La Catalogna non si arrende, a ottobre nuovo referendum per separarsi da Madrid

In uno scenario di ricercata solennità, il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont ha annunciato che convocherà per il prossimo 1° ottobre un “referendum di autodeterminazione” con la domanda: “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di Repubblica?”.

 “Il referendum è illegale e non si svolgerà”, ha subito risposto il governo centrale di Madrid, assicurando che saranno adottate tutte le misure necessarie per impedirlo. Ne è seguito uno scambio di accuse reciproco sulla mancanza di volontà di dialogo, sullo sfondo di una preoccupante incertezza su quello che effettivamente accadrà nei prossimi mesi.

Come si è arrivati a questo punto

Se è vero che la Catalogna – 15% della popolazione e quasi un quinto del Pil nazionale spagnolo – storicamente ha sempre avuto una propria specificità e una propria identità linguistico-culturale, il punto di flesso a partire dal quale si è innescato un rafforzamento del sentimento indipendentista (prima fisiologicamente stimabile attorno al 15-20%) si colloca nel 2010, quando una sentenza del Tribunale Costituzionale, su ricorso del Partito popolare, mutilò di ampie parti lo Statuto di autonomia catalano approvato nel 2006 con referendum regionale.

Con l’arrivo al potere dei Popolari nel 2011, la situazione si è sempre più esacerbata. Da una parte, la posizione di totale chiusura del governo guidato da Mariano Rajoy verso le esigenze di maggior autonomia ha alimentato una sensazione di crescente vittimismo nella società catalana, esasperato dall’acuirsi di una crisi economica nella quale Barcellona si sarebbe vista costretta a eccessivi trasferimenti di solidarietà verso le altre Comunità autonome.

Dall’altra, l’esecutivo catalano ha avuto gioco facile ad individuare nel governo centrale la causa di tutti i mali (“Madrid ci deruba”) e ha avviato un’azione di propaganda nazionalistica via via più capillare, servendosi ampiamente dei mezzi di comunicazione e del sistema educativo locale. La chiave economico-sociale, accanto a quella politico-culturale, rimane dunque fondamentale per una corretta lettura della questione catalana.

Il sostegno all’indipendenza raggiunse il suo massimo – sfiorando il 50% – nel 2013, quando l’allora presidente della Generalitat Artur Mas annunciò per la fine del 2014 un referendum che poi, di fronte all’opposizione di Madrid, fu costretto a trasformare in una “consultazione partecipativa volontaria”: il 9 novembre 2014 votò solamente un terzo dei catalani, che tuttavia per l’80,76% si espresse a favore dell’indipendenza.

Declaracion 8 de maig

Nelle successive elezioni regionali del settembre 2015, i partiti pro-indipendenza ottennero il 47,8% dei voti (pari però a 72 seggi su 135). L’appoggio all’autodeterminazione, dunque, non ha mai scavalcato la fatidica soglia del 50%, ma ciò non ha impedito alla Generalitat di avviare quello che a Barcellona chiamano “processo di disconnessione dallo Stato spagnolo”, ovvero la graduale costituzione di autonome strutture amministrative, a cominciare da una propria Agenzia tributaria e da una rete estera (sono già una decina le “ambasciate” catalane), nel sinora frustrato tentativo di raccogliere appoggi internazionali.

A Madrid manca una strategia politica

Da una parte, dunque, la Generalitat- ormai fusa in un unicum con le forze indipendentiste – continua a “vendere” il sogno demagogico di una secessione indolore come rimedio a tutti i problemi economici e sociali, anche per distogliere l’attenzione dagli scandali di corruzione che stanno travolgendo il partito di Puigdemont.

Dall’altra, l’esecutivo centrale non ha saputo e non ha voluto, forse per calcolo elettorale, avanzare alcuna soluzione politica, trincerandosi piuttosto dietro una batteria di ricorsi giudiziari – amministrativi e costituzionali – contro ogni iniziativa delle autorità catalane, fino ad arrivare alla recente condanna all’interdizione dai pubblici uffici per l’ex presidente Mas. Un atteggiamento in buona parte controproducente, che ha creato “martiri”, contribuendo a fomentare l’indipendentismo.

Solo il secondo governo Rajoy – entrato in carica nel novembre 2016 – ha tentato di avviare un canale di dialogo con la Generalitat su temi quali investimenti infrastrutturali, finanziamento regionale, educazione. Troppo tardi e con troppo poca convinzione. La strategia di Madrid rimane fondamentalmente attendista, affiancata da un puntuale contrasto per le vie legali, nella speranza che il progetto indipendentista imploda per le sue stesse contraddizioni e rivalità interne, aiutato in ciò dalla ripresa dell’economia nazionale.

Sul tema catalano, Rajoy può del resto contare sull’appoggio non solo dell’alleato Ciudadanos, ma anche dei socialisti, principale partito di opposizione. Entrambe le forze rinfacciano tuttavia a Rajoy la sua inerzia e l’incapacità di offrire soluzioni politiche, con particolare riferimento ad una possibile riforma costituzionale che i socialisti vorrebbero in senso federale. […continua…]

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Foto in alto: SBA73 cc-by-sa

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