Stati membri o sta cercando di esternalizzare gli oneri dei propri problemi di sicurezza in Paesi terzi? Se la crisi istituzionale e di valori all’interno dell’Ue non ha contribuito a dissipare le ambiguità in questo ambito, il rinnovato slancio nell’Unione verso il superamento di tali difficoltà dovrebbe portare a posizioni più chiare anche per i Balcani.

La necessità che l’Ue faccia propria una nozione di sicurezza che vada al di là del suo lato repressivo è resa particolarmente cogente dai crescenti interessi nei Balcani di altri attori geopolitici, a partire da Russia e Turchia, e dalle opzioni non liberali che essi potrebbero offrire.

Investire in infrastrutture e conoscenza

Un punto cruciale della discussione ha riguardato l’agenda di connettività come modo per rafforzare la resistenza sociale. Da una prospettiva economica, i Balcani appaiono già parte dell’Ue, con il 76% del commercio con l’Unione e il 90% dei sistemi bancari internazionali, principalmente in mani europee. Tuttavia, tali stretti legami non hanno facilitato la necessaria modernizzazione, ma sembrano piuttosto aver riprodotto l’incapacità di sviluppo, con un deficit commerciale con l’Ue di 98 miliardi di euro nel periodo 2005-2016 e un crescente indebitamento estero. Negli ultimi trent’anni, in quasi tutti i Paesi della regione è cresciuta la povertà e sono peggiorate le condizioni di vita.

In tale contesto, la razionalizzazione di risorse per lo sviluppo infrastrutturale non sembra sufficiente per rilanciare la competitività. Come mostrato di recente della Banca mondiale, i Paesi dei Balcani occidentali dovranno crescere a tassi del 6% annuo (quasi il doppio di quelli attuali) per poter raggiungere la media Ue per la fine del 2030. A questo proposito, i piani infrastrutturali dovrebbero essere integrati da ulteriori investimenti in servizi pubblici, quali salute, assistenza sociale, istruzione e ricerca, che potrebbero facilitare l’istituzione di economie più intelligenti basate sulla conoscenza, nonché un migliore accesso alle risorse, in particolare per le piccole e medie imprese.

La sfida del vertice

Dopo 20 anni di intensa europeizzazione, i Balcani occidentali stanno divergendo dall’Ue in ambito politico e socioeconomico. Se l’Ue non può accelerare il processo di allargamento senza diminuire la spinta per le riforme, diventa essenziale un avanzamento in campo socioeconomico. A questo proposito, il vertice di Trieste può essere un bivio. Se il risultato sarà ambiguo, indicherà che ci sono pochi sviluppi positivi da aspettarsi in futuro.

L’indebolimento della credibilità delle prospettive di adesione per i Balcani richiede misure urgenti d’intervento. Il rischio che l’Ue perda influenza nella regione è persistente, come recentemente denunciato dall’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune Federica Mogherini.

Il vuoto lasciato dalla diminuita credibilità della prospettiva europea sta innescando crescenti tensioni interne, consentendo un facile accesso nei Balcani di altri attori politici.

(Matteo Bonomi via Affarinternazionali.it)


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