Stefano Bartezzaghi: “Paolo Villaggio scrittore geniale che non si applicava”

Intervista allo scrittore Stefano Bartezzaghi, esperto di “semiotica fantozziana”, sulla lingua geniale ed estemporanea dei libri e della voce fuori campo nei film di Paolo Villaggio.

Stefano Bartezzaghi è scrittore, giornalista e linguista raffinato. Da anni le sue rubriche per Repubblica, “Lessico e nuvole” e “Lapsus”, solo per citarne alcune, rappresentano un’audace e riuscita cronaca linguistica del nostro tempo fatto troppo spesso di parole piatte e sempre meno significanti. Chi ha assistito in pubblico allo svelamento dei suoi anagrammi  (in televisione o ai diversi festival in cui è spesso chiamato a intervenire) conosce bene quella sensazione del “restar di sasso” come bambini al circo, al cospetto di uno dei suoi giochi di parole. Qualche anno fa, peraltro, è stato curatore di una completa e acuta introduzione dedicata alla “semiotica fantozziana”, presente nel volume “Fantozzi, Rag. Ugo. La tragica e definitiva trilogia”, che riuniva i libri scritti da Paolo Villaggio incentrati sulla figura di Fantozzi. In questo breve saggio introduttivo ai libri umoristici del comico ligure, a un certo punto, Stefano Bartezzaghi definisce Fantozzi ‘un’entità benefica’, concetto che gli ho chiesto di provare a illustrare peri lettori di Fanpage.it.

“Ho dichiarato Ugo Fantozzi ‘entità benefica’ un po’ per modo di dire e un po’ a denti stretti – ha dichiarato Bartezzaghi. “Fantozzi ha divertito tutti – ricchi e poveri, umiliati e umiliatori – ponendosi come limite estremo dell’idiozia del borghese piccolo piccolo. Questo ci ha anche permesso di distrarci dal ‘fantozziano’.

Questo termine è diventato negli anni di uso comune. Ma cosa di preciso indichiamo con “fantozziano”?

Il ‘fantozziano’ è una caratteristica del nostro mondo, un luogo in cui la reverenza è sempre più richiesta, la ribellione è considerata sempre più patetica, l’arroganza e, soprattutto, l’anonimato dei poteri reali hanno sempre meno limiti. Ridendo di Fantozzi abbiamo percepito meno la nostra crescente fantozzità, individuale e collettiva.

Da esperto di invenzioni linguistiche, quale ritiene sia stato il contributo dei libri di Paolo Villaggio?

Paolo Villaggio ha inventato quasi dal nulla una lingua comica che non deve nulla ai dialetti e alle inflessioni regionali (se non per quel po’ di parlata ligure rimasta appiccicata al personaggio). Anche se Fantozzi nasce come personaggio scritto, e solo in seguito si incarna nei film, la sua lingua è legata alla voce fuori campo di Villaggio che narra le sue gesta. Il tono è sempre quello dell’enfasi da telecronaca sportiva, con comica tendenza all’epico.

Un epico che spesso, anzi, quasi sempre, si trasforma in farsa…

Nella scrittura di Paolo Villaggio è sempre così. Quando i pomodorini roventi vengono stimati a 18.000 gradi Fahrenheit che (se non ho sbagliato i conti) sarebbe quasi il doppio della temperatura della superficie solare, la parodia degenera in farsa. Parole che almeno allora erano comuni vengono deviate e diventano portatrici, a loro volta, di enfasi: clamoroso, orrendo, mostruoso sono aggettivi che hanno avuto una vita prima di Fantozzi e una dopo Fantozzi.

In definitiva, come giudicherebbe il Villaggio scrittore?

Per essere un grande scrittore a Villaggio penso sia mancata l’applicazione, il lavoro di lima, alla fine la voglia. Fantozzi ci piace anche perché è scritto in modo selvatico, probabilmente di getto e si accende di trovate geniali che hanno sempre qualcosa di estemporaneo.

Qual è il libro di Paolo Villaggio che consiglierebbe di leggere?

“Il secondo, tragico libro di Fantozzi” è certamente un capolavoro.

(Massimiliano Virgilio, via Fanpage.it)

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