Ocse: la classe media tra le “specie” a rischio di estinzione

Cresce la polarizzazione nel mercato del lavoro, con «aumento delle quote dei posti di lavoro di alto e di basso livello»

Nonostante debba continuare a crescere molto per lenire fino in fondo le ferite della crisi, non basta veder salire il tasso di occupazione se al contempo la società che misura si sfalda tra redditi da fame e disuguaglianza in aumento. Eppure è una tendenza comune a livello internazionale, già evidente nelle sue ricadute politiche (non ultima, l’elezione di Trump negli Stati Uniti dell’occupazione-record). A mutare radicalmente è tutto il mercato del lavoro.

La sua crescente polarizzazione – definita dall’Ocse come un calo della quota dell’occupazione totale attribuibile ai posti di lavoro di livello medio di competenze e di remunerazione – è stata «controbilanciata dall’aumento delle quote dei posti di lavoro di alto e di basso livello». È l’intera classe media dunque, pilastro delle democrazie occidentali, a rischiare l’estinzione.

E il principale “nemico” ce lo siamo come sempre allevati in casa: «Circa un terzo dell’aumento della polarizzazione indica una riallocazione dell’occupazione dal settore manifatturiero al settore dei servizi – spiega l’Ocse – mentre la maggior parte indica cambiamenti occupazionali intervenuti all’interno dei diversi settori industriali. La tecnologia è il settore più strettamente associato alla polarizzazione del mercato del lavoro e alla de-industrializzazione».

La famosa disoccupazione tecnologica dove le macchine “rubano” il lavoro agli uomini. «Il ruolo della globalizzazione è meno chiaro – continua l’Ocse – ma alcune indicazioni suggeriscono che il commercio internazionale abbia contribuito alla de-industrializzazione». In ogni caso, sono «le politiche volte alle competenze, le misure di attivazione e i sistemi di protezione sociale aggiornati» che possono «svolgere un ruolo importante per aiutare i lavoratori a orientarsi con successo nella trasformazione in corso nel mercato del lavoro e a raccogliere i frutti del progresso tecnologico». Frutti che continueranno a rivelarsi avvelenati senza uno stato sociale tanto forte da reggere i contraccolpi dell’innovazione tecnologica, che continuerà inevitabilmente a mietere vittime nel mercato del lavoro.

Nel suo Possibilità economiche per i nostri nipoti John Maynard Keynes già immaginava un futuro dove le macchine avrebbero finalmente cancellato «il problema permanente della razza umana», quello “economico”, regalando un tempo di prosperità per tutti. Finora, ci siamo scelti un futuro diverso. Sarebbe velleitario pensare di bloccare il progresso tecnologico – tra l’altro indispensabile di fronte alle innumerevoli sfide che abbiamo di fronte, in primis quella ambientale –, ma rimediare per tempo alle disuguaglianze che questo porta è un’esigenza ogni giorno più impellente

(L.A., Greenreport.it)

 


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