Detti e proverbi – Chudobný ako kostolná myš

Cari lettori, oggi in uno slancio di entusiasmo ho scelto di avvicinarvi alcuni detti e modi di dire relativi alla… rovina finanziaria e allo stato di povertà.

Se l’attività (commerciale ma anche di altri tipi) finisce male, ci sono vari modi per dirlo:

  • ocitnúť sa na dlažbe: trovarsi sul lastrico;
  • vyjsť na mizinu: essere finanziariamente rovinati; (nota: questa è la forma più utilizzata)
  • vyjsť na psí tridsiatok: questa è quella che mi piace di più. Letteralmente “trovarsi al trentesimo del cane” (mi rendo conto che suona davvero orrenda), provo a spiegarvelo meglio. Significa essere sempre in rovina, aver perso tutte le proprietà. Conosco due spiegazioni per l’origine di questo detto, nessuna storicamente confermata, scegliete voi quale preferite. Secondo la prima spiegazione, la prima parte del detto – „il trentesimo/la trentesima parte“ proviene da un’usanza del passato, quando si pagavano vari tributi come ad esempio „il decimo/la decima parte“ versati o in danaro o in natura. „Il trentesimo“ nell’Impero Austro-Ungarico era la trentesima parte della merce che i mercanti dovevano versare in forma di merce come dazio per attraversare la frontiera. Come mai al tridsiatok si era aggiunta la parola pes, „cane“? Sembrerebbe che dietro ai mercanti poco onesti che cercavano di raggirare il pagamento del dazio venissero sciolti i cani dei „doganieri“ e questi cani attaccavano il mercante e rovinavano le mercanzie al punto che al mercante non rimaneva più niente, e Obchodník vyšiel na psí tridsiatok, „Il mercante era rovinato“. La seconda spiegazione parte dalla consuetudine di incollare l’immagine del cane sul fondo della cassaforte dove si teneva il denaro, considerando il cane una valida guardia della proprietà. Quando la cassaforte veniva del tutto svuotata al punto che non rimaneva sul fondo neanche la più povera moneta di due danari, che a sua volta era un trentesimo del fiorino, significava che la persona ha speso o sperperato le ultime risorse e non le rimaneva più nulla.

Tiecť za golier

Trovarsi in una difficile situazione (non necessariamente sotto il punto di vista finanziario) si descrive con tiecť za golier, „gocciolare nel colletto“: immaginate la sensazione di disagio quando la pioggia vi entra sotto la camicia, dietro il collo, e l’acqua fredda vi cola lungo la schiena! Tečie mu za golier si dice perciò di una persona che è in difficoltà.

Kde ničoho nieto, ani čert neberie.

È un detto di consolazione per chi non ha davvero nulla: „Dove non c’è niente, neanche il diavolo toglie”.

Trieť biedu

Letteralmente „strusciare la miseria“, significa vivere nell‘indigenza, nella povertà quella vera.

Žiť zo dňa na deň / Žiť z ruky do úst

Sono due detti con lo stesso significato: Žiť zo dňa na deň  – „Vivere da un giorno all’altro“ oppure Žiť z ruky do úst – „Vivere dalla mano alla bocca“ vuol dire condurre una vita modestissima, senza sicurezze, avendo solo il minimo indispensabile. Si aggiunga a questi due modi di dire il verbo živoriť, oggi in uso solo in letteratura, che ha il significato di „soppravvivere appena“.

Pritiahnuť si opasok/remeň

„Tirare la cinghia“ è un modo di dire anche in Italia, ma in Slovacchia viene utilizzata molto più spesso. “Musíme si pritiahnuť remeň“  è la classica frase di un padre di famiglia che vuole annunciare un periodo di austerità, come si dice oggi; a volte però questa frase viene pronunciata giusto per frenare gli slanci dei figli che se non imbrigliati spenderebbero in pochi giorni quanto i padri hanno racimolato in una vita intera.

Chudobný ako kostolná myš

Per qualcuno in passato il topo che viveva in una chiesa doveva essere un topo veramente povero: in un edificio di culto un roditore non trova un granché di gustoso da rosicare! “Povero come un topo di chiesa*” è diventato un detto molto diffuso, al punto che nell’epoca del totalitarismo qualcuno ha ritenuto opportuno togliere il riferimento alla Chiesa e modificarlo in Chudobný ako myš, „Povero come un topo“, creando così un cosiddetto errore fraseologico: omettendo la parola “chiesa” non è più chiaro perché un topo dovrebbe essere sinonimo di povertà, più di un altro animaletto?

*per chi è alle prime armi con lo slovacco: la parola slovacca KOSTOL si riferisce alla chiesa come edificio, mentre la Chiesa come istituzione è CIRKEV: katolícka cirkev – la Chiesa cattolica; katolícky kostol – la chiesa cattolica (edificio)

E concluderei con un detto propositivo, per tirarci un po’ su di morale.

 

Blýska sa na lepšie časy

“Lampeggia per i tempi migliori” – i tempi migliori si stanno avvicinando, perché – come diceva anche l’uomo selvatico – dopo ogni temporale arriva il bel tempo. Questo pensiero è espresso anche nell’inno slovacco (devo ammettere la mia ignoranza, gli slovacchi lo chiamano solo “l’INNO” senza aggiungere il nome del suo compositore come sono abituali a fare gli italiani con l’Inno di Mameli, tanto che per dirvi chi l’ha scritto, l’inno slovacco, sono dovuta andare a cercarne il nome) il cui autore si chiamava Janko Matúška, che nel 1844 scrisse una canzone innica per protesta, utilizzando la melodia di una canzone popolare. Da questa canzone innica solo le prime due strofe compongono un inno che deve essere – a mio avviso – uno dei più brevi del mondo:

[: Nad Tatrou sa blýska, hromy divo bijú :]

[: Zastavme ich bratia, veď sa oni stratia, Slováci ožijú.:]

Sopra (il monte) Tatra lampeggia, i tuoni si scatenano con violenza.

Fermiamoli fratelli, sì che loro spariranno, gli slovacchi ritorneranno in vita.

Una piccola curiosità storica: nel testo dell’inno cecoslovacco fino al 1990 (nell’inno cecoslovacco la prima parte dell’inno era quello ceco e la seconda parte l’inno slovacco), la seconda frase era modificata, infatti io a scuola la imparai così:  Zastavme sa bratia, „Fermiamoci fratelli“. Dal 1990 si è tornati alla versione originale, come riporto sopra. Una sola sillaba di differenza, ma che differenza, vi pare?

(Michaela Šebőková Vannini  ―  vedi il suo blog)


Foto unpatitodegoma cc-by-nc-nd, pixabay/CC0,
Mark Robinson cc-by-nc, pixabay/CC0

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