Turismo a numero chiuso. È giusta la ricetta per salvare Venezia?

Si suole dire che il turismo sia il petrolio dell’Italia. Lo ha ribadito a gennaio uno studio condotto dall’associazione Confturismo con l’istituto di ricerche Piepoli. Per otto intervistati su dieci viaggi e vacanze sono una delle risorse più preziose del Belpaese. Tuttavia, come di petrolio, anche di turismo si può morire. Venezia sta patendo per effetto del turismo. Più il “petrolio” fluisce per canali, calli e campi, meno vive la città dei residenti, delle botteghe artigianali, dei negozi di vicinato. È l’effetto Disneyland, la trasformazione di un luogo vivo e vegeto in un animale impagliato a uso e consumo di chi viaggia. Nei giorni scorsi i pochi residenti rimasti in città sono scesi in piazza per rivendicare il diritto a vivere a Venezia nonostante il turismo.

Come guarire il grande malato? Oggi l’idea più quotata è quella di contingentare i turisti in città. Visite con il numero chiuso. Raggiunto il limite di escursionisti che Venezia può sopportare, gli altri restano fuori.

Anche in Liguria l’idea di uno stop all’invasione dei turisti ha trovato accoglienza. I sindaci di Alassio e Laigueglia hanno proposto di porre un tetto al numero di bagnanti della domenica nelle spiagge libere. Sono troppi, osservano i due amministratori, allontanano i proprietari delle seconde case dal mare e alla sera lasciano la spiaggia in condizioni pietose. Persino a Firenze è circolata l’ipotesi di chiudere il centro storico, ma alla fine non ha attecchito.

Ma imporre il numero chiuso migliorerà le condizioni del turismo in queste destinazioni? L’effetto nell’immediato è evidente: meno visitatori, punto.

Meno code, minore affollamento, la possibilità di godersi meglio il paesaggio e i monumenti. Venezia è una città senza pari al mondo e il suo fascino è inossidabile. Tuttavia un divieto è un biglietto da visita spiacevole, specie per chi prenota da lontano. E in generale i flussi turistici internazionali sono destinati a crescere. Basti pensare alla sola Cina, dove ogni anno i viaggi oltre confine aumentano a vista d’occhio. Se il nostro petrolio, però, non è disponibile o è centellinato, rischiamo che qualcuno vada a comprarlo altrove.

Invece di considerarlo oro nero, proviamo a chiamare il turismo con il nome di qualcosa che conosciamo meglio del petrolio e che come Paese ci fa guadagnare una montagna di soldi: il cibo. Come stiamo vendendo ora Venezia? Come un piatto gourmet o come un all you can eat? La città soffre il turismo mordi e fuggi e ma parla per lo più quella lingua. Chi c’è stato sa quanto sia arduo trovare un locale caratteristico dove mangiare o un negozio che non rifili la solita paccottiglia.

Il Comune potrebbe lavorare prima sulle licenze che assegna e usare la tecnologia per indicare ai turisti indirizzi caratteristici. Sarebbe opportuno imporre autorizzazioni a chi affitta la casa per turismo e premiare chi si sposta in zone più periferiche o sulla terraferma. Anche la creazione di poli museali alternativi, fuori dal centro storico, potrebbe aiutare a tirare fuori opere d’arte dagli archivi e spostare flussi turistici dai soliti itinerari, creando luoghi più agevoli per ammirarle.

Questo diminuirà il numero di turisti? No, per niente, ma potrebbe stemperare la pressione sul centro storico. Dubito che, raggiunto il limite di turisti, i croceristi che hanno pagato per sbarcare a Venezia siano rispediti a bordo. Si rischia che a pagare le conseguenze del numero chiuso siano le piccole comitive, gli escursionisti on the road, i visitatori veneti stessi. Bisognerebbe rinunciare allo strapotere delle compagnie di crociera, con il loro turismo che è sì mordi e fuggi, e allontanare le navi dai canali interni. Altrimenti la città, che già oggi sta subendo la trasformazione in una Disneyland, potrebbe trasformarsi in una riserva di caccia. Il Comune da solo non può farcela e Venezia è patrimonio di tutti. Un piano per un turismo responsabile, con investimenti anche sui trasporti pubblici per non penalizzare i residenti, deve avere respiro nazionale.

Le spiagge a numero chiuso hanno un problema simile a Venezia, il poco spazio, ma un turismo di gitanti della domenica, che spesso pescano da chi non si può permettere una vacanza intera, per lo più in una località esclusiva come Alassio, o vuole godersi il classico weekend. Quel turismo che fa Pil e restituisce numeri positivi nelle indagini sulle vacanze degli italiani. Si potrebbe stabilizzare, offrendo pacchetti più convenienti dal venerdì alla domenica, in modo da trattenere sul posto il turista per qualche giorno e guadagnare dalla sua presenza più lunga. La sporcizia è una questione di educazione e non la risolve con il numero chiuso, ma facendo informazione e sanzionando. Con educazione e informazione stiamo insegnando ad apprezzare il nostro vino. E con educazione e informazione potremmo rilanciare le nostre perle del turismo più a rischio.

(Wired.it, cc-by-nc-nd)


Foto Steve Collis cc-by

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